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domenica 20 aprile 2008

SPALLATA MUSCOLARE (di Giuseppe Gatto)


Arrivammo sul campo di calcetto direttamente dalla spiaggia. Ci eravamo portati dietro le borse. Chissà a chi era venuto in mente di organizzare l’incontro alle sei di pomeriggio! Pieno agosto, faceva un caldo esagerato e passare dal costume da bagno al completino maglietta-pantaloncino-calze-scarpechiuse era piuttosto seccante. Il classico torneo estivo di calcio a otto, un bel campo grande e incredibilmente polveroso. Terra finissima, solo a camminarci sopra si sollevava una nuvola densa e persistente.
C’eravamo tutti: Batman in porta, Andrea, Pasquale, Elio e gli altri. Amici estivi provenienti da varie città. Ci eravamo iscritti con il nome di “Brasato&Polenta” per via che due del gruppo, della provincia di Bergamo, al pranzo di ferragosto avevano preparato per l’appunto un pentolone di brasato con polenta cotta nel paiolo di rame. Il tutto annaffiato da grandi quantità di Vin brulè. Mentre fuori c’erano 40 gradi all’ombra. Però era stata una giornata magnifica!
La squadra avversaria era invece una granitica compagine locale. Ragazzi dai fisici forti, temprati dal lavoro nei campi, nell’edilizia abusiva e nelle risse da strada. Avevano anche lo straniero: il portiere napoletano. Ci trovavamo sulla costa ionica calabrese. Noi con la maglietta giallo senape e loro a righe orizzontali bianche e verdi che li faceva sembrare una squadra di rugby.
Eravamo pronti e stavamo scambiando qualche palleggio di riscaldamento. Eravamo già sudati.
“Oh, ma l’hai visto a quello?” mi disse Andrea indicandomi con un impercettibile movimento degli occhi un energumeno che stava entrando in campo. Mi girai e vidi un orco del “Signore degli anelli”, alto almeno un metro e novanta, largo come un frigorifero, con la maglietta enorme che gli aderiva come un body da danza, completamente privo di collo, con la testa attaccata direttamente sul tronco.
Brutto da incutere timore. Occhi piccoli e sguardo cattivo, naso enorme e bitorzoluto, bocca da maiale, pelle butterata e capelli ispidi che gli partivano appena un centimetro sopra le sopracciglia.
“Minchia” risposi “se uno così lo incontri per strada alzi le mani e gli dai il portafoglio! Chissà se gioca avanti o dietro”
“Quello dove gioca gioca fà danni, te lo dico io! Speriamo bene!” disse Andrea e fece un impercettibile segno della croce.
Anche gli altri non scherzavano. Fisicamente ci sovrastavano. Per fortuna sul tocco di palla eravamo in vantaggio: Pasquale ed Elio con la palla fra i piedi sembravano ispirati da un’entità soprannaturale. Era un piacere vederli correre per il campo con la sfera incollata al piede. Io non giocavo un granché bene ma ero veloce, scattavo in avanti in attesa dei passaggi dei miei due compagni e cercavo di buttarla dentro, un po’ alla Ciccio Graziani. Una volta raccolsi la palla dal nostro portiere la lanciai sulla destra, il mio compagno fece velocemente tutto il campo lungo la fascia laterale, crossò al centro ed io ero lì a colpirla di testa. Lui si voltò verso la nostra area per capire chi gli avesse passato la palla. Ero velocissimo.

Fischio d’inizio. Era un torneo serio: c’era persino l’arbitro! Ed una sparuta tifoseria costituita per lo più da familiari ed amici dei giocatori oltre ai soliti curiosi.
Capimmo subito che sarebbe stato un tardo pomeriggio lunghissimo. La metà dei giocatori in campo correva dietro la palla senza costrutto e sollevando un’inverosimile quantità di terra e polvere. A tratti non si vedeva nulla. Dopo i primi contrasti capimmo anche che era meglio adottare una strategia conservativa. Gli avversari erano scarsi nel tocco di palla ma ben più preparati nel tocco di caviglie e gambe. Una squadra di picchiatori assassini.
Pasquale prese palla ne fece fuori un paio in dribbling riuscì a crossare un pallone sul quale c’era scritto – spingere in porta, grazie – feci solo tre passi, veloci, incornai il cuoio, papera del portiere che uscì a raccogliere farfalle e uno a zero per noi.
Palla al centro e sedici occhi avvelenati si posarono su di me. Mi vedevo già sulla barella dell’ambulanza. Uno bravo lo avevano anche gli avversari: tale Mimmo, conquistò la palla, fece qualche lunga falcata e tirò un missile terra-aria in direzione di Batman. Solo che lo chiamavamo Batman mica per niente: volò da un palo all’altro come un vero supereroe e saldò la palla nella morsa delle sue grandi manone.
“Un ce tirate e luntano che è lùangu e i pìglia tutte!” disse ai suoi l’orco e udimmo per la prima volta la sua voce, che sembrava provenire dagli inferi.
Di nuovo noi all’attacco, Pasquale si involò sulla fascia. Questa volta però l’orco aveva capito e gli corse incontro come il rinoceronte in “Pomi-d’Ottone-e-manici-di-scopa”. Da un lato del campetto c’era una rete metallica, a due metri dalla linea di fallo laterale. Pasquale venne spalmato sopra la rete dal corpo dell’energumeno come fosse una pelle di daino e si afflosciò come un palloncino bucato. Lo aveva caricato in modo fallosissimo, come si fa a hockey, ma lì ci sono casco e protezioni!
Lungo fischio dell’arbitro.
“Spallàt' muscolare!” grido l’orco.
“Stai zitto che ti sbatto fuori, non sei a un incontro di wrestiling! ... Te la do io la spallata muscolare!” ebbe il coraggio di sibilargli a denti stretti l’arbitro! Pasquale si riprese ma da quel momento giocò e attaccò con molta meno veemenza. Avevamo tutti paura di finire nella sala gessi dell’ospedale del paese più vicino. Quando li vedevamo arrivare era naturale tirare un pelo indietro la caviglia o l’intera gamba a seconda dei casi...
Fu così che nonostante la grande prestazione di giornata del nostro dinoccolato portierone paratutto finimmo il primo tempo sotto di due a uno.
Nell’intervallo vidi che i Kaimani, così si chiamava l’altra squadra, avevano fatto capannello e guardavano nella mia direzione, stavano dicendo qualcosa all’orco e guardavano proprio me. E quello annuiva.
Deglutii saliva e polvere.
Fischio d’inizio del secondo tempo. Palla a Pasquale che finse l’affondo, tutti addosso a lui, cambiò gioco e con un lungo lancio liberò dall’altra parte Elio, che andò giù di taglio e mi passò un’altro pallone che era più difficile buttare fuori che dentro. Io, che avevo mezzo capito tutto, mi ero fiondato al centro ed avevo fatto da sponda quasi passiva: il pallone mi era rimbalzato addosso ed era finito in porta. Due a due. Ma dovevamo anche dire grazie al portiere che era veramente una cosa inutile, sembrava stesse facendo riscaldamento per un’esibizione di danza artistica tanto si sbracciava in modo sguaiato. La nostra tifoseria cominciò a ridere ed a prenderlo moderatamente per il culo, la tifoseria dei Kaimani cominciò a rumoreggiare.
Io mi sentivo sempre gli occhi dell’orco puntati addosso.
A metà del secondo tempo scoccò una scintilla che poteva diventare un’esplosione. La palla finì a fondo campo, dalla parte loro, in quel lato del campo non c’era la rete, c’era una corda a mezzo metro da terra che delimitava la zona di gioco, poco dopo c’era un piccolo dislivello e quindi i campi coltivati in piena irrigazione. Il loro portiere andò a prendere la palla trotterallando atleticamente, arrivò alla corda, fece per saltarla ma incespicò con il piede davanti e fini lungo la discesina, direttamente con la faccia nel fango. Sembrava fosse scomparso di colpo come caduto in una botola! Scoppiò il boato di una risata, in campo e fuori. Apriti cielo. I familiari del portiere minchione cominciarono una sceneggiata alla Mario Merola
“Uèeee ma comm’ ve permittite, chèllo o guagliòne s’è fatto male e vùie rirète?”, “Ma io vi accìro, vi accìiiro!” il papà, i fratelli, gli zii dell’imbecille si lanciarono all’attacco dei nostri amici che stavano ancora ridendo.
“Ma non si è fatto niente!” diceva qualcuno.
La mamma, le sorelle, le zie urlavano:
“U mammamìa!”, “Maròoonna”, “AAAaaah!!!” mentre tenevano e tiravano per le magliette e le braccia i loro uomini e si dimenavano come impazzite. Era tutta una farsa ma di grande impatto scenico. Si creò una straordinaria confusione a bordo campo: nuvole di polvere, urla, qualche ceffone. Intanto lo scemo si era rialzato, dipinto di terra e fango ma assolutamente incolume. Questo aiutò a sedare gli animi.
Anche i Kaimani fecero da pacieri, il tuffo a volo d’angelo del portiere aveva fatto ridere anche loro. Aveva divertito tutti tranne ovviamente i familiari stretti, era stata una scena magnifica, resa ancora più buffa dall’atteggiamento di ostentata sicurezza del deficiente!
Dopo dieci minuti di tumulto e principi di tafferuglio era tornato il sereno.
La partita proseguì con un forte stato di tensione e finì tre a tre. Andava benissimo. Eravamo tutti sani e salvi a parte Pasquale che aveva preso più botte di tutti ed era ancora un po’ intontito dalla spallata muscolare.
Tre o quattro di loro, orco incluso, si avvicinarono a me, mi arrivarono di fronte. Mi sentii tremare le gambe. L’orco mi disse:
“Sei tu Piero?”
deglutii un’altra dose di terra e saliva.
“Si” risposi
“Stasera fatti trovare in piazzetta”
Si voltarono e se ne andarono. I miei compagni si avvicinarono:
“Che ti hanno detto?”
“Che stasera mi uccidono”
“Che?”
“Mi hanno gentilmente dato appuntamento stasera in piazzetta. Me lo ha detto proprio l’armadio butterato puntandomi il dito contro!”
“Minchia!”
“Io stasera sto bello tappato in casa!” dissi
“secondo me è peggio, quelli poi ti vengono a cercare. Stai tranquillo, stasera in piazzetta ci siamo tutti” disse Pasquale
“Piero, siamo tutti con te, come i moschettieri” intervenne Andrea
“Si, moschettieri stò cazzo, voglio vedere come scappate tutti al primo ceffone” dissi io
Si stava facendo buio. Eravamo rimasti solo noi, sudati, sporchi, ancora con le magliette addosso, che ci guardavamo in faccia, soprattutto loro guardavano me e ci si chiedeva l’un l’altro con gli occhi – allora che si fa? –
“Non posso scappare davanti a ‘sti stronzi. Io stasera vado in piazzetta, come tutte le sere... e poi vediamo” feci risoluto
“Ci vediamo lì dopo cena, tutti, ok?” disse Elio.
“Tutti. Non ti molliamo Piero” fecero quasi in coro
Che poi perchè ce l’avevano proprio con me? Era dall’inizio della partita che mi guardavano, confabulavano, mi indicavano... porca puttana, ... ma tu guarda che cazzo mi doveva capitare...

A casa, doccia veloce e a tavola per la cena.
“Piero ma non mangi nulla!”
“Mamma, ho appena finito di giocare, non ho fame” mentii.
Avevo lo stomaco annodato. Alle dieci e mezza inforcai Attilio, il mio Cagiva 125 e andai in piazzetta. C’erano tutti: Batman, Pasquale, Andrea, Elio ed altri amici ai quali era giunta voce della cosa: Claudio, Riccardo, Lorenzo. Non ci scambiammo una sola parola. Ci guardammo in faccia e con gesti della testa ci dicemmo:
– si sono visti? –
– no, ancora no –

La piazzetta era il luogo di ritrovo estivo di tutto quel piccolo angolo di mondo. La sera tutta un’allegra gioventù si riversava fra le aiuole e i tavolini dei numerosi bar, gelaterie e pizzerie al taglio. Era una piazza di forma quadrata, alquanto grande, chiusa al traffico e brulicava di gente, famiglie, passeggini, ragazze e ragazzi in piena tempesta ormonale.

Lorenzo ruppe il ghiaccio:
“Allora oggi com’è andata?”
“Abbiamo pareggiato” disse Elio “ma per come abbiamo rischiato le tibie è andata pure bene”
Intervenne Batman “ragà scusatemi, io ne ho parate diverse ma quelli entravano a gamba tesa, l’arbitro non fischiava...”
“Ma scherzi!? Non ti preoccupare, sei stato una diga, come sempre, se non c’eri tu finiva dieci a tre per loro...” fece Andrea
“Eccoli” disse Riccardo
Dal fondo di una delle strade che si immettevano sulla piazzetta stavano arrivando, al gran completo. Il frigorifero al centro ed intorno tutta la squadra con altri amici, erano almeno una decina. Ci potevano ridurre in poltiglia con una mano sola. L’orco aveva cambiato body, adesso indossava una Lacoste ìcs-ìcs-ìcs-elle color mattone che gli aderiva come un guanto.
Arrivarono di fronte a noi. Avevamo smesso di respirare già da quando erano a cinque metri.
L’orco puntò il dito contro di me e attaccò con il suo vocione ruvido:
“Mi hann dètt' che fai dei rutti potenti. Qua non mi ha mai battùt' nessùn'. Ti devo sfidare!”
Lo guardai inebetito, mi sentii il sangue che mi si scioglieva lungo il corpo, riacquistavo calore e vita. ... Cosa aveva detto?
“Scusa, ... cosa? ... Una sfida?! ... ma...”
“Hai capìt' benìssim'. Io c’ho un nòm' da difèndr'. Non mi possono arrivàr' voci che tu fai i rutt' più fòrt' di me! Capìt'?”
Non ci potevo credere. Forse una delle sere precedenti, quando ero ubriaco uscito da una festa avevo tirato giù un do di petto di quelli tosti e qualcuno di loro mi aveva sentito...
“Ma io mi vergogno... e poi mica li faccio a comando, ... vi siete sbagliati... Guarda, sei più bravo tu... sicuramente...”
“Non ci siamo sbagliàt'” disse un altro “ti abbiàm' sentìt' due sere fa alla festa che ruggivi com' nù liòne!”
Lo sapevo cazzo, la festa, la tequila e tutto il resto...
“... vabbè...” dissi rassegnato “… e quindi?”
“Andiàm' ai tavoli del bar da Gino. Prendiamo una birra e chi perde paga da bèr’ a tùtt'... ”
Lessi chiaramente nel suo sguardo l’assenza dell’opzione – rifiuto – ed in ogni caso rispetto alla cofanata di pugni che pensavo di dover portare a casa era andata pure di lusso, avrei pagato da bere, poco male. Anzi, molto volentieri! I miei amici se lo meritavano pure, erano venuti verso il patibolo a testa alta, per starmi vicino. La tensione si stemperò, Lorenzo, Claudio, Elio, ridevano e si davano pacche sulle spalle. Avevano temuto tutti il peggio. Pericolo scampato. Andammo verso il bar. Pasquale si avvicinò e disse a bassa voce:
“Guarda che lo puoi battere!”
“Ma che stai dicendo, sei impazzito?” risposi
“Ormai siamo in ballo e balliamo!” sorrise
L’orco si era seduto a un tavolo, qualcuno aveva portato due bottiglie piccole di birra ghiacciata. Io mi accomodai di fronte a lui. Un cerchio intorno a noi. Mi sentivo tanto Silvester Stallone alla finalissima di braccio di ferro. In testa mi rimbombavano le parole di Pasquale ...
– ormai siamo in ballo... lo puoi battere –
Svuotammo ognuno la propria bottiglietta. L’orco fece un gesto cavalleresco con la mano ed il capo come per dire – comincia tu –
Avevo tracannato tutto d’un fiato la birrozza, ero a stomaco vuoto, avevo accumulato tensione per almeno quattro ore e comunque nel mio piccolo potevo vantare una discreta potenza di fuoco. Lo guardai negli occhi, ingoiai dell’altra aria, un paio di volte, poi tirai fuori il barrito dell'elefante indiano in calore. Mi sembrò che gli si mossero anche un po’ i capelli.
Si alzò in piedi di scatto, sollevò la mano e disse:
“Basta cumpà, a’ vìntu”.
di Giuseppe Gatto

martedì 15 aprile 2008

ANNA PER SEMPRE (di G. Gatto)


Ore 09:00
- “Quando ti fai il caffè potresti pulire la macchinetta per favore?”
- “Si Anna, hai ragione, …scusa mi sono distratto … Comunque buongiorno eh!”
- “Ti distrai un po’ troppo spesso! (alza la voce) E’ che a te ti frega solo delle cose tue. Quando è stata l’ultima volta che hai portato giù la spazzatura? E la spesa? Da quando è che non fai la spesa?”
- “Senti, per favore, (allarga le braccia) non ho pulito la macchinetta del caffè (alza la voce anche lui) ma ora non attaccare la solita solfa. E’ sabato mattina. Ti prego! Ogni week end la stessa battaglia!”
- “Solo perché gli altri giorni ti vedo poco…” (voce molto avvilita)
- “Vabbè, ciao, io esco. Ci vediamo per pranzo”
- “Io vado a mangiare da mamma, vieni pure tu?”
- “No, ti prego! Dai tuoi no, ci andiamo pure domani! … Passo a prenderti dopo pranzo, andiamo a fare la spesa assieme, ok?”
- “… (lunga pausa) … si, vabbè. Ma tu ora dove vai?”
- “Non cominciare! (molto seccato) Mi vedo con Ugo, te lo avevo detto! Devo aiutarlo a montare il pergolato...”
- “Me ne ero dimenticata, scusa… (sospiro) ci vediamo verso le tre”

Ore 18:00
- “Pronto?”
- “Laura, amore, sono io”
- “Ciao anima mia. Stamattina sei stato fantastico…”
- “Laura, senti …” (lunga pausa)
- “Cosa c’è? … Ti sento strano. Tutto bene?!”
- “Anna… (pausa) Anna è morta”
- “Tua moglie?!”
- “Si, (seccato) quante Anne conosci?”
- “Oddio!!! (scoppia a piangere) L’hai, … l’hai uccisa tu?”
- “Ma che dici, sei pazza?! E’ stato un … si, un colpo di fortuna. Eravamo andati al supermercato. Un’auto l’ha investita, davanti i miei occhi. E’ morta sul colpo, non ha sofferto.”
- “Mioddio come sei cinico! (alza la voce e piange ancora più forte) Sei un mostro! Mi fai paura!”

- “Ma ora siamo liberi, capisci? Finalmente liberi! Di amarci, di essere felici, … è quello che abbiamo sempre desiderato!”
- “… Stronzo! (urla forte) Sei disgustoso! Mi fai schifo! Io desideravo che tu la lasciassi, … non che morisse!”
- “Beh, (con voce bassa e pacata) mi ha lasciato lei... Per sempre”

di Giuseppe Gatto

racconti e storie...

martedì 1 aprile 2008

UN GIORNO PERFETTO (di G. Gatto)


Amilcare scappava con gli occhi spaventati… Era inseguito. Era chiaro che stavano cercando proprio lui. Si trovava nel giardino immenso di una sorta di reggia. Un palazzo reale o qualcosa di simile, come quelli maestosi che si vedono nei film. Era in mutande e canottiera, quella classica senza maniche. Con i pedalini ai piedi. Magro, piccolo di corporatura, stempiato, sulla cinquantina, i pochi capelli rimasti quasi del tutto bianchi. Si era nascosto dietro un’enorme vaso di pietra a forma di ananas al cui interno troneggiava una splendida chicas. Dei fari lo illuminarono.
“Eccolo!” gridò un uomo con un robusto rottweiler al guinzaglio.
“Mi hanno visto!” sobbalzò. Si voltò e cominciò a correre. Sentiva alle sue spalle grida, concitazione, i latrati dei cani. Ma cosa ci faceva lì? Pensò, cos’era quel posto? Entrò nel palazzo da una grande porta finestra che affacciava sulla corte, si ritrovò in un salone imponente: molto luminoso, con i soffitti alti almeno dieci metri da cui pendevano grandi lampadari di cristallo, stucchi dorati, alle pareti ampi specchi con cornici di legno intarsiato, quadri, arazzi, divani di legno rivestiti di velluto bordeaux stile Luigi XVI disposti lungo le pareti. Continuò a correre goffamente e scivolando a tratti sul pavimento di marmo bianco lucido. Non era mai stato uno sportivo. Attraversò in diagonale il gigantesco salone ed uscì da un’altra porta finestra che dava su un lungo balcone che circondava tutto quel lato del salone.
Li aveva ormai alle spalle, a pochi metri, poteva sentire il respiro affannato e rabbioso dei cani. Vide subito fuori dal cornicione della balconata il bordo di una piscina olimpionica, proprio lì, ad un metro. Non era possibile. Non poteva essere possibile! Ma non ebbe nemmeno il tempo di porsi delle domande, con un salto che stupì lui stesso si tuffò in avanti direttamente dal pavimento del balcone, sfiorando con la pancia il corrimano ed entrò in acqua perfettamente di testa. A metà della corsia uno. Cominciò a dare vigorose bracciate, vedeva il bordo corto della piscina non lontano. Due bracciate e un respiro, due bracciate e un respiro. Ma dove aveva imparato a nuotare così bene? Si chiese. Arrivò a toccare il limite del rettangolo d’acqua e la folla esplose in un lungo e fragoroso applauso. Aveva vinto. Si guardò intorno incredulo, il colossale e imponente palazzo era scomparso. Era finito nel bel mezzo di una competizione di nuoto, intorno le gradinate piene di folla, le telecamere della TV… Un elegante signore gli si avvicinò con il microfono in mano: “E’ contento ragioniere?”. Lui molto confuso non rispose. Salì sul podio, al primo posto, con addosso ancora canottiera, mutanda e calzini fradici, al suo fianco due ragazzoni in tutina nera con cuffia e occhialini che lo sovrastavano per altezza e volume e lo guardavano con rabbia.
Gli misero la medaglia d’oro al collo e in quello stesso momento si svegliò di soprassalto. Guardò la sveglia: le 6:59. Con uno scatto allungò il braccio e la spense, sarebbe suonata alle 7:00 in punto. Sorrise. Era felice come una pasqua. Ricordava il sogno perfettamente. Gli succedeva sempre così quando si svegliava nel mezzo di un sogno, ne ricordava i particolari, i rumori, le immagini, persino gli odori, le sensazioni. Tutto.
“Ma perché stavo scappando?”
L’immagine più bella, quella che lo faceva sorridere felice era il salto in piena corsa direttamente dentro la piscina, come attraverso una finestra spazio-temporale che gli aveva fatto cambiare scena e dimensione. E poi era stato un gesto atletico notevole. Si toccò il pigiama quasi stupendosi che fosse asciutto. Impiegò almeno dieci minuti per tornare pienamente alla realtà. Sentiva i muscoli quasi stanchi per la corsa e la nuotata. Si stiracchiò proprio come a ritemprare il corpo dopo lo sforzo e istintivamente portò di scatto la mano sinistra al petto a cercare la medaglia. Niente medaglia. Ma era felice uguale perché grazie al sogno ed al risveglio improvviso aveva fregato la sveglia. Amilcare era uno preciso, meticoloso. E l’idea che si era svegliato pochi secondi prima della sveglia lo galvanizzava.
“Sarà una magnifica giornata” disse.
Si lavò, fece colazione con il latte tiepido macchiato di orzo e due biscotti al burro, indossò il suo vestito grigio topo a righe verticali sopra la camicia bianca ed un maglione a girocollo dello stesso grigio del vestito. Inforcò i piccoli occhiali tondi, mise l’impermeabile, prese l’ombrello, anche se fuori era una bellissima giornata e si avviò a piedi in ufficio.
Timbrò il cartellino alle 8:00 precise e sorrise di nuovo. Era arrivato puntuale in ufficio senza aumentare o diminuire la sua andatura, senza pensarci e senza mai guardare l’orologio al polso, un vecchio Lorenz d’oro a carica manuale con cinturino di pelle marrone. Riuscire ad essere più preciso degli orari che scandivano la sua giornata lo rendeva estremamente soddisfatto.
“Buongiorno ragioniere”
“Buongiorno Signora Marchini”
E nel salutarla indugiò un tantino sulla generosa scollatura
“Salve Pestalozzi”
“Buongiorno Commendatore” accompagnò il saluto al titolare della ditta con un lieve inchino di deferenza, poi il Ragionier Amilcare Pestalozzi prese posto alla sua scrivania.
Infilò la giacca sulla gruccia di legno e posò questa sull’appendiabiti. Aprì i suoi archivi e cominciò a lavorare sulla contabilità: fatture, bolle, libro mastro, brogliacci. Nella mano destra la matita e la sinistra a digitare vorticosamente numeri, somme, sottrazioni con la calcolatrice elettrica che emetteva dei suoni ritmati ad ogni calcolo stampando e sputando fuori il relativo conteggio sul rotolo di carta. Il ritmo della calcolatrice creava quasi un sottofondo musicale. La velocità con cui digitava i numeri senza sbagliare mai cifra aveva del miracoloso. Aveva ormai perfettamente memorizzato la disposizione e la distanza dei tasti, le sue dita si muovevano praticamente da sole.
Dopo alcune ore tirò su la testa, mosse il collo per stirare i muscoli e si girò di colpo per guardare l’orologio alla parete. “… ne ero sicuro” mormorò fra sé e sé “le undici in punto. L’ho fregato di nuovo”, la sua mania per la precisione e questa sorta di competizione con gli orologi ed il tempo stesso stava diventando sempre più patologica ma era una cosa che teneva per sé. Si alzò, come sempre a quell’ora, andò in bagno e dopo scambiò due chiacchiere con la Sig.ra Marchini, sempre inciampando con gli occhi più del dovuto sulla sua morbida scollatura. Poi tornò al suo posto.
A pranzo anticipò l’orologio di due minuti ma era tranquillo in quanto convinto che uno scarto anche di tre quattro minuti non inficiava i suoi brillanti risultati di orologio biologico vivente.
“Perfetto” si disse “sono un orologio perfetto”. Al bar consumò come al solito un tramezzino, poteva al massimo variare fra un carciofi e mozzarella e un mozzarella e prosciutto cotto con qualche divagazione su tonno e pomodoro e bevve il solito chinotto. Poi il caffè d’orzo, la passeggiata ai giardini ed il ritorno alla scrivania. Alle 14:30 in punto.
“Che caldo!” pensò ad alta voce “e che luce accecante!” si guardò intorno: una spiaggia meravigliosa, una sabbia bianca, fine e impalpabile come cipria che non restava attaccata alla pelle ed alle mani, ed era anche fresca, nonostante il caldo afoso che sembrava penetrare anche nei polmoni. Si spostò di pochi metri, all’ombra di una palma, si stese sulla schiena e guardò alcuni lampi di raggi di sole che penetravano in diagonale attraverso le foglie della palma mosse leggermente dalla brezza. Intorno a lui il verso degli uccelli ed il suono lieve della risacca, non si percepiva altro. “Sono su un’isola!” esclamò Amilcare “sembra di essere in paradiso… Ma io questo posto l’ho già visto! Ah, ecco, il poster gigante dell’agenzia viaggi qui vicino, quella di fianco al bar…”. Sul bagnasciuga passeggiava uno splendido airone, leggiadro ed elegante che poi spiccò dolcemente il volo. Si alzò e si diresse verso l’acqua, incredibilmente azzurra con sfumature blu, verde smeraldo e cobalto. Solo allora notò poco lontano un ragazzo di carnagione olivastra, occhi scuri e capelli neri, con un pareo colorato in vita che stava sistemando dei pesci in una cesta, e che gli sorrise. Poi sparì nella fitta vegetazione. Tutto intorno i colori erano estremamente vivi, accesi ed anche i profumi più intensi del solito.
Si tuffò in quel mare piatto e calmo come uno stagno d’argento, fece alcune bracciate e pensò: “dio che giorno perfetto!”, poi si lasciò andare, pancia all’aria e si fece trasportare dalla tenue corrente galleggiando e facendo il morto: “… il morto?… Oddio, ma non è che sono morto?!?” ripetè dentro la sua testa e si rimise immediatamente in posizione retta. Ora si guardava intorno, c’era solo lui e se quello non era il paradiso effettivamente gli somigliava molto!
“Pestalozzi! Pestalozzi!”
Venne scosso sulla spalla. Si svegliò.
“… Cavaliere, … anche lei qui? … oh ma… mi scusi, … devo essermi addormentato, … mi scusi… non mi è mai successo!”
Intorno a sé aveva il titolare della ditta, il Cavalier Commendator Lo Presti, la Signora Marchini ed il fattorino con ancora le buste ed i pacchi in mano. Era crollato a causa di un fulmineo colpo di sonno sulla scrivania, senza nemmeno aver avuto il tempo di levarsi la giacca.
“Sta bene Pestalozzi? Ci eravamo preoccupati!”
“Sto bene, … sto bene, … devo aver dormito male stanotte, … un colpo di sonno. Chiedo umilmente scusa, davvero… Sono mortificato”
“Ma non si preoccupi, non stia a scusarsi, piuttosto è sicuro di sentirsi bene? Vuole che la faccio accompagnare a casa?”
“No, no, grazie, ora è tutto a posto. Vado a sciacquarmi la faccia e ritorno”
Intanto la scollatura della Signora Marchini si era chinata verso di lui ed aveva detto: “Le ho portato dell’acqua!”. Bevve avidamente.
– Ma cosa mi è successo? Io Amilcare Pestalozzi, venti anni di onorato servizio, che mi addormento alla scrivania! –
continuava il dialogo con se stesso
– E poi questo sogno dell’isola! Cosa vorrà dire? Stanotte la piscina, oggi il mare, e che mare! Devo parlarne con il medico. Mi sembra di stare bene, ma non mi era mai successo di mettermi a dormire così, di colpo, senza nessun controllo! Mio cognato mi raccontò di un colpo di sonno che gli venne alla guida, deve essere stato qualcosa di simile… –
Si lavò il viso e tornò alle sue carte ed alla sua calcolatrice. Tra una somma ed una moltiplicazione continuava a rivedere la sua isola. Quel paradiso terrestre esisteva davvero? Doveva tornarci, cioè… andarci assolutamente.
– Quando esco passo dall’agenzia viaggi – sentenziò.
Dopo diverse ore comparve nuovamente quello strano sorriso sul suo volto, ripose la matita, spense la calcolatrice e si girò lentamente verso l’orologio, aveva lo sguardo di Clint Eastwood prima di un duello con la pistola. 17:59, bang, fece con il dito indice della mano destra puntando l’orologio a mò di pistola.
Indossò giacca e impermeabile, salutò ed uscì quasi di corsa diretto all’agenzia. Arrivò, entrò e puntò con l’ombrello chiuso il grande poster alle spalle dell’impiegata.
“Quel posto lì esiste davvero?”
“Certo che esiste davvero. Sono le Maldive”
“Incredibile! … ma quella sabbia è veramente così bianca, le palme, il mare turchese che sembra finto, è realmente tutto così?”
“Si, si, io non ci sono mai stata ma chi ci va poi ce lo racconta. Sono le Maldive. Sono proprio così, anzi tutti mi dicono che sono molto meglio di come le si vede nel poster!”
“Voglio andarci!”
“Ma certo, là è bella stagione tutto l’anno sa! Può andarci quando vuole. Ha già un’idea sul periodo ed il tipo di struttura?”
“Guardi, io sono anni che faccio le vacanze a Cesenatico, … no, … non ho nessuna idea precisa… vorrei solo rifare, cioè volevo dire fare il bagno lì, in quel mare”
“Prenda questi cataloghi: ci sono diverse isole, molti villaggi, un po’ per tutti i gusti con vari livelli di comfort e servizi. Faccia una cosa, gli dia un’occhiata, così verifica cosa può essere più adatto a lei, cosa l’attrae di più e poi facciamo assieme qualche ipotesi di date e relativi costi, va bene?”
“Va benissimo, grazie. Lei è un angelo”
“Ma si figuri è il mio lavoro”
“Oggi è un giorno perfetto”
“Come dice?”
“No, pensavo ad alta voce. Oggi è stata una gran bella giornata per me”
L’impiegata gli sorrise: “Buona serata”
“Buonasera signorina” e fece un piccolo inchino.
Amilcare si incamminò verso casa e cominciò a sfogliare uno dei cataloghi. I luoghi delle foto erano proprio come nel sogno, gli sembrava nettamente di esserci già stato. E voleva tornarci al più presto. Sfogliò ancora e gli venne la pelle d’oca per l’emozione: una foto a doppia pagina con una palma sulla destra, dolcemente chinata verso il mare, la spiaggia bianca, la luce accecante, il mare di mille sfumature ed un airone sul bagnasciuga…
Semaforo pedonale verde, attraversò la strada. Si fermo sul marciapiede che divideva la strada in due e che conteneva le due corsie del tram.
“Fate largo, sono un medico”
“Ecco, arriva l’ambulanza” disse un passante
una signora si teneva entrambe le mani sul viso, urlava e piangeva…
“Non l’ho visto, non l’ho visto, … vi giuro che è sbucato all’improvviso!!!”
“Non c’è più nulla da fare” disse il medico scuotendo mestamente la testa.
Il semaforo pedonale era diventato rosso ma Amilcare aveva il sorriso dipinto sul volto e le immagini da sogno di quella spiaggia e di quel mare nella mente, nel cuore e strette fra le mani. Dopo una piccola pausa aveva ripreso a camminare, deciso. Non aveva visto che alla sua sinistra stava arrivando silenziosamente e spedito il trentasei. Il tranviere non ebbe nemmeno il tempo di azionare l’avvisatore acustico, il classico dlén-dlén-dlén. Fu un lampo. Il ragioniere venne investito violentemente e sbattuto in terra. Morì sul colpo. Una morte indolore dissero dopo i medici. Istantanea. A suo modo una morte perfetta.
di Giuseppe Gatto

giovedì 20 marzo 2008

RACCONTI, RACCONTI BREVI, STORIE di Giuseppe Gatto


Racconti racconti racconti racconti racconti!!! Per chi ama leggere: racconti brevi, racconti e storie, storie brevi, racconti gialli, storie e racconti, racconti noir, piccole storie, racconti per ridere, racconti comici, racconti umoristici, racconti sulla scuola, racconti sui giovani, storie sull'amicizia, storie di cucina e di sapori, racconti d’amore, racconti sul mondo del lavoro, corti letterari, racconti e storie di Giuseppe Gatto. E ancora: la passione di scrivere, l’amore per la scrittura, scrivere racconti, web tales, blog tales, libri, e-book, storie per sorridere, distrarsi, pensare, emozionarsi. Embrioni di un possibile libro ma anche stupidaggini, idee e pensieri. E per finire: laboratorio di scrittura, esercizi di scrittura, scrittori esordienti, il piacere della lettura, racconti da leggere, scrivere e pubblicare racconti, raccolta di racconti brevi, narrativa, giovane autore (beh, … proprio giovanissimo, no!). Una bacheca per scrivere, essere letto e ricevere critiche, consigli, sberleffi e baci. I commenti sono liberi e graditi.

No, ... non sono impazzito (almeno non adesso!) è che purtroppo i motori di ricerca sono un po’ stupidi, succede che se uno cerca ad esempio “racconti brevi” sul web, questo blog (http://www.giuseppegatto.com/ - racconti e storie di Giuseppe Gatto), che pure ne è pieno, non esce fuori. Perché? Boh! Provo allora pubblicando un post fasullo come questo. Con le magiche paroline all'interno del testo (racconti, storie, etc.). Un post che elenchi in qualche modo cosa c’è in questa scatola virtuale. Vediamo se funziona. Quindi chiedo scusa a chi già mi conosce mentre a tutti gli altri vorrei dire:

“Sei capitato qui (finalmente direi!) cercando dei racconti? Ti piace leggere? Sei nel posto giusto (spero!), ho pubblicato già una buona dozzina di storie brevi. Secondo mia moglie, ... e non solo ... piuttosto belli. Ogni mese ne inserisco un paio di nuovi (... quando trovo il tempo di scriverli! :-). Puoi sfogliare l’archivio racconti qui a lato (o qui sotto). Grazie della visita e buona lettura. Se poi i racconti ti piacciono spargi la voce…”

Se vuoi farti anche quattro sane risate clicca pure sul blog carbonaro “Pensa se avrei studiato!!!” qui in alto a destra!


di seguito i link ai racconti pubblicati fino ad oggi:

LA PRIMA VOLTA (giallo, povertà, sud, violenza)
1994 DIPLOMA DI MATURITA' (comico, scuola, esami, giovani)
LINEA TRE (amore, Roma, tram)
L'ELEFANTE BLU (giallo, prostituzione, Roma)
LA TRATTORIA (storie di cucina, Roma, nostalgia)
CAFFE' CORRETTO (comico, lavoro)
RAVIOLO CARPIATO. Il vestito non basta (comico, ristorante, coppia)
ESTATE ROMANA (giallo, giovani, viaggio, Roma)
CONDOM ALLA FRAGOLA (comico, viaggio, Bologna, internet)
IL POLIZIOTTO (giallo, noir, pistola, violenza)
LA SEPPIA DIVENTO' UNA MELANZANA (comico, scuola, giovani, sud)
L'IMPORTANTE E' CHE TU STIA BENE (lavoro, mobbing, ipocrisia)
ANNA PER SEMPRE (racconto flash)
SPALLATA MUSCOLARE (comico, giovani, vacanze estive)
alcuni di questi racconti brevi sono anche pubblicati su:
ewriters.it, neteditor.it, scrivendo.it, raccontioltre.it, pennelibere, i-racconti, e altrove...

Giuseppe Gatto

domenica 16 marzo 2008

L'IMPORTANTE E' CHE TU STIA BENE (di G. Gatto)


Ferdinando Peretti è il responsabile di un gruppo di venditori in una società di telefonia mobile, filiale di Milano. E’ costretto ad assentarsi per quasi sei mesi per dei seri motivi di salute. Prima di rientrare chiede di poter parlare con il Direttore della filiale, il Dottor Emilio Marzioni, e con il Direttore del Personale, Dottor Armando Calzavacca.
Siamo alla fine di febbraio.
Dr. Marzioni - "Ciao Ferdinando, allora? Cosa è successo? Come stai?"
Ferdinando - "Ora va tutto bene, grazie, ho avuto un po’ di problemi ... piuttosto gravi, diciamo. Certo lo stress sul lavoro non mi ha aiutato. Però sono pronto a ricominciare. Fra un paio di settimane rientro."
Dr. M. - "Guarda che io ho bisogno della tua massima disponibilità, lo capisci? Mi serviresti da ieri per la verità! Ti voglio al centoventipercento! Perché non rientri subito?"
F.- "Sto finendo una terapia, è questione di pochi giorni. Lo sa, io non mi sono mai tirato indietro, ho sempre viaggiato a ritmi forsennati, ... la voglia di lavorare c'è... Certo correre quattordici ore al giorno, sempre in giro per l'Italia, ... non so se riuscirò a riprendere fin da subito lo stesso passo...”
Dr. M. - "Questo un po’ mi preoccupa. Comunque la filiale è grande, una soluzione la troveremo. Lasciami parlare con Calzavacca, ci sono settori dove forse avresti meno pressioni. L'importante è che ora tu stia meglio e che torni fra noi. Lo dico per te!"
F. - "Grazie direttore. A presto!"
Stretta di mano.

Marzo. Sono trascorsi dieci giorni, Ferdinando incontra il Direttore del Personale.
Dr. Calzavacca - "Allora, come va?"
Ferdinando - "Bene, ora è tutto a posto, grazie."
Dr. C. - "Si, ho sentito Marzioni, sono contento. Senti Ferdinando, tu capisci che, ... dopo sei mesi, ... non possiamo lasciarti nel tuo ruolo. Non va bene. L'azienda deve dare dei segnali precisi! Sei stato via tanto!"
F. - "Ma, ... veramente, … non stavo bene!"
Dr. C. - "Eeeh lo so, lo so, ma nel tuo ruolo... uno viene a lavorare pure con la febbre o con il polso rotto, … sai come funziona!"
F. - "mmhm ... io non potevo davvero fare diversamente... e comunque sono pronto a riprendere il mio posto. Certo non voglio nemmeno creare problemi alla società, ... sono disponibile anche a valutare altre opportunità. Non voglio litigare"
Dr. C. - "ma magari, ... visto i problemi che hai avuto, ... forse una situazione con meno pressioni potrebbe esserti più congeniale. Lasciami un mese o due per valutare un po’ di cose e ne riparliamo. Intanto potresti prendere delle ferie arretrate"
F. - "no, grazie. Non ne ho bisogno. Preferisco rientrare fra una settimana, come avevo già comunicato, tanto di cose da fare ce n’è a iosa!"
Dr. C. - "A presto allora, l’importante è che tu stia bene"
Stretta di mano.

Marzo, venti giorni dopo il primo colloquio, Ferdinando Peretti rientra. Incontra il Dr. Marzioni alle macchinette del caffé.
Ferdinando - "Salve, come va?"
Dr. Marzioni - "Ah, eccoti! Bentornato. Ho dato disposizioni di coinvolgerti subito su un paio di progetti a cui tengo molto. Per adesso il tuo team va avanti in autonomia, tu non te ne occupi. Ho anche parlato con il direttore del personale e gli ho detto: - Armando, Peretti è un caro ragazzo, ha avuto delle difficoltà ma ha sempre lavorato sodo. Ora è in una situazione particolare, dobbiamo aiutarlo - proprio così gli ho detto – Aiutalo, ... va assolutamente aiutato! – "
E dicendo così gli dà un’affettuosa pacca sulla spalla.
F. - "la ringrazio direttore, ... grazie. E buona giornata"
Stretta di mano.

Fine di marzo, Ferdinando incontra di nuovo il Dr. Armando Calzavacca.
Dr. Calzavacca - "Ciao Ferdinando, la situazione si sta leggermente complicando. Qui su Milano sto esplorando varie soluzioni ma non c'è nessun ruolo in linea con il tuo profilo, le tue esperienze. Tu sei un funzionario! Sai bene che questa è una filiale. La direzione è a Roma e la sede operativa più importante a Palermo. Io avrei modo di sistemarti molto meglio in una di queste due città"
Ferdinando - "io, ... io veramente vorrei rimanere a Milano, credo sia anche un mio diritto, qui ho la famiglia, i miei parenti, gli amici. Abbiamo un bimbo piccolo. Almeno per i prossimi due anni non me la sento di affrontare un trasferimento e né posso fare avanti e indietro!"
Dr. C. - "Beh, questo rende le cose un po’ più complesse. Vedi, a Roma o Palermo avrei decine di soluzioni ... mentre qui non ne ho nessuna, al momento"
F. - "... allora mi rimetto a fare il lavoro di prima!!"
Dr. C. "Eeeh non è così semplice. Le esigenze aziendali cambiano, stiamo rivedendo l’organigramma... Lasciami ancora un mese di tempo al massimo…"
F. - "Io l’ho già detto, non voglio litigare, ma se mi trasferite mi create un grosso problema…"
Dr. C. "non ti preoccupare vedrai che si risolve tutto. Ci aggiorniamo, ok?"
F. - "va bene. Arrivederci"
Stretta di mano.

Febbraio. Un passo indietro. Sono trascorsi due giorni dal primo colloquio fra Ferdinando e il Dottor Emilio Marzioni. Quest'ultimo incontra a Roma il Dottor Armando Calzavacca.
Dr. Marzioni - "Armando, vedi che sta per tornare quello stronzo di Peretti. Ci ho parlato qualche giorno fa"
Dr. Calzavacca - "Che faccia di culo! Così, … come se niente fosse?!"
Dr. M. - "Già! Guarda, non può assolutamente passare il concetto che uno sta via dei mesi, torna e ritrova la sua scrivania. Mica è a casa sua che fa come cazzo gli pare! Sei d'accordo?"
Dr. C. - "Sfondi una porta aperta! Ma stiamo scherzando?!? Tra l’altro creerebbe un precedente pericoloso..."
Dr. M. - "A me uno così non serve. Toglimelo dalle palle. Fallo f-u-o-r-i. Io ho già messo uno di mia fiducia al suo posto, ufficialmente con un ruolo diverso, ... chiaro. E sta andando benissimo"
A. C. - "Ok. Consideralo già fatto"
Stretta di mano.

di Giuseppe Gatto

mercoledì 27 febbraio 2008

LA SEPPIA DIVENTO' UNA MELANZANA (di G. Gatto)


“Marceeellooo...”
Ore 7.30, era cominciato il rito del disgelo.
“Alzati, … è tardi!”
Era sempre tardi per lei. E non era più credibile. Alzò rumorosamente le tapparelle continuando a sgolarsi:
“Foorzaaa!!!”
Marcello grugnì con la bocca incollata da vinavil e segatura, o almeno così la sentiva.
– Non può essere tardi, non saranno nemmeno le otto... – pensò al rallentatore.
La sveglia automatica vocale intanto continuava inesorabile ogni tre minuti
“Marceeellooo!!!”
Ma il ragazzo doveva affrontare una cosa mica da ridere. Il ritorno alla vita dallo stato di ibernazione. Il ritorno a fatica ad una temperatura normale. E’ così che si sentiva Marcello De Bartolo, detto Etabeta, tutte le sante mattine che Manitù metteva in terra. Non riusciva a svegliarsi. Continuò ad entrare ed uscire dal sonno e dal sogno. Sognava che era sveglio e che si stava alzando o sognava che non riusciva a svegliarsi. O sognava che si era alzato ma poi si era ributtato sotto le coperte o persino che era già vestito e per strada.
Muscoli, nervi e tendini non rispondevano ai comandi. Era l’effetto della criostasi. Come se durante la notte degli alieni gli avessero nebulizzato addosso ghiaccio secco e azoto liquido. Una strana statua di ghiaccio morbida. Per riprendere lentamente contatto con la vita ci metteva almeno trenta minuti di travagliata sofferenza. Sentiva riaffiorare i suoi sensi piano, uno alla volta, ricominciava a udire, anche se in modo piuttosto ovattato e con un ronzio che andava e veniva, sentiva il sangue che riprendeva a scorrere nelle vene ma aveva braccia e gambe ancora troppo pesanti per riuscire a muoverle. Formicolio alle estremità. Un formicaio intero lo stava assalendo. Si sentiva debolissimo e semi-paralizzato. La capacità di riuscire a muovere correttamente la bocca ed articolare dei suoni diversi dai grugniti era uno degli ultimi stadi del ritorno alla realtà. Anche la vista era rallentata e sfocata. Poi a disgelo completato ci vedeva benissimo. Come un falco.
“La sera non ti coricheresti mai e la mattina non ti sveglieresti mai!” erano le parole del nonno che venivano anticipate dal suono del suo mazzo di chiavi che portava sempre in mano e muoveva come una campanella. Arrivava a dare manforte alla mamma.
Non era colpa sua. Marcello, per una misteriosa alchimia, viveva perfettamente allineato con il fuso orario di New York. La notte era in piena attività. Scoppiettante. La mattina alle sette era la notte fonda di una persona normale. Viveva sei ore indietro.
Cominciò a scorgere la luce che entrava dalla finestra, vide la mamma che muoveva le labbra come un pesce. La vedeva alla moviola ed ancora non poteva sentirla, era ancora una figura irreale ed ectoplasmatica.
La lotta con Morfeo sortì finalmente effetto. Grazie al cocktail di urla reiterate e luce accecante del sole alle 8.15 Marcello si alzò. Aveva l’occhio e l’espressione vispa di una carpa di lago pescata da diverse ore.
Il tempo stringeva ma era tutto calcolato al minuto. Si tuffò sui vestiti buttati la sera prima per la stanza. Ci si infilò letteralmente dentro. Si sciacquò in modo superficiale la faccia ignorando la spremuta di arancia che la mamma gli preparava con amore tutte le mattine e che lui non aveva mai bevuto, ingurgitò al volo una zuppa semi-solida e tiepidina di latte e biscotti, prese lo zaino e si lanciò giù per le scale.
- 8.25, fra cinque minuti suona la prima campanella -
Doveva ancora attraversare il campo di pannocchie, la ferrovia, seminare il solito branco di cani randagi… C’era una strada più comoda ma questa scorciatoia gli permetteva di guadagnare sette preziosissimi minuti.
- Le 8.30, fra cinque minuti suona la seconda campanella, poi chiudono il cancello... -
Etabeta era sudato, con il fiatone, tutte le mattine la stessa corsa furibonda. 8.39, il cancello si stava chiudendo, riuscì ad arrivare a bomba sull’anta, mise dentro un piede per bloccarla, il solito scambio di complimenti sulle rispettive mamme con Caronte, il bidello di guardia all’ingresso, e via in aula.
Una scuola di provincia a Montebasso, un paesetto nemmeno tanto piccolo affogato in una vallata circondata dalle montagne della Sila e del Pollino. Un piccolo miracolo climatico: caldo afoso e umido l’estate, da togliere il respiro, con zanzare grosse e aggressive come pterodattili, freddo glaciale e umido l’inverno. Uno dei pochi posti in Calabria dove faceva capolino persino la nebbia.
La prof stava già spiegando. Nel corridoio il barrito di un elefante. Era sempre lui, sedici anni di beata allegria e sfrontatezza. Magro, capelli lunghi e mossi, occhi azzurri. Il risveglio era ormai completo.
“Il signore è arrivato? Se continui a fare questo chiasso ed arrivare sempre in ritardo te ne faccio pentire!”
“Mi scusi Professoré…” e dicendo questo, con la frase ancora a mezz’aria vomitò in mezzo ai banchi. La prof, una povera semplice mamma di famiglia si sentì mancare e vomitò anche lei. Etabeta lo faceva apposta. Così, all’impronta, senza premeditazione. Aveva esagerato con la birra la sera prima e la corsa verso la scuola aveva creato un certo conflitto fra i residui del luppolo e lo zuppone latte&biscotti. Fuori la classe il colpo di improvvisazione del tutto inutile e gratuito, due dita in gola, il primo conato, era entrato ed aveva scodellato il regalo caldo caldo alla platea. Il parapiglia era poi durato una buona mezz’ora. Luigi, il bidello zoppo e obeso come un tricheco, aveva portato un tè alla prof che lentamente si era ripresa. Lui aveva imbastito tutta una storia che si era sentito male, si scusava molto, non gli era mai successo…
E la prima ora di storia era praticamente sfangata.

Matematica. Arrivò il professor Sartorio, un uomo vicino alla pensione che avrebbe volentieri dato fuoco alla scuola ed agli alunni. Soprattutto agli alunni. Completamente sfiancato dalla vita e dalla routine. Come tutte le mattine aprì il giornale e lo sfogliò per dieci, quindici minuti. De Bartolo e Barsazzi cominciarono una competizione sputando delle minuscole palline di chewingum con la bic priva del pennino. La gara consisteva nel colpire le chiome delle ragazze più antipatiche. Cioè tutte! La bic era un’arma strategica non convenzionale condannata dalla convenzione di Ginevra. Poco rumorosa, facilmente occultabile in una mano, rapida ed inesorabile come un fucile di precisione. Ravizza e Laporelli, altri due nullafacenti storici, misuravano invece la loro abilità in esperimenti di pirotecnica minimalista. Con alcuni cerini e la carta stagnola del pacchetto di sigarette confezionavano dei minuscoli razzi a quattro piedini che accesi compivano una parabola di un paio di metri, una simpatica fumata bianca, il classico rumore di cerino acceso ed una puzza acre e persistente. L’abilità stava nel beccare, con un pizzico di fortuna, un lembo di pelle, un colletto di camicia, provocando piccole ustioni ed un po’ di innocuo panico in aula.
Alfieri e Tecchiardi stavano cantando Pino Daniele, ma non a livello dilettantistico. Per l’esattezza loro non cantavano e basta facevano proprio l’orchestra, la base musicale e tutto. Uno faceva “taps-tan-taa-daaa, ... taps-tan-taa-daaa” e l’altro “yes-I-know… my-way…”, batteria, chitarra e sassofono… riuscivano ad esibirsi con la bocca semichiusa, mentre apparentemente sorridevano di un sorriso ebete. Erano difficilissimi da individuare. Si sentiva la musica, sembrava provenisse da lontano, ma non si capiva, nemmeno guardandoli fissi, che erano loro a cantare. E poi il prof stava pensando ad altro. Finì di leggere il giornale, assegnò alcuni esercizi di algebra aramaica e si allontanò dalla classe.
Si accavallarono piccole tragedie. Britti fu colpito da un razzetto e lanciò un urlo quasi ultrasonico, Matarazzi emetteva invece gridolini isterici perché nella sua folta chioma aveva appena scoperto un allevamento di palline di gomma americana. Scoppiò a piangere. Avrebbe dovuto procedere ad una discreta sfoltita dello scalpo, mentre i due cecchini commentavano:
“Quella già è brutta con i capelli lunghi, chissà domani!”
“Ma zitto, magari migliora!”
Fra la seconda e la terza fila di banchi partì spontaneamente un torneo improvvisato di schiaffo del soldato, variante violenta a doppio schiaffo e doppio colpevole.

Federico Tirollo, il più antipatico della classe, era assente. Uno sfigato da manuale. Un po’ più magro, brutto e allampanato di quel regista horror tanto famoso. La faccia perennemente triste, il volto emaciato. Quando lo vedevi ti veniva da toccarti immediatamente i bargigli!
Probabilmente era ridotto in quello stato anche a causa dei genitori, due isterici nevrotici. La mamma di Tirollo era stata la maestra alle scuole elementari di Etabeta ed essendo molto severa ed esigente mentre il suo alunno era un discolo ancora in erba ma già piuttosto vivace se ne fecero di tutti i colori. A vicenda.
Una volta lo aveva sbattuto fuori dalla classe ma Marcello non si era fatto trovare impreparato ed aveva con sé un grosso sacchetto di biglie, rubate ai grandi magazzini giù in città, che sparse con dovizia per l’ampio corridoio. Quando suonò la campanella della ricreazione successe il finimondo: gambe all’aria, tuffi carpiati, panico, urla e qualche lieve ferito.
Non lo mandò più fuori dalla classe ma lo puniva sempre in modo eclatante. Era nata una forma di competizione, comunque impari visto il ruolo e il potere della maestra. In piedi dietro la lavagna per tutta l’ora, tremende bacchettate con un grosso righello di bachelite sulle nocche delle dita, in ginocchio davanti la cattedra, con i compagni -fetenti!- che gli tiravano di tutto e lei che faceva finta di non vedere. Quella cosa gli rimase particolarmente impressa nella mente. Etabeta l’aveva giurato: “non sarà oggi, non sarà domani, ma prima o poi te le farò pagare tutte!”.
Il fato malvagio e bizzarro fece finire il figlio fesso della maestra cattiva proprio con la vittima prediletta di quest’ultima, diventato intanto uno scaltro capobranco.
Era quindi nata una faida naturale, una vendetta trasversale a oltranza che era rafforzata dal fatto che il povero Tirollo sembrava meritare effettivamente tutte le angherie di cui era vittima. Era un predestinato. Sarebbe stato lo zimbello del gruppo anche senza l’aiuto della mamma. Il classico primo della classe. Non suggeriva mai, non passava mai i compiti, gli appunti, non dava mai una dritta, anzi se poteva, sempre con quella espressione da usuraio malinconico, cercava di danneggiare i compagni. Indossava delle camicie tristissime con degli improbabili maglioncini scollo a vu. La mamma aveva solo peggiorato una situazione già complicata di suo.

Qualche giorno prima c’erano state le elezioni d’istituto: i rappresentanti di classe ed altra roba simile. Camillo Piccolo uno dei fedelissimi della banda era al lavoro in segreteria.
“Eta, guarda qua!”
“Che è?”
“Fogli di carta intestata del Preside, già timbrati. Sono stato tutta la mattina in segreteria”
gli occhi di Marcello brillarono.
“Grande Orso!”
“Ho anche le buste naturalmente” e sollevò le sopracciglia dalla felicità!
Lo chiamavano Orso perché a dispetto del cognome era grande e grosso come un grizzly. Per la verità ricordava più un panda per quanto era buono, un ragazzone dall’espressione tenera.
I due si consultarono rapidamente con Pelorosso, Vespino, Superiàm e MacEnroe. Il plotone al completo o quasi.
“Dai, prepariamo la brutta copia, poi andiamo a casa di Mac e la battiamo a macchina”
Pelorosso si mise all’opera.
“Egregi Signori Tirollo…”
“ok, e fino a qui….”
“… con la presente siete convocati con urgenza da parte del Preside…”
“no, metti – …la scrivente… – “ disse Vespino
“… da parte della scrivente Presidenza dell’Istituto Liceo Scientifico Statale Michelangelo Palleschi. E’ impellente l’esigenza di un approfondito confronto con le S.V. in ordine ad alcuni incresciosi episodi di cui si è reso protagonista lo studente …”
“rafforza, metti – e vostro figlio… - disse Superiàm
“… e Vs. figlio Tirollo Federico. Il nostro personale ha purtroppo accertato che il suddetto Tirollo Federico fa uso sconsiderato di sostanze stupefacenti anche all’interno dell’edificio scolastico e nelle ore deputate alle lezioni e cosa ancor più grave è stato sorpreso nei bagni...”
“no aspetta, bagni è poco aulico” fece Etabeta “metti – gabinetti – … anzi no, scrivi – luoghi di decenza! –”
“ah ah ah ... fantastico, vai, vai...” fecero in coro MacEnroe e Vespino
“... è stato sorpreso nei luoghi di decenza riservati alle donne in atti osceni nei confronti di due studentesse trovate in evidente stato di panico e crisi di pianto.”
“Mi sembra che può andare!” disse Pelorosso guardando con soddisfazione il foglio
“Non è che abbiamo esagerato?” disse Vespino
“Secondo me si mettono pure a ridere, … che scrive così un preside?” fece Orso
“Scrive pure peggio! E’ che non se la possono bere! Quello non tocca nemmeno una sambuca figurati gli stupefacenti! Poi la storia dei cessi con le due smandrappate è proprio pura fantascienza, quello sicuro la patata non l’ha mai vista nemmeno in fotografia!” disse Superiàm.
“Oh, ragazzi, non ci dimentichiamo che la spediamo su carta intestata, con timbro e firma, la busta… Se sono i coglioni che tutti crediamo che siano ci possono pure cascare!” fece Etabeta.
“Io approvo. Diamogli una riletta, una sistemata, prepariamo l’originale ed imbuchiamo” disse risolutivamente MacEnroe.

Era arrivata la lettera. Ecco perché Tirollo era assente.
Non gli bastava che tutte le serate, a qualsiasi ora tornassero a casa i suoi compagni di classe passavano a dare una suonatina al suo citofono.
“Notte ragazzi”
“ciao, oh, chi passa a salutare Tirollo?”
“Vado io, sono di strada”
ogni sera, a mezzanotte, all’una, alle due, il citofono suonava inesorabilmente.
“Secondo me ormai si sono abituati”
“ma magari lo staccano...”
“ho una zia che abita nello stesso palazzo, non si può staccare è di quelli fissi al muro!”
“Allora quando passo gli lascio inzeppato pure uno stecchino…”

Quella iena della mamma a momenti sveniva, Federico aveva provato balbettando a negare tutto, effettivamente non sapeva nemmeno di che stessero parlando! Non gli avevano creduto neppure per un attimo! E quella totale mancanza di fiducia lo aveva destabilizzato. Se lo meritavano quel figlio. E lui si meritava quei genitori. Il seguito si seppe solo più tardi. Dopo un’ora di interrogatorio, di urla, strepiti, minacce di chiuderlo in collegio ed un’altra folta lista di punizioni e maledizioni, dopo vari accenni di svenimenti della mamma che continuava ad alzarsi e ributtarsi sulla poltrona con le mani sulla faccia, il papà rosso di rabbia gli mollò un ceffone da olimpiadi greche. Un gesto atletico di notevole portata. Con quella forza impressa alla rotazione del braccio e la rapidità dell’esecuzione se avesse lanciato un disco o un giavellotto avrebbero percorso una parabola da podio. L’unico risultato fu invece un occhio nero e gonfio, preciso ad una seppia.
I due campioni si presentarono in Presidenza il mattino seguente. Di buon ora. Con il figlio in mezzo a loro che faceva tanto Pinocchio fra i gendarmi. La seppia era diventata intanto una melanzana.

Il preside li ricevette intorno alle dieci, guardò e riguardò la lettera, chiamò la segretaria, fece altre due telefonate, non si capacitava. Non sapeva nulla di quella storia ma la lettera sembrava proprio uscita da lì. Anche i toni erano quelli che lui stesso usava per convocare i genitori e dato che non gli succedeva proprio di rado era andato in confusione. Tirollo era uno che passava inosservato, non lo si notava né nel bene, né nel male. Al Preside sembrò di vederlo quella mattina per la prima volta. Dopo mezz’ora di consultazioni con papà e mamma Tirollo bianchi come cadaveri e nervosissimi, finalmente il Capo del glorioso Istituto Michelangelo Palleschi sentenziò:
“E’ un falso. Questa lettera non l’ho scritta io e nemmeno uno dei miei incaricati. O c’è stato uno scambio di persona un errore nel nominativo del ragazzo, cosa che stiamo verificando, oppure trattasi di abile falso” e dicendo queste ultime parole si abbassò gli occhiali sul naso riguardò la lettera da molto vicino e aggiunse: “la carta intestata sembra proprio la nostra, l’hanno fatta uguale…”
Papà Tirollo scoppiò come un clown-con-la-molla dalla scatola magica. Saltò in piedi rosso come un peperone e cominciò ad inveire contro tutto e tutti
“Questi delinquenti dovete arrestarli! Dovete scoprire chi è stato! E’ una vergogna! Come potete permettere che accadano queste cose! Io non avevo creduto per un solo attimo a questa farsa. Conosco mio figlio! Ma ... si metta nei miei panni, ... una lettera del Preside!!”
E il preside cercava di calmarlo: “ora si calmi, su, è tutto finito, si tratta di un episodio increscioso, uno scherzo di pessimo gusto…”
“Io li ammazzo, li ammazzo tutti!!!”
Anche la mamma riprese colore e passò anche lei all’attacco:
“sono quei bastardi dei compagni di classe, quei grandissimi figli di gran put…”
“signora la prego un po’ di contegno!”
Intanto erano entrati in presidenza la segretaria, due professori, Caronte e un altro bidello
“ma che sta succedendo?” disse un professore
“niente niente, uno spiacevole malinteso…” cercò di minimizzare il Preside ma non lo lasciarono nemmeno finire, il duo Tirollo urlando all’unisono incalzava:
“quei pezzi di merda tutte le notti vengono a citofonare mentre dormiamo!”
“e fanno scherzi al telefono!”
“due mesi fa hanno cacato sullo zerbino! Sono stati loro ne sono sicura!”
“Io li ammaaazzo!”
Non ci fu verso di calmarli. Il preside dovette acconsentire alla richiesta del papà di Federico. Voleva guardare in faccia i compagni di classe del figlio. Giurò al Preside che non avrebbe perso la calma, voleva solo guardarli negli occhi.
“Vede” cerco di convincerlo il Preside “non abbiamo la benché minima prova che siano stati loro. Sulla base di semplici supposizioni non possiamo…”
“Preside, voglio solo dire loro che queste cose non si fanno. Con molta calma. Se il colpevole o i colpevoli non sono in quella classe poco male. Una ramanzina fa sempre bene”
“ma io non posso farla entrare...”
“Preside, la prego! Li voglio solo guardare negli occhi. E’ un fatto educativo…”
A educativo il preside si arrese.

Papà Tirollo entrò in classe proprio nel momento in cui questa sembrava l’arena di un circo al momento dei saluti: tutti gli artisti in pista e l’orchestra in piena attività. Alfieri e Tecchiardi cantavano la Turandot a doppio coro, Britti urlava e si dimenava per l’ustione da razzetto, "... maaailmiomisteroèchiusoinmeeee...", in aria ancora fumo e puzza della breve missione spaziale, "... ilnomemio-nessun-sapràaaa...", la Matarazzi circondata da quattro amiche piangeva i suoi capelli, "... all'albaviiin-ceròoooo...", il torneo mediavale di schiaffo violento del soldato era nel suo clou!
“Sileeeenzio!!! Tutti seduti” urlò il preside che di solito sembrava un lord inglese
“dov’è il professore?”
“Starà passeggiando il cane” disse qualcuno dagli ultimi banchi
“Chi è che fa lo spiritoso?!...”
Papà Tirollo non lo fece nemmeno finire ed attaccò in totale disarmonia con le sue buone intenzioni:
“Siete dei bastardi, dei figli di grandissima…”
“Sig. Tirollo la prego!!!”
“… io vi vengo a prendere a casa vostra uno per uno… Vi rompo il culo!!!” e dicendo questo cercava di divincolarsi dal preside che lo teneva per un braccio per infilarsi fra i banchi e farsi giustizia sommaria da solo… La moglie urlava anche lei e lo tirava per l’altro braccio.
“Signor Tirollo!!!” il preside cercava inutilmente di riprendere il controllo della situazione. Quello sputava bava ed inveiva come una tigre feroce, aveva il volto ormai paonazzo e le vene del collo gonfie e tese che sembravano dover scoppiare da un momento all’altro. Ci volle tutta la buona volontà di Caronte e Gambadilegno, richiamati dal gran baccano, per riuscire a fermarlo. Intanto Federico era rimasto vicino la porta mogio mogio e con la faccia pesta tipo Rocky IV alla fine dell’incontro. Osservò mestamente il padre, che ancora gridava a squarciagola e si dimenava come una tarantola, trascinato di peso verso l’ingresso della scuola con la mamma nella sua consueta crisi isterica che prendeva a borsettate Gambadilegno, a calci Caronte e viceversa.
Rimase lì impassibile. I sei lo guardarono, lui guardò loro. In classe calò un silenzio gelido.
“Certo bello scherzo del cazzo!” mormorò Federico con un filo di voce e gli occhi bassi e si andò a sedere al suo posto, al primo banco.
Per la prima volta forse gli amanuensi e battitori a macchina della falsa lettera provarono per lui un po’ di pena ed un principio di pentimento.
Questo non impedì a quella merda di Barsazzi di colpirlo in piena nuca con l’ultimo proiettile di gomma americana rimasto inesploso nella bic.
di Giuseppe Gatto