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martedì 1 luglio 2008

L'ALBERO DELLE MORE (di Giuseppe Gatto)


“Ma è questo?” dissi
Lei fece sì con un cenno del capo ed un lieve sorriso
“Dai, non ci posso credere! Mi prendi in giro…”
“Ma no! E’ lui!”
“Ma il nostro era … più grosso, più alto. Era enorme! E poi era in mezzo al nulla!”
“Amedeo, avevamo sei anni, ci sembrava enorme! Sono passati più di trent’anni. E’ già un miracolo che sia ancora qui, tutte queste case non c’erano. Ora sembra un bonsai!”
– Il nostro bonsai – penso, e invece dico:
“Un bonsai in mezzo al cemento”
“Arrivavamo in bicicletta, quasi tutti i pomeriggi…” riprende lei “era il nostro rifugio, salivamo su e mangiavamo tutte le more che riuscivamo a raggiungere...”
“...troppo buone! Bianche, dolcissime…”
Continuiamo a parlare e a guardare quello che era il nostro mondo. Non ci vediamo da allora. Giovanna ride, con quel suo sorriso infinito che mi metteva soggezione e mi faceva arrossire già a sei anni. Eravamo soltanto due bambini eppure io ne ero perdutamente innamorato, come solo un bambino sa esserlo. Ricordavo perfettamente la luce e l’allegria dei suoi grandi occhi verdi, le fossette sulle sue guance e quel suo modo particolare di ridere. Avevo sette anni quando la mia famiglia cambiò mare e non ci vedemmo più. Oggi sono passato per caso da queste parti e non ho potuto fare a meno di cercarla. E’ tardo pomeriggio ma il caldo è comunque da estate inoltrata. Nell’aria c’è un bell’odore di salsedine e di pietre calde. La sua casa era sempre lì, inclusi il vecchio cancello verde ed il muretto bianco. Sono rimasto immobile per dieci minuti, forse più. Poi ho preso coraggio e l’ho chiamata. Lei è uscita, con il pancione e due marmocchi stupendi attaccati alle gambe. – E’ sempre la stessa – ho pensato – il naso un po’ più importante, qualche ruga, un’aria meno spensierata, ma il sorriso dei suoi occhi e le fossette sulle guance sono proprio lì dove li avevo lasciati –
Giovanna mi ha scrutato per qualche secondo prima di inarcare le sopracciglia, esclamare il mio nome e scoppiare in un sorriso totale. Dopo il caffè di rito siamo usciti a fare una passeggiata, i suoi piccoli sono rimasti in giardino con la nonna.
“Nonna, chi è quel signore?”
“E’ Amedeo, un amichetto della mamma”
Ho notato lo sguardo furbo del maschietto che aggrottava la fronte e probabilmente faticava a catalogarmi nella categoria amichetti, viste le mie dimensioni.
Come guidati da un navigatore satellitare siamo arrivati all’albero delle more.
“Restavamo qui a giocare per ore” continuo guardando il punto dove il tronco si apre come una mano.
“Sì, quest’albero era un castello, un aereo, una nave spaziale...”
“Mah, … io soprattutto venivo per mangiare le more! E poi arrampicarmi sui rami mi faceva sentire molto Tarzan!”
Ride. Mi dà una spinta sulla spalla. Come è bella.
“Giovanna, ma tu lo avevi capito che ero innamorato di te?”
L’ho pensato a bruciapelo ma le mie labbra non si sono mosse di un millimetro.
“Come mai sei scomparso?” dice “Potevi passare a salutarci ogni tanto!”
“Il giorno che dovevo partire venni a salutarti, arrivai vicino al fiume e ti vidi giocare e scherzare con Giulio. Ero a pochi metri da voi quando tu lo hai abbracciato, quasi di scatto, e gli hai dato un lungo bacio sulla guancia, con gli occhi chiusi, lo ricordo bene. Sentii un pugno qui, alla bocca dello stomaco, una vampata di calore in viso e scappai via”
Di nuovo, le labbra non si sono mosse. Poi dico:
“Boh, eravamo bambini…” e alzo le spalle “posso?” lei fa cenno di sì e le sfioro la pancia con la mano. Da quando sono diventato anche io papà, le pance mi fanno una tenerezza infinita.
Mi prende la mano fra le sue: “mi ha fatto piacere rivederti. Ma ora devo scappare. Giurami che ripassi, magari mangiamo un boccone assieme e ci facciamo un bagno, ok?”
“Si certo. Devo andare anche io, ciao Giovanna”
“Ciao”
Il tempo si ferma. Non sento più uccellini e cicale, né il caldo sulla pelle, né la risacca in lontananza. Persino l'aria mi sembra più fredda e rarefatta.
E mi riprendo finalmente ciò che era mio. Il mio bacio sulla guancia.
Con qualche anno di ritardo.


di Giuseppe Gatto


mercoledì 21 maggio 2008

MILENA (di Giuseppe Gatto)


“Non c’èee nieeen-teee, che siaaaa per seeem-preeee, è troooppo ormai che staiii cosi male, il tuo diploma è un fallimento è una laurea per reagiiireeee”.
La voce roca e sensuale di Manuel Agnelli si diffonde dallo stereo con il volume a palla. Sono le tre di notte. I vicini non dicono nulla. Forse si sono rassegnati. Oppure la casa è insonorizzata davvero bene.
Fuori piove. Sono seduto in poltrona, in mutande e maglietta, con lo sguardo concentratissimo sul nulla. Il Jack Daniels è finito da un pezzo ma stringo ancora la bottiglia nella mano destra.
Quasi fosse la boa che mi tiene a galla.
Sento musica e pioggia entrambe in versione molto ovattata. La punta di un trapano mi passa le tempie da parte a parte. Devo aver bevuto troppo.
Ormai sono passate diverse ore che Milena è uscita da quella porta, sbattendosela forte alle spalle e trascinando una grossa valigia. Da un momento all’altro ricompare e facciamo pace…

- “Sei sempre il solito stronzo, non te ne frega nulla di me, non te ne è mai fregato!”
- “ma amore, cosa stai dicendo? Cosa ho fatto?”
- “lo sai benissimo cosa hai fatto” stava urlando, come al solito,
- “calmati, prova a spiegarmelo, ti giuro che non ci sto capendo nulla. E smettila di urlare”
- “urlo quando mi pare cazzo, URLO QUANDO MI PARE VABBENE!”
Urlava veramente come e quando gli pareva. Milena era bravissima ad urlare. Una professionista. Quando le cose andavano bene era la persona migliore che conoscessi, dolce, sorridente, un angelo con lo sguardo da sirena… Bella, radiosa, di un fascino etereo, quasi evanescente. Ma quando si arrabbiava sembrava posseduta dal demonio. La bava alla bocca, gli occhi iniettati di sangue, lo sguardo di una tigre ferita… e cominciava ad urlare, urlare, urlare.
Dio che mal di testa. Devo ricordarmi di comprare un altro Jack. Cerco le ultime gocce ma la bottiglia a base quadrata è completamente secca.
Di solito sta via un’ora o due, poi smaltisce la crisi isterica e ritorna. Ci abbracciamo. A volte facciamo l’amore senza dire nulla. A volte lo facciamo piangendo.

- “Non lo capisci che non mi sento amata, stronzo! Che vorrei di più da te. Che ti vorrei diverso!”
Avevo smesso di risponderle. Non ho più fiato, non ho più parole. Non ho più energia. Sono ormai quasi due anni che mi ripete le stesse cose come un disco rotto. Però la valigia non l’aveva mai fatta. Ma lo so. Poi le passa. Fra un po’ torna.
- “Basta! Sei un pezzo di merda, mi fai schifo, MI FAI SCHIIIFOOOO!”
- “Ti prego, calmati, sei fuori di te”
- “sono CALMISSIMA” urlava. Quando arrivava a quello stadio di urla e insulti non era calma proprio per niente!
Ha buttato in terra un vaso, che incredibilmente non si è rotto! Poi si è chiusa in camera. Ne è uscita piangendo dopo venti minuti con la valigia. Un ultimo vaffanculo urlatomi in faccia a pieni polmoni e poi sbam è sparita dietro la porta.
Ma come siamo potuti arrivare a questo?
Guardo attraverso la finestra: le gocce di pioggia, il buio, qualche luce nella collina di fronte e mi addormento.
Alle sei di mattina ho un sussulto. La poltrona è scomodissima. Dio che male al collo. Ho dormito qualche ora e incredibilmente stringo ancora a me come un bambino in grembo la bottiglia vuota. La guardo speranzoso ma è ancora vuota. Fuori non ha smesso di piovere. Mi guardo intorno sperando di vederla ma in casa non c’è nessuno, oltre a me. Mi viene da pisciare. Vado in bagno, passando vicino al tavolo raccolgo il vaso. Lo tocco con le nocche del pugno ton – ton… ecco perché non si è rotto, è di metallo, avrei giurato fosse di ceramica, ... mi sembrava strano!
Espleto i bisogni fisiologici, ho un bruciore allo stomaco che sembra una fissione nucleare. Il mio sguardo si sofferma sullo specchio. Non sono un bello spettacolo, eppure a Milena piaccio, che gusti... è che non gli piaccio più dentro. Vuole di più, mi vuole diverso. Dovrei decidermi a crescere… Ma se solo capissi per davvero cosa diavolo vuole. Crescere, cambiare, diverso. Si, ma cambiare cosa? Diverso come?
Altra stilettata di acido alla bocca dello stomaco. Come un pugno liquido.
Devo aver bevuto proprio troppo. Devo mangiare qualcosa. E anche comprare un’altra bottiglia di distillato di cereali invecchiato in botte. Cerco le calze sul pavimento, prendo la camicia sul divano, test olfattivo discreto, la indosso. Il pantalone dove l’ho messo? Ah, eccolo. Faccio un salto giù al bar. Guardo l’orologio al muro, sono passate da poco le sette.
Fuori c’è un odore di strada e prato bagnato, il profumo di quando smette di piovere. Infatti ha smesso e sta tornando il sereno . Magari è un buon segno. Bello quest’odore, tiro dentro l’aria dal naso con un profondo respiro, chiudo gli occhi. Li riapro che mi gira la testa, ho inspirato troppo ossigeno tutto insieme!
- “Ciao Marco, Buongiorno. Ti sei alzato presto stamattina!”
- “Si, certo, ora vado anche a fare un po’ di footing. … Fammi un cappuccio, và… e dammi anche due brioche, chissà mi passa stò bruciore. Ah, … e non dire stronzate di prima mattina che lo sai che non riesco a reagire. Ce l’hai una bottiglia di Jack Daniels?”
- “quante ne vuoi”
- “per ora ne basta una…”
Compro anche il quotidiano e torno su nel nido.
Milena non è tornata.
Vinco l’orgoglio e provo a chiamarla, non è mai stata via così a lungo. Il telefono è staccato. Riprovo. Niente.
Apro la bottiglia e mi butto in gola un’abbondante sorsata che mi infiamma il petto. Sollievo.
Comincia a mancarmi. Più passa la sbornia e più mi manca. Il suo corpo, il suo profumo, la sua voce, l’angolo del suo viso, fra il naso e la fronte, quando mi si appoggia sul petto e nell’incavo del mio collo, la sua posizione preferita per dormire.
Il sole compare all’improvviso, fortissimo, sembra esplodere. Una lama di luce entra nel soggiorno. Dio la testa. Devo dormire, vado in camera, il letto è ancora sfatto è il suo odore è ancora lì che galleggia a mezz’aria. Mentre alzo le lenzuola e mi sfilo i pantaloni vedo sul comodino il foglio piegato. Una lettera. Mi ha scritto una lettera! E’ piegata in due, la prendo e la apro.
Un brivido ghiacciato mi entra da non so dove alla base della nuca, scende giù per la schiena e mi piega le gambe, come una frustata. Cado seduto sul bordo del letto e rileggo di nuovo quelle poche righe.
E piango. Finalmente piango. Con la testa fra le mani. Inebetito.
Milena non tornerà più.

di Giuseppe Gatto

racconti e storie di Giuseppe Gatto

martedì 15 aprile 2008

ANNA PER SEMPRE (di G. Gatto)


Ore 09:00
- “Quando ti fai il caffè potresti pulire la macchinetta per favore?”
- “Si Anna, hai ragione, …scusa mi sono distratto … Comunque buongiorno eh!”
- “Ti distrai un po’ troppo spesso! (alza la voce) E’ che a te ti frega solo delle cose tue. Quando è stata l’ultima volta che hai portato giù la spazzatura? E la spesa? Da quando è che non fai la spesa?”
- “Senti, per favore, (allarga le braccia) non ho pulito la macchinetta del caffè (alza la voce anche lui) ma ora non attaccare la solita solfa. E’ sabato mattina. Ti prego! Ogni week end la stessa battaglia!”
- “Solo perché gli altri giorni ti vedo poco…” (voce molto avvilita)
- “Vabbè, ciao, io esco. Ci vediamo per pranzo”
- “Io vado a mangiare da mamma, vieni pure tu?”
- “No, ti prego! Dai tuoi no, ci andiamo pure domani! … Passo a prenderti dopo pranzo, andiamo a fare la spesa assieme, ok?”
- “… (lunga pausa) … si, vabbè. Ma tu ora dove vai?”
- “Non cominciare! (molto seccato) Mi vedo con Ugo, te lo avevo detto! Devo aiutarlo a montare il pergolato...”
- “Me ne ero dimenticata, scusa… (sospiro) ci vediamo verso le tre”

Ore 18:00
- “Pronto?”
- “Laura, amore, sono io”
- “Ciao anima mia. Stamattina sei stato fantastico…”
- “Laura, senti …” (lunga pausa)
- “Cosa c’è? … Ti sento strano. Tutto bene?!”
- “Anna… (pausa) Anna è morta”
- “Tua moglie?!”
- “Si, (seccato) quante Anne conosci?”
- “Oddio!!! (scoppia a piangere) L’hai, … l’hai uccisa tu?”
- “Ma che dici, sei pazza?! E’ stato un … si, un colpo di fortuna. Eravamo andati al supermercato. Un’auto l’ha investita, davanti i miei occhi. E’ morta sul colpo, non ha sofferto.”
- “Mioddio come sei cinico! (alza la voce e piange ancora più forte) Sei un mostro! Mi fai paura!”

- “Ma ora siamo liberi, capisci? Finalmente liberi! Di amarci, di essere felici, … è quello che abbiamo sempre desiderato!”
- “… Stronzo! (urla forte) Sei disgustoso! Mi fai schifo! Io desideravo che tu la lasciassi, … non che morisse!”
- “Beh, (con voce bassa e pacata) mi ha lasciato lei... Per sempre”

di Giuseppe Gatto

racconti e storie...

giovedì 20 marzo 2008

RACCONTI, RACCONTI BREVI, STORIE di Giuseppe Gatto


Racconti racconti racconti racconti racconti!!! Per chi ama leggere: racconti brevi, racconti e storie, storie brevi, racconti gialli, storie e racconti, racconti noir, piccole storie, racconti per ridere, racconti comici, racconti umoristici, racconti sulla scuola, racconti sui giovani, storie sull'amicizia, storie di cucina e di sapori, racconti d’amore, racconti sul mondo del lavoro, corti letterari, racconti e storie di Giuseppe Gatto. E ancora: la passione di scrivere, l’amore per la scrittura, scrivere racconti, web tales, blog tales, libri, e-book, storie per sorridere, distrarsi, pensare, emozionarsi. Embrioni di un possibile libro ma anche stupidaggini, idee e pensieri. E per finire: laboratorio di scrittura, esercizi di scrittura, scrittori esordienti, il piacere della lettura, racconti da leggere, scrivere e pubblicare racconti, raccolta di racconti brevi, narrativa, giovane autore (beh, … proprio giovanissimo, no!). Una bacheca per scrivere, essere letto e ricevere critiche, consigli, sberleffi e baci. I commenti sono liberi e graditi.

No, ... non sono impazzito (almeno non adesso!) è che purtroppo i motori di ricerca sono un po’ stupidi, succede che se uno cerca ad esempio “racconti brevi” sul web, questo blog (http://www.giuseppegatto.com/ - racconti e storie di Giuseppe Gatto), che pure ne è pieno, non esce fuori. Perché? Boh! Provo allora pubblicando un post fasullo come questo. Con le magiche paroline all'interno del testo (racconti, storie, etc.). Un post che elenchi in qualche modo cosa c’è in questa scatola virtuale. Vediamo se funziona. Quindi chiedo scusa a chi già mi conosce mentre a tutti gli altri vorrei dire:

“Sei capitato qui (finalmente direi!) cercando dei racconti? Ti piace leggere? Sei nel posto giusto (spero!), ho pubblicato già una buona dozzina di storie brevi. Secondo mia moglie, ... e non solo ... piuttosto belli. Ogni mese ne inserisco un paio di nuovi (... quando trovo il tempo di scriverli! :-). Puoi sfogliare l’archivio racconti qui a lato (o qui sotto). Grazie della visita e buona lettura. Se poi i racconti ti piacciono spargi la voce…”

Se vuoi farti anche quattro sane risate clicca pure sul blog carbonaro “Pensa se avrei studiato!!!” qui in alto a destra!


di seguito i link ai racconti pubblicati fino ad oggi:

LA PRIMA VOLTA (giallo, povertà, sud, violenza)
1994 DIPLOMA DI MATURITA' (comico, scuola, esami, giovani)
LINEA TRE (amore, Roma, tram)
L'ELEFANTE BLU (giallo, prostituzione, Roma)
LA TRATTORIA (storie di cucina, Roma, nostalgia)
CAFFE' CORRETTO (comico, lavoro)
RAVIOLO CARPIATO. Il vestito non basta (comico, ristorante, coppia)
ESTATE ROMANA (giallo, giovani, viaggio, Roma)
CONDOM ALLA FRAGOLA (comico, viaggio, Bologna, internet)
IL POLIZIOTTO (giallo, noir, pistola, violenza)
LA SEPPIA DIVENTO' UNA MELANZANA (comico, scuola, giovani, sud)
L'IMPORTANTE E' CHE TU STIA BENE (lavoro, mobbing, ipocrisia)
ANNA PER SEMPRE (racconto flash)
SPALLATA MUSCOLARE (comico, giovani, vacanze estive)
MILENA (amore)
alcuni di questi racconti brevi sono anche pubblicati su:
ewriters.it, neteditor.it, scrivendo.it, raccontioltre.it, pennelibere, i-racconti, e altrove...

Giuseppe Gatto

domenica 20 gennaio 2008

IL GIRASOLE. L’estate, il mare, il pattino (di G. Gatto)


Era in pensione già da qualche anno ma era ancora forte e pieno di energia. Schiena dritta e portamento fiero. Aveva fatto la guerra. Ma non ne parlava volentieri. Quando gli scappava qualche ricordo gli si adombrava il viso.
Magro, atletico, portava dei piccoli occhiali rettangolari. Da qualche anno anche il bastone da passeggio.
Amava il sole, il mare, il caldo. Il suo sogno era andare a vivere ai Caraibi, dove era sempre estate.
Era anche per via di quella brutta sinusite che lo costringeva a passare gli inverni spesso tappato in casa. Appena prendeva un po’ di freddo erano dolori. L’inverno lo invecchiava. Gli metteva addosso vestaglia e pantofole e lo sedeva davanti la televisione. Come a molti altri vecchi di città.
La mattina andava a fare la spesa ed altre tremila faccende che riusciva ad inventarsi, fuori, in casa o giù in cortile. Le tapparelle della finestra, il cancello, il prato, le provviste in cantina...
Montava, smontava, puliva, aggiustava, innaffiava, sistemava, andava, veniva. Instancabile. Salvo poi rientrare per il pranzo sbuffando: “Eh..., devo fare sempre tutto io!” con la variante “Eh, se non ci penso io!”
Quando usciva era coperto come un orsacchiotto. Cappotto, cappello, sciarpa. L’immancabile bastone. E la mano schiacciata sulla bocca e sulle guance, a proteggere dal freddo il dolore di quella maledetta sinusite.
Sotto il cappotto era sempre impeccabile nei suoi abiti grigi o verde scuro. Sempre in giacca, a volte anche cravatta e pochette da taschino. Un eleganza sobria e naturale.
Appena la primavera si inoltrava sui campi lui riempiva la sua vecchia Innocenti come una roulotte. Svuotava la cantina e ci ricopriva l’auto.
E partiva per il mare.
Ringiovaniva di dieci anni. Ogni volta.
Sul portapacchi della sua indistruttibile macchina verde bottiglia fra le altre cose c’erano ombrellone, sdraio, remi e salsicciotti. Quei cosi gonfiabili che aveva scoperto fra i primi in Italia e che gli permettevano di tirare sulla spiaggia il pattino e rimetterlo in mare da solo. O quasi. Il fedele natante lo aspettava al villaggio al mare. Conservato con amore.
Questa era la sua vita da giugno a settembre.
Al mattino presto si alzava, faceva colazione con cafféllatte e pane raffermo, abitudine cementata dai tempi del collegio. Poi si vestiva con maglietta a maniche corte, di colori spesso sgargianti, pantaloncino largo che arrivava quasi al ginocchio, cappello con la visiera, occhiali da sole rettangolari. Ed andava a vedere il mare.
A piedi.
Se il mare era calmo lui era felice. Si usciva con il pattino.
“Oggi l’acqua è una tavola” diceva sorridendo.
Se il mare era mosso tornava a casa un po’ afflitto
“eh, il mare è agitato...”.
Tutto il paese era uscito su quella specie di barcone blu.
La preparazione era meticolosa. Caricava la macchina con tutte quelle cose che gli altri lasciavano sulle barche ma lui invece riportava a casa tutti i giorni. Gli scalmi, i remi, i salsicciotti, il coperchio del vano che faceva anche da seduta, il salvagente. Poi l’ombrellone ed almeno due sedie a sdraio. Quelle in legno e tela.
Arrivava ad un passo dalla spiaggia. Slegava gli elastici e scaricava il portapacchi.
Piantava l’ombrellone quasi sul bagnasciuga. D’altronde a quell’ora non c’era ancora nessun altro. Sistemava le sedie a sdraio. Più tardi sarebbero state popolate dalla famiglia, che lui adorava: la moglie, le figlie, a volte i nipoti.
Quindi cercava un posto all’ombra per la macchina. Odiava trovarla al sole. L’auto era un girasole al contrario. Cercava sempre disperatamente l’ombra. Sembrava che fosse lei a chiedere:
“Mi sposti all’ombra?”.
Altrimenti non si spiega come mai a volte lui uscisse da casa, anche più volte al giorno, per spostare la macchina anche quando sapeva che non l’avrebbe dovuta usare.
Certamente nel caso fosse servita gli occupanti l’avrebbero trovata all’ombra e bella fresca.
Poi si dedicava alla sua creatura. Metteva al loro posto il coperchio-sedile, i remi e trovava sempre qualcuno che gli desse una mano per metterla in acqua.
Non gli aveva mai dato un nome.
Era semplicemente il pattino. Una volta, molti anni prima, era rosso, poi lo cambiò con un modello ancora più grande, sopra blu mare sotto bianco.
Si faceva un giro da solo. Lui e il mare. Remava lentamente ma in modo vigoroso. Così non si stancava e non gli usciva una sola goccia di sudore.
La spiaggia cominciava a popolarsi e cominciavano i turni.
Qualcuno lo chiamava sbracciandosi dalla riva. Lui arrivava, caricava tre, quattro persone, famigliole intere o solo bande di figli e nipoti di amici e conoscenti. E si ripartiva. Si andava a largo a fare i tuffi e a fare il bagno dove l’acqua era pulita. Limpida e blu. O semplicemente a prendere il sole in mezzo al mare.
O si andava, specie con i più piccoli, allo scoglio non lontano da riva. Sempre per fare il bagno e tuffarsi.
Era un’imbarcazione imponente, in vetroresina, leggera ma anche grande e robusta. Ci si poteva stare anche in otto, stendersi a prendere il sole ed usarla come trampolino senza il rischio che si capovolgesse.
Dopo mezz’ora al massimo tornava a riva. Scendeva un gruppo e ne saliva un altro. Gli sembrava ingiusto non accontentare tutti. Così ogni giorno sul pattino blu salivano tante persone diverse e lui era amico di tutta la spiaggia.
L’esclusiva la possedevano solo le figlie e i nipoti. Una sola figlia per la verità perchè l’altra aveva paura di andare a largo e restava ben ancorata al bagnasciuga con tanto di inutili pinne ai piedi. I nipoti venivano a trovarlo una o due volte al mese ed in quei giorni lo zatterone a remi portava a zonzo quasi solo loro. Tanto scendevano in spiaggia non prima delle undici, quindi c’entravano almeno quattro turni pre-nipoti!
Non lo prestava però. A nessuno. Sul pattino poteva salire chiunque ma ai remi c’era sempre lui. Il capitano, come lo chiamava qualcuno.
Le solite eccezioni erano per pochi eletti. I soliti nipoti, loro si, potevano mettersi ai remi. Ma dovevano remare come lui. In modo costante, lento, regolare. Altrimenti ritornava al posto di comando.
Non amava la pesca ma accompagnava volentieri i suoi amici a pescare. In quel caso tutta la consuetudine non cambiava, semplicemente veniva anticipata di qualche ora.
Quando si avvicinava l’ora di pranzo rientrava. A tirar su la barca, con l’aiuto dei magici salsicciotti, c’era sempre mezza spiaggia. Tutti quelli che vi erano saliti. Quindi poteva dirigere le operazioni senza spingere.
Poi riprendeva tutto l’armamentario: ombrellone-sedie-remi-scalmi-coperchio, ricaricava il portapacchi della Innocenti e legava il tutto per bene con un paio di robusti elastici. Quindi faceva ritorno a casa, a cinquecento metri dal mare.
Ad aspettarlo c’era la moglie, la sua compagna di una vita. Più di messo secolo vissuto in completa simbiosi, l’uno per l’altra. Come quegli uccelli che dividono per tutta l’esistenza lo stesso nido e gli stessi cieli. Raramente lei scendeva in spiaggia. Forse era anche gelosa di vedere tutte quelle donne che lui scarrozzava in lungo e in largo. E poi non amava molto il mare.
Però cucinava in modo superbo. Ogni giorno era un pranzo luculliano. Soprattutto se avevano ospiti. Ed avendo tanti parenti ed amici non era raro che succedesse.
Dopo mangiato calava il coprifuoco.
Il capitano andava a dormire e quando si svegliava, dopo un paio di ore o più, faceva al massimo una passeggiata. Il pomeriggio era anche dedicato al rito del quotidiano che leggeva avidamente da cima a fondo.
Gli volevano tutti bene. Era una presenza costante per tutta l’estate. Estate dopo estate. Sempre lì ad armeggiare alla barca, alla macchina, a scrutare il tempo all’orizzonte o cercare chi voleva farsi un giro scrutando dal pattino verso la spiaggia. Sempre con la mano a parare il sole e proteggere gli occhi. Sempre con le sue magliette colorate. La gialla spesso preferita alle altre.
Un giorno mise il suo fido guscio galleggiante a mare. Da solo. Non lo vide nessuno. Cominciò a remare verso il largo. Lentamente. Si sentivano solo i suoni che fa il remo entrando in acqua e lo scalmo ruotando su se stesso.
E non tornò più.

di Giuseppe Gatto

racconti e storie di Giuseppe Gatto

martedì 13 novembre 2007

LINEA TRE (G. Gatto)


Aldo rivede tutte le mattine lo stesso film. Risveglio a fatica, molta. Toilette minimalista, yogurt bianco, caffè. Poi, lento pede, verso il tre, l’anziano e fedele bruco a rotaie che da quasi due anni lo accompagna in ufficio.
Correttore di bozze per una rivista di patiti del web. Non che la leggano in tanti né che lo coprano d’oro, ma tutto sommato è pur sempre meglio di un lavoro vero. E’ divertente, gli tocca leggere un mucchio di roba strana ed a volte scoppia a ridere da solo fino alle lacrime.
Quarant’anni, pochi capelli, un divorzio alle spalle e la tipica goffaggine di chi ha diversi chili di troppo. Vive da solo, gli amici lo descrivono come un tipo simpatico, allegro e soggetto ad inspiegabili sbalzi di umore.
Arrivano insieme a Porta Portese, lui ed il tre.
Splende un sole caldo e accecante. Aldo continua a sonnecchiare e sbadigliare per diverse fermate. Piramide, Circo Massimo, Colosseo.
(Dio quant’è bella Roma) pensa.
Viale Manzoni. E’ quasi arrivato.
Scorge una ragazza a diversi metri da lui, lo incuriosisce il libro che lei sta leggendo completamente assorta. Ha un’aria familiare, il libro. Cerca di mettere a fuoco la copertina, il tram è pieno come un uovo e le vibrazioni non aiutano. Benni! Terra di Stefano Benni. Un piccolo capolavoro che lui ama ed ha letto più volte.
Di colpo posa lo sguardo sulla ragazza e la trova terribilmente interessante. Come se la passione per la stessa lettura avesse disegnato un invisibile elastico che lo attrae verso di lei. La vede per la prima volta, o almeno così gli sembra.
Si perde per un istante nei suoi pensieri e la sconosciuta scompare. Più semplicemente è scesa.
Porta Maggiore. Scende anche lui, un pò turbato.
Al lavoro combina poco e raccogliendo una serie di fotogrammi sparsi qua e là nella sua testa realizza che nei suoi assonnati tragitti mattutini quella tipa l’ha già vista più volte. Per mesi. Hanno evidentemente orari simili ed oltre a Benni anche la linea tre in comune.
(Ma come ho fatto a non notarla prima!?)
L’ha guardata per pochi secondi ma è come se un fulmine avesse squarciato il quadrato di cielo sopra la sua testa. E’ bellissima! Alta, due grandi occhi scuri da cucciolo di foca, una folta e disordinata capigliatura leonina, naso leggermente all’insù, due labbra carnose che incorniciano un sorriso disarmante. Molto più giovane di lui. I loro sguardi si sono incrociati per un breve istante. Forse ha anche sorriso nella sua direzione! E’ tutto quello che ricorda ma è più che sufficiente per procurargli uno stretto nodo allo stomaco ed un’erezione quasi dolorosa.
La sera riprende il tram ma non la vede.
Una volta a casa affoga la delusione in due piattoni di pasta e fagioli preparata con le sue manine: olio extra-vergine, aglio, cipolla, pancetta, sedano, carota, peperoncino e discreta quantità di vino rosso, a parte.
Stessi orari solo al mattino. Aldo ormai prende il tre con il solo scopo di incontrarla. Deve riuscire a conoscerla. Il fatto che intanto va in redazione è del tutto accidentale.
Nei giorni seguenti oltre a tuffarsi in quel sorriso che lo ha colpito al mento ha modo di farle una sorta di risonanza magnetica oculare continuandosi a dare del cretino per non averla notata prima.
E’ davvero dannatamente bella, piena di curve e morbidezze al posto giusto, vita stretta, tacchi alti, due gambe che partono da polpacci snelli, affusolati e non finiscono mai scomparendo in una gonna corta e spagnoleggiante. Dolcezza ed aggressiva sensualità.
Timido e impacciato come tutti i ciccioni Aldo mette progressivamente in pratica una serie di azioni degne delle migliori giovani marmotte. Ogni giorno cerca di capitarle sempre più vicino senza dare troppo nell’occhio. Finalmente, dopo quasi una settimana di appostamenti il colpo di fortuna. Il solito scooter smarmittato che sorpassa a zig-zag e si schianta con rumore di vetro e ferraglia su una Panda.
Il tram frena bruscamente.
Libro in terra. Che intanto è diventato Miami Blues.
Aldo lo raccoglie:
“il tuo libro”
“oh, grazie” lei porge la mano. Si sfiorano
(che voce calda!)
“bello Willeford, li ho letti praticamente tutti”
“ma dai! ... si molto bello”. Sorriso infinito. Le sorride tutto il viso
Sguardo inebetito di Aldo. E’ pietrificato.
“sono arrivata. Ciao”
(Ciao) pensa Aldo, ma non riesce nemmeno a dirlo.
Poi si dà del cretino con particolare accanimento.
(Non le ho nemmeno chiesto come si chiama! Cazzo!)
Ogni tanto si avvicina ad un collega e gli dice: “mi dai un ceffone?” ma non trova nessuno in vena di violenta generosità. Rimedia solo un inutile ed affettuoso buffetto.
Per un paio di settimane non la incontra. E’ disperato.
(E se avesse cambiato lavoro? Casa? Città?)
Non capisce se sia amore o qualcosa di simile ma pensa a lei in continuazione e comincia anche a dare corpo ai suoi pensieri. Sente la pelle di lei sotto le sue dita. Sogna ad occhi aperti di abbracciarla, cingerle i fianchi da dietro, appoggiato ai sostegni del tram, con i raggi di sole che entrano prepotenti dai finestrini, e baciarla sul collo, con il capo di lei chino all’indietro sulla sua spalla. Poi cercare e trovare le sue labbra, e perdersi dentro la sua bocca, i suoi capelli, il suo profumo, che lui ricorda perfettamente, fresco, alla frutta.
Architetta almeno cinque stratagemmi diversi per scendere alla sua fermata, presentarsi come si deve e poi accompagnarla. Vuole conoscerla, sapere tutto di lei. Chi è, cosa fa, cosa ama, che musica ascolta, se le piace più il vino o la birra. Le farà una corte discreta, dolce, insistente. La porterà a scoprire insieme i mille angoli affascinanti di Roma. La porterà al mare, a giocare sulla sabbia, a mangiare il sushi, ad ascoltare Jazz a Trastevere. La porterà. La porterà. La porterà...
Solo che Aldo non la incontrerà più.
di Giuseppe Gatto