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martedì 1 aprile 2008

L'OROLOGIO PERFETTO (di G. Gatto)


Amilcare scappava con gli occhi terrorizzati… Era inseguito. Era chiaro che stavano cercando proprio lui. Si trovava nel giardino immenso di una sorta di reggia. Un palazzo maestoso come quelli che si vedono nei film. Stava accucciato in mutande e canottiera, quella classica senza maniche e calzini corti bianchi ai piedi. Magro, piccolo di corporatura, sulla cinquantina, pochi capelli in testa e quasi del tutto bianchi.
Si era nascosto dietro un’enorme vaso di pietra a forma di ananas al cui interno troneggiava una splendida chicas. Dei fari lo illuminarono.
“Eccolo!” gridò un uomo con un robusto rottweiler al guinzaglio.
– Mi hanno visto! – sobbalzò. Si voltò e cominciò a correre. Sentiva alle sue spalle grida, concitazione, i latrati dei cani. Ma cosa ci faceva lì? Pensò. Cos’era quel posto? Entrò nel palazzo da una grande porta finestra che affacciava sulla corte, si ritrovò in un imponente salone, molto luminoso, con i soffitti alti almeno dieci metri, pieni di stucchi dorati, da cui pendevano smisurati lampadari di cristallo. Alle pareti specchi giganteschi con cornici di legno intarsiato, magnifici quadri e tutto intorno divani di legno rivestiti di velluto bordeaux stile Luigi XVI. Continuò a correre goffamente e scivolando a tratti sul pavimento di marmo bianco lucido. Non era mai stato uno sportivo. Attraversò in diagonale il sontuoso salone ed uscì da un’altra porta finestra che dava su un lungo balcone che circondava tutto quel lato della sala.
Li aveva ormai addosso, alle sue spalle sentiva il respiro affannato e rabbioso dei cani. Vide fuori dal cornicione della balconata il bordo di una piscina olimpionica, proprio lì, ad un metro. Non era possibile. Non poteva essere possibile! Non ebbe il tempo di porsi domande, con un salto che stupì lui stesso si tuffò in avanti direttamente dal pavimento del balcone, sfiorando con la pancia il corrimano ed entrò in acqua perfettamente di testa. A metà della corsia uno. Cominciò a dare vigorose bracciate, vedeva il bordo corto della piscina non lontano. Due bracciate e un respiro, due bracciate e un respiro. Ma dove aveva imparato a nuotare così bene? Si chiese. Arrivò a toccare il limite del rettangolo d’acqua e la folla esplose in un lungo e fragoroso applauso. Aveva vinto. Si guardò intorno incredulo, il colossale palazzo era scomparso. Era finito nel bel mezzo di una competizione di nuoto. Intorno vedeva gradinate piene di folla, colori, le telecamere della TV…
Un elegante signore gli si avvicinò con il microfono in mano:
“E’ contento ragioniere?”
Lui molto confuso fece cenno di si con la testa. Salì sul gradino più alto del podio con ancora addosso canottiera, mutande e calzini fradici, al suo fianco due ragazzoni in tutina nera con cuffia e occhialini, che lo sovrastavano per altezza e volume, lo guardavano con rabbia.
Una splendida donna con i capelli vaporosi, l’abito rosso stretto attorno alle curve pericolose ed un vistoso decoltè gli mise la medaglia d’oro al collo. In quello stesso istante si svegliò di soprassalto. Guardò la sveglia: le 6:59. Con uno scatto allungò il braccio e la spense, sarebbe suonata alle 7:00 in punto. Sorrise. Era felice come una pasqua. Ricordava il sogno perfettamente. Gli succedeva sempre così quando si svegliava nel mezzo di un sogno, ne ricordava i particolari, i rumori, le immagini, persino gli odori, le sensazioni. Tutto.
– Ma perché stavo scappando? –
L’immagine più bella, quella che lo faceva sorridere felice era il salto in piena corsa direttamente dentro la piscina, come attraverso una finestra spazio-temporale che gli aveva fatto cambiare scena e dimensione. E poi era stato un gesto atletico notevole. Si toccò il pigiama quasi stupendosi che fosse asciutto. Impiegò qualche minuto per tornare pienamente alla realtà. Sentiva i muscoli quasi stanchi per la corsa e la nuotata. Si stiracchiò proprio come a ritemprare il corpo dopo lo sforzo e istintivamente portò la mano sinistra al petto a cercare la medaglia. Niente medaglia. Ma era felice uguale perché grazie al sogno ed al risveglio improvviso aveva fregato la sveglia. Amilcare era uno preciso, meticoloso. E l’idea che si era svegliato pochi secondi prima della sveglia lo galvanizzava.
“Sarà una magnifica giornata” disse.
Si lavò, fece colazione con il latte tiepido macchiato di orzo e due biscotti al burro, indossò il suo vestito grigio topo a righe verticali sopra la camicia bianca ed un maglione a girocollo dello stesso grigio del vestito. Inforcò i piccoli occhiali tondi, mise l’impermeabile, prese l’ombrello, anche se fuori era una bella giornata e si avviò a piedi in ufficio.
Timbrò il cartellino alle 8:00 precise e sorrise di nuovo. Era arrivato puntuale in ufficio senza aumentare o diminuire la sua andatura, senza pensarci e senza mai guardare l’orologio al polso, un vecchio Lorenz d’oro a carica manuale con cinturino di pelle marrone. Riuscire ad essere più preciso degli orari che scandivano la sua giornata lo rendeva estremamente soddisfatto.
“Buongiorno ragioniere”
“Buongiorno Signora Marchini”
E nel salutarla indugiò un tantino sulla generosa scollatura che gli ricordava quella dell’avvenente ragazza della premiazione.
“Salve Pestalozzi”
“Buongiorno Commendatore” accompagnò il saluto al titolare della ditta con un lieve inchino di deferenza, poi il Ragionier Amilcare Pestalozzi prese posto alla sua scrivania.
Infilò la giacca sulla stampella di legno e posò questa sull’appendiabiti. Aprì i suoi archivi e cominciò a lavorare sulla contabilità: fatture, bolle, libro mastro, brogliacci. Nella mano destra la matita e la sinistra a digitare vorticosamente numeri, somme, sottrazioni con la calcolatrice elettrica che emetteva dei suoni ritmati ad ogni calcolo stampando e sputando fuori il relativo conteggio sul rotolo di carta. Il ritmo della calcolatrice creava quasi un sottofondo musicale. La velocità con cui digitava i numeri senza sbagliare mai cifra aveva del miracoloso. Aveva ormai perfettamente memorizzato la disposizione e la distanza dei tasti, le sue dita si muovevano magicamente da sole.
Dopo alcune ore tirò su la testa, mosse il collo per stirare i muscoli e si girò di colpo per guardare l’orologio alla parete. “… ne ero sicuro” mormorò fra sé e sé “le undici in punto. L’ho fregato di nuovo”, questa surreale mania della competizione con gli orologi e lo scorrere stesso del tempo stava diventando sempre più patologica. Si alzò, come sempre a quell’ora, andò in bagno e dopo scambiò due chiacchiere con la Sig.ra Marchini, sempre inciampando con gli occhi più del dovuto sulla sua morbida e ampia scollatura. Poi tornò al suo posto.
A pranzo anticipò l’orologio di due minuti ma era tranquillo in quanto convinto che un piccolo scarto di due, anche tre minuti non inficiava i suoi brillanti risultati di orologio vivente.
“Perfetto” si disse “sono un orologio perfetto”. Al bar consumò come al solito un tramezzino, che poteva al massimo variare fra un “carciofi e mozzarella” e un “mozzarella e prosciutto cotto” con qualche divagazione a volte su “tonno e pomodoro” e bevve il suo solito chinotto. Poi il caffé d’orzo, la passeggiata ai giardini ed il ritorno alla scrivania. Alle 14:30 spaccate.
“Che caldo!” pensò ad alta voce “e che luce accecante!” si guardò intorno: una spiaggia meravigliosa, una sabbia bianca, fine e impalpabile come cipria che non restava attaccata alla pelle ed alle mani, fresca, nonostante un caldo afoso che sembrava penetrare anche nei polmoni. Si spostò di pochi metri, all’ombra di una palma, si stese sulla schiena e guardò alcuni raggi di sole, quasi dei lampi, che penetravano in diagonale attraverso le foglie della palma mosse leggermente dalla brezza. Intorno a lui il verso degli uccelli ed il suono lieve della risacca, non si percepiva altro. “Sono su un’isola!” esclamò Amilcare “Sembra di essere in paradiso… Ma io questo posto l’ho già visto! Ah, ecco...” gli si accese la lampadina “...il poster gigante dell’agenzia viaggi qui vicino, quella di fianco al bar…”. Sul bagnasciuga incedeva uno splendido airone, leggiadro ed elegante, che poi spiccò dolcemente il volo. Si alzò e si diresse verso l’acqua, incredibilmente azzurra con sfumature blu, verde smeraldo e cobalto. Solo allora notò poco lontano un ragazzo di carnagione olivastra, occhi scuri e capelli neri, con un pareo colorato in vita che stava sistemando dei pesci in una cesta, e sorrideva. Poi sparì nella fitta vegetazione.
– Certo lui non ha bisogno di orologi! – Pensò Amilcare.
Tutto intorno i colori erano estremamente vivi, accesi ed anche i profumi più intensi e forti di quelli a lui noti.
Si tuffò in quel mare piatto e calmo come uno stagno d’argento, fece alcune bracciate e pensò: – dio che giorno perfetto! – poi si lasciò andare, pancia all’aria e si fece trasportare dalla tenue corrente galleggiando e facendo il morto: – … il morto?… Oddio, non è che sono morto?!? – ripeté dentro la sua testa e si rimise immediatamente in posizione retta. Ora si guardava nuovamente intorno: c’era solo lui e se quello non era il paradiso effettivamente gli somigliava molto!
“Pestalozzi! Pestalozzi!”
Venne scosso sulla spalla. Si svegliò.
“… Cavaliere, anche lei qui? … oh ma… oddio! … Devo essermi addormentato! … Mi scusi, … non mi è mai successo!”
Vicino a lui il titolare della ditta, il Cavalier Commendator Lo Presti, la Signora Marchini ed il fattorino con ancora le buste ed i pacchi in mano. Era crollato con il capo chino sulle proprie braccia conserte sulla scrivania senza nemmeno essersi levato la giacca.
“Sta bene Pestalozzi? Ci eravamo preoccupati!”
“Sto bene, … sto bene, … devo aver dormito male stanotte, … un colpo di sonno. Chiedo umilmente scusa, davvero… Sono mortificato”
“Ma non si preoccupi, non stia a scusarsi, piuttosto è sicuro di sentirsi bene? Vuole che la faccio accompagnare a casa?”
“No, no, grazie, ora è tutto a posto. Vado a sciacquarmi la faccia e ritorno”
Intanto la scollatura della Signora Marchini si era chinata verso di lui ed aveva detto: “Le ho portato dell’acqua!”. Bevve avidamente.
– Ma cosa mi è successo? Venti anni di onorato servizio e mi addormento alla scrivania! Non mi era mai successa una cosa simile! – continuava il dialogo con se stesso – E poi questo sogno dell’isola... Stanotte la piscina, oggi il mare, e che mare! Cosa vorrà dire? –
Si lavò il viso e tornò alle sue carte ed alla sua calcolatrice. Tra una somma ed una moltiplicazione continuava a rivedere quel paradiso terrestre. Ma poteva esistere davvero? Doveva tornarci, cioè… andarci assolutamente.
– Quando esco passo dall’agenzia viaggi – sentenziò.
Dopo diverse ore comparve nuovamente quello strano sorriso sul suo volto, ripose la matita, spense la calcolatrice e si girò lentamente verso l’orologio, aveva lo stesso sguardo di Clint Eastwood prima del solito duello lungo una di quelle polverose strade del Far West. Ore 17:59: “bang” fece con il dito indice della mano destra puntando l’orologio a parete a mò di pistola. Mancava solo il sottofondo della musica di Ennio Morricone.
Indossò giacca e impermeabile, salutò ed uscì quasi di corsa diretto all’agenzia. Arrivò, entrò e puntò con l’ombrello chiuso il grande poster alle spalle dell’impiegata.
“Quel posto lì esiste davvero?” chiese perentorio
“Certo che esiste davvero. Sono le Maldive”
“Incredibile! … ma quella sabbia è veramente così bianca? Le palme, il mare turchese che sembra finto, è realmente tutto così?”
“Si, si! Io non ci sono mai stata ma me l’hanno raccontato i clienti. Sono le Maldive. Sono proprio così, anzi tutti mi dicono che sono molto meglio di come le si vede nel poster!”
“Voglio andarci!”
“Ma certo, là è bella stagione tutto l’anno sa! Può andarci quando vuole. Ha già un’idea sul periodo, il tipo di struttura?”
“Guardi, io sono anni che faccio le vacanze a Cesenatico, … no, … non ho nessuna idea precisa… vorrei solo rifare, cioè volevo dire fare il bagno lì, in quel mare”
“Prenda questi cataloghi: ci sono molti villaggi e diverse soluzioni un po’ per tutti i gusti... Faccia una cosa, gli dia un’occhiata, veda un po’ cosa può essere più adatto a lei, cosa le piace di più e poi facciamo assieme qualche ipotesi, va bene?”
“Va benissimo, grazie. Lei è un angelo”
“Ma si figuri è il mio lavoro”
“Oggi è stato un giorno perfetto...”
“Come dice?”
“No, niente, pensavo ad alta voce. Buonasera signorina” e fece un piccolo inchino.
L’impiegata gli sorrise: “Buona serata a lei”.
Amilcare si incamminò verso casa e cominciò a sfogliare uno dei cataloghi. I luoghi delle foto erano proprio come nel sogno, gli sembrava nettamente di esserci già stato. E voleva tornarci al più presto. Sfogliò ancora e gli venne la pelle d’oca per l’emozione: una foto a doppia pagina con una palma sulla destra, dolcemente chinata verso il mare, la spiaggia bianca, la luce accecante, il mare di mille sfumature ed un airone che passeggiava sul bagnasciuga…
La sua isola!
Semaforo pedonale verde, attraversò la strada. Si fermo sul marciapiede centrale.

“Fate largo, sono un medico”
“Ecco, arriva l’ambulanza” disse un passante
una signora si teneva entrambe le mani sul viso, urlava e piangeva…
“Non l’ho visto, non l’ho visto, … vi giuro che è sbucato fuori all’improvviso!!!”
“Non c’è più nulla da fare” disse il medico scuotendo la testa.

Il semaforo pedonale era diventato rosso ma Amilcare aveva il sorriso dipinto sul volto e le immagini da sogno di quella spiaggia e di quel mare negli occhi, nella mente e strette fra le mani. Dopo una piccola pausa aveva ripreso a camminare, deciso. Non aveva visto che alla sua sinistra stava arrivando silenziosamente e spedito il trentasei. Il tranviere non ebbe nemmeno il tempo di azionare l’avvisatore acustico, il classico dlén-dlén-dlén. Fu un lampo. Il ragioniere venne investito violentemente e sbattuto in terra. Morì sul colpo. Una morte indolore dissero dopo i medici. Istantanea. Il tram era in anticipo di dodici minuti.
di Giuseppe Gatto
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Questo racconto e tra i dieci finalisti del concorso letterario Tifeo Web Narrativa Online 2008 se ti è piaciuto puoi votarlo fino al 10 luglio '08 (i vincitori verranno scelti dal pubblico con il sondaggio on line!). Clicca & vota! :-)
E quando il caso dice la combinazione è anche finito fra i dieci finalisti con segnalazione speciale al V Concorso Letterario "Il Corto letterario e l'Illustrazione" 2008 organizzato dall'associazione Il Cavedio

giovedì 20 marzo 2008

RACCONTI, RACCONTI BREVI, STORIE di Giuseppe Gatto


Racconti racconti racconti racconti racconti!!! Per chi ama leggere: racconti brevi, racconti e storie, storie brevi, racconti gialli, storie e racconti, racconti noir, piccole storie, racconti per ridere, racconti comici, racconti umoristici, racconti sulla scuola, racconti sui giovani, storie sull'amicizia, storie di cucina e di sapori, racconti d’amore, racconti sul mondo del lavoro, corti letterari, racconti e storie di Giuseppe Gatto. E ancora: la passione di scrivere, l’amore per la scrittura, scrivere racconti, web tales, blog tales, libri, e-book, storie per sorridere, distrarsi, pensare, emozionarsi. Embrioni di un possibile libro ma anche stupidaggini, idee e pensieri. E per finire: laboratorio di scrittura, esercizi di scrittura, scrittori esordienti, il piacere della lettura, racconti da leggere, scrivere e pubblicare racconti, raccolta di racconti brevi, narrativa, giovane autore (beh, … proprio giovanissimo, no!). Una bacheca per scrivere, essere letto e ricevere critiche, consigli, sberleffi e baci. I commenti sono liberi e graditi.

No, ... non sono impazzito (almeno non adesso!) è che purtroppo i motori di ricerca sono un po’ stupidi, succede che se uno cerca ad esempio “racconti brevi” sul web, questo blog (http://www.giuseppegatto.com/ - racconti e storie di Giuseppe Gatto), che pure ne è pieno, non esce fuori. Perché? Boh! Provo allora pubblicando un post fasullo come questo. Con le magiche paroline all'interno del testo (racconti, storie, etc.). Un post che elenchi in qualche modo cosa c’è in questa scatola virtuale. Vediamo se funziona. Quindi chiedo scusa a chi già mi conosce mentre a tutti gli altri vorrei dire:

“Sei capitato qui (finalmente direi!) cercando dei racconti? Ti piace leggere? Sei nel posto giusto (spero!), ho pubblicato già una buona dozzina di storie brevi. Secondo mia moglie, ... e non solo ... piuttosto belli. Ogni mese ne inserisco un paio di nuovi (... quando trovo il tempo di scriverli! :-). Puoi sfogliare l’archivio racconti qui a lato (o qui sotto). Grazie della visita e buona lettura. Se poi i racconti ti piacciono spargi la voce…”

Se vuoi farti anche quattro sane risate clicca pure sul blog carbonaro “Pensa se avrei studiato!!!” qui in alto a destra!


di seguito i link ai racconti pubblicati fino ad oggi:

LA PRIMA VOLTA (giallo, povertà, sud, violenza)
1994 DIPLOMA DI MATURITA' (comico, scuola, esami, giovani)
LINEA TRE (amore, Roma, tram)
L'ELEFANTE BLU (giallo, prostituzione, Roma)
LA TRATTORIA (storie di cucina, Roma, nostalgia)
CAFFE' CORRETTO (comico, lavoro)
RAVIOLO CARPIATO. Il vestito non basta (comico, ristorante, coppia)
ESTATE ROMANA (giallo, giovani, viaggio, Roma)
CONDOM ALLA FRAGOLA (comico, viaggio, Bologna, internet)
IL POLIZIOTTO (giallo, noir, pistola, violenza)
LA SEPPIA DIVENTO' UNA MELANZANA (comico, scuola, giovani, sud)
L'IMPORTANTE E' CHE TU STIA BENE (lavoro, mobbing, ipocrisia)
ANNA PER SEMPRE (racconto flash)
SPALLATA MUSCOLARE (comico, giovani, vacanze estive)
MILENA (amore)
alcuni di questi racconti brevi sono anche pubblicati su:
ewriters.it, neteditor.it, scrivendo.it, raccontioltre.it, pennelibere, i-racconti, e altrove...

Giuseppe Gatto

sabato 26 gennaio 2008

IL POLIZIOTTO (di G. Gatto)


Sono alla finestra, immobile. Schiacciato sul davanzale in posizione di tiro. Se pensano di fregarmi si sbagliano, di grosso.
- Centrale mi ricevete? Passo -
- ... -
Niente. La radio proprio non và. Porc...
Devo stare calmo. Stare calmo e respirare. Ecco così, respirare profondamente. Così... Tranquillo.
Sono qui da cinque minuti e mi sembra un’eternità. Appena escono intimo l'alt.
Poi sparo alle gambe. Solo se non si fermano, certo.
Non posso fare diversamente: loro sono quattro e io da solo.
Sono entrato in polizia per combattere il crimine. Ma per mantenere l'ordine tocca fare anche cose spiacevoli. Cose che vanno fatte, se vuoi essere rispettato.
I delinquenti sono stronzi. Tu devi esserlo come e più di loro.
Non nego che sparare a questi fottuti bastardi mi procurerà anche un sottile piacere, ma sparo solo se sono costretto a farlo. Chiaro.
Se non rispetti le regole devi essere punito. La legge è legge. Non possiamo farla rispettare con le pacche sulle spalle. Bisogna essere dei duri. Diventare un po' cattivi.
Ma cosa fanno!?
Ho l'occhio sinistro chiuso e il destro allineato. Sono tutt'uno con il mirino.
Oggi è la loro giornata sfortunata.
Ho una mira eccellente io. Sono il migliore del corso. Non posso sbagliare.
E’ anche merito delle giornate passate alla playstation. Sembra ieri e sembra passata una vita.
Mio padre che mi sgridava sempre. Quella volta che mi aveva picchiato con la cintura dei pantaloni...
Ma era più forte di me. Ero affascinato dai giochi dove potevo sparare, impugnare la pistola, il fucile, il mitra. Prendere la mira e sparare.
Fare fuori i cattivi: mostri, zombie, vampiri. Tutti. Li facevo fuori l'uno dopo l’altro.
Ero il migliore della mia classe, vincevo tutte le sfide. Cominciavo dopo pranzo, mi chiudevo in camera e smettevo che fuori era buio. Ma solo perché papà o mamma venivano a tirarmi per le orecchie.
E' stata una cosa naturale sognare di diventare un poliziotto.
E ce l’ho fatta. Sono così orgoglioso della mia divisa, del mio distintivo, di questa splendida pistola.
La mia Beretta automatica. Metallo freddo e vivo, leggera e precisa. Un vero gioiello, con questa non posso sbagliare un colpo.
E' la prima volta che miro a persone in carne e ossa. Ho sempre sparato contro un video o delle sagome. Ma c'è sempre una prima volta.
Oggi non ero al lavoro. Ma in fondo un poliziotto è sempre in servizio.
Ero entrato nel bar qui all'angolo. Ho sentito dei pezzi di conversazione, solo alcune parole. Una telefonata da un cellulare. Un tipo losco a fianco a me parlava di una rapina all'ufficio postale qui di fronte. Avevo sentito abbastanza da intuire tutto. E' il mio lavoro, sono addestrato per questo. Sarebbero entrati in azione almeno in quattro. Sono andato all'auto, ho preso pistola e radio, mi sono seduto con un giornale sulla panchina dei giardinetti e ho provato a chiamare la centrale. Radio fuori uso! Non ho avuto il tempo di cercare un telefono che li ho visti. Due davanti, con un impermeabile beige lungo, ed altri due più indietro. Classici soprabiti larghi per nascondere meglio le armi.
Da come si sono mossi nervosamente e si sono guardati intorno ho capito immediatamente che erano loro.
Ma adesso cosa cazzo stanno facendo!? Perché non escono?!?
Ho bussato al citofono dello stabile di fronte, mi sono qualificato e sono entrato in un'abitazione al primo piano. Ed ora sono qui alla finestra. Pistola in pugno, braccia quasi tese, concentrato. Concentratissimo. Da questa posizione non mi possono fregare.
Eccoli!!!
Grido con tutto il fiato che ho in gola:
- Fermi tutti. Polizia. Mani in alto! -
Scappano!!!
Sparo. Due, tre, sei colpi.
Ogni sparo sento un tonfo fortissimo, un rumore secco, una martellata a cui non sono abituato.
Il botto di ogni colpo quasi mi spaventa. Le braccia mi tremano. Tremo tutto per la verità.
Vedo due di loro cadere in terra, poi anche il terzo, un altro scappa.
Non perdo un solo istante: salto dalla finestra per inseguirlo, sono solo tre metri...

"Mamma non me ne va più"
"voglio la coca cola"
"prima finite di mangiare tutto!"
"E zitti un attimo! ... Fatemi sentire il telegiornale!"
"Tragico pomeriggio in un piccolo centro del comasco. Due anziani che avevano appena ritirato la pensione sono rimasti uccisi da colpi di arma da fuoco. Altre due persone ferite in modo grave. A sparare, dalla finestra della sua stanza al terzo piano, un bambino di undici anni. Si è impossessato della pistola del padre, una guardia giurata che stava riposando ed ha sparato sulla folla. Il piccolo è poi caduto nel vuoto perdendo la vita".
di Giuseppe Gatto

martedì 18 dicembre 2007

ESTATE ROMANA (di G. Gatto)


Fagiolo ci aspettava alla stazione Termini. Arrivammo alle sei di pomeriggio dopo un simpatico viaggio in treno tipo carro bestiame.
Io e Magda eravamo partiti dieci ore prima dal nostro paesello alle pendici dell’Etna. L’università a Roma, ne parlavamo da almeno due anni. Da quando mio cugino, che era diventato romano d’adozione fingendo di studiare legge, ne parlava in modo entusiasta.
“Giulio” mi diceva “è un altro mondo. E’ un posto magico che ti accoglie e ti fa sentire a casa. Vai in giro e ti senti in vacanza, la gente sorride, parla volentieri, ovunque è pieno di giovani, di turisti”
e continuava
“entri in un bar alle due di notte, ordini un digestivo, ti si affianca la guardia giurata che è lì a prendere il caffé, ti mette un braccio intorno alle spalle e ti fa: – guarda che se hai magnàto troppo e devi da digerì è mejo che te fai un canarino – e intanto spiega al barista – ahò, mettece acqua calda, limone, un pizzico di bicarbonato – ... dopo due minuti giureresti che tu con il barista e la guardia devi esserci andato a scuola insieme! Vai dal giornalaio per comprare un quotidiano, tiri fuori cinquanta euro e gli fai – mi spiace, ho solo questi – lui te li strappa dalle mani e fa: – ce l’avevi! – e ride. E anche quello ti sembra di conoscerlo da anni. L’altro giorno dal pizzettaro sotto casa la ragazza di solito chiede: – la mangi qui o la porti via? – a dei ragazzi ha chiesto: – la mangiate? – e quelli in coro: – no, sa damo ‘nfaccia! – mimando il gesto con la mano. E’ una voglia di socializzare e di ridere che è nell’aria. Una voglia contagiosa!”
Roma la capitale. Roma clima benedetto dagli dei. Sole e ponentino.
Eravamo sbarcati da quel treno puzzolente carichi di belle speranze e anche un po’ spaventati. Fagiolo ci aveva consigliato di raggiungerlo un paio di mesi prima dell’inizio dell’università per trovare casa e cominciare ad ambientarci. Per fare amicizia con la città, diceva lui. Poi l’Estate Romana era l’acme di tutto ciò che ci andava decantando. Vita, concerti, feste, una sorta di lungo carnevale.
“Venite a luglio” ci aveva detto “siete ospiti da me tanto il ragazzo con cui divido l’appartamento non c’è. L’estate torna in Germania”.
Fagiolo aveva una vecchia Fiat 132 bianca, non credevo ne circolassero ancora. Faceva un po’ meno rumore e un po’ meno fumo di una locomotiva a vapore. Ci infilammo dentro e partimmo per il tour della city.
Scendemmo verso i Fori Imperiali, poi sbucammo davanti al Colosseo, quindi costeggiammo le Terme di Caracalla e il Circo Massimo. Se socchiudevo gli occhi avevo la netta sensazione di veder correre le bighe. Tutto da rimanere a bocca aperta. Quelle mura, quelle pietre sono lì da migliaia di anni, chissà quante ne hanno viste, pensavo. Mi sentii secoli di storia scorrere a fotogrammi veloci davanti gli occhi. Ti sembra di toccarla la storia, di sentirla sulla pelle. Eravamo felici ed eccitati. Con la centotrentadue che sobbalzava sui sampietrini costeggiammo Lungo Tevere e parcheggiammo in modo davvero delinquenziale all’altezza di Trastevere.
Il tour proseguiva a piedi.
Passeggiando per il centro sembrava di essere in un’affollata località di mare alla moda. Stranieri in pantaloncini e canottiera, tutti abbronzati, molti con in mano gelati multicolori, persino troppo! E poi colori, suoni, odori. Stuzzicanti profumi che venivano fuori dalle decine di trattorie e pizzerie: fritti, sughi, amatriciane. La colonna sonora costante dell’acqua delle fontane, le tante fontane che ornano le piazze romane. Quei mille rivoli di ruscelli cittadini ti massaggiano dentro. Il suono stimola un piacere ancestrale, ti entra dalle orecchie e scende giù dritto lungo la nuca, le spalle e la schiena.
“Vado spesso in giro eppure ogni volta, vi giuro ogni volta, scopro un angolo che non conosco, uno scorcio che non ho mai visto. E’ uno spettacolo!”
Era sempre mio cugino e Magda disse:
“si, ok, abbiamo capito, sei completamente innamorato, però ora ho fame. Molta”.
Magda mangiava come un camionista ma aveva un organismo che funzionava come un orologio. Bruciava tutto, era magra e atletica. E bellissima anche. Con i suoi capelli lisci e neri, i suoi occhi giganti, verdi ed un magnifico perenne sorriso. Anche io per la verità in quanto a mangiare non andavo tanto per il sottile. Ma il mio organismo bruciava decisamente molto meno.
“Si, ho fame anche io, con tutti questi profumi!”
dissi e Fagiolo confermò:
“come dicono qua si è fatta una certa...”
e ci guidò verso un piccolo locale alle spalle di Campo dei Fiori dove friggono il baccalà da decenni. Un piccolo pezzo di storia del quartiere. Mangiammo pane caldo con burro e alici ed una vassoiata di filetti di baccalà fritti in modo magistrale. Il tutto annaffiato con un vinello bianco secco che scendeva giù come acqua fresca.
Poi attraversammo Ponte Sisto e proseguimmo le chiacchiere ed i progetti a zonzo per Trastevere. Ogni tanto facevamo un pit-stop a birra e quando ci sedemmo sulle scale di Santa Maria in Trastevere eravamo tutti e tre belli inciucchiti dall’alcool. Fagiolo tirò fuori un sacchetto di erba e confezionò con rara maestria un bel cannone che dividemmo in amicizia.
Più tardi raggiungemmo casa sua. Abitava nel cuore di San Lorenzo. Anche fra queste viuzze brulicavano i giovani, le birre ed un allegro brusio. L’appartamento era troppo bello! Una grande sala che sembrava un locale underground. Cuscinoni a terra, tappeti, luci soffuse, una parete completamente dipinta da un loro amico writer, sfondo blu ed esplosioni di colori stile vagoni dei treni della metropolinana di New York. La cucina, con il frigo gonfio di birra e ogni genere di schifezze ricche di conservanti e nitrati. Quindi le due camere da letto, una di Fagiolo ed una di Ludwig, cioè la nostra.
Era la casa ideale per ricevere amici, pensai. Crollammo dal sonno.
***
Sveglia con calma e fuori a fare colazione. Fagiolo era uscito e in quanto al clima aveva ragione: caldo ma con la brezzolina che rendeva il sole davvero piacevole. Riprendemmo le funzioni vitali davanti a cappuccino e maritozzo con panna. Che goduria. Dovevamo cercare casa e regalarci qualche giorno di vacanze romane. Magda ed io stavamo assieme ormai da tre anni, un amore nato tra i banchi del liceo che stava crescendo con noi. Ci guardavamo negli occhi ed eravamo convinti che il mondo fossimo solo noi due. Saremmo andati a vivere insieme ed eravamo gasatissimi.
Comprammo Porta Portese e cominciammo a spulciare gli annunci degli affitti e prendere appuntamenti. Un delirio.
“Giulio, ma chiedono tutti una follia!” disse Magda
“dai non ti scoraggiare (in realtà ero più scoraggiato di lei!), le occasioni sono rare, bisogna cercare, telefonare, vedrai qualcosa salta fuori”.
Prendemmo degli appuntamenti e vedemmo delle situazioni assurde. Minuscoli monolocali in piani seminterrati spacciati per ampi loft. Case indecorose e squallide, semivuote, presentate al telefono come splendidi appartamenti completamente arredati.
Eravamo davvero molto abbattuti.
Il morale tornò alto andando a vedere e sentire il concerto dei Sud Sound System che suonavano a Villa Ada. Una serata fantastica. Concertone in uno scenario superbo. Verde, piante enormi, laghetto, ... sembrava di essere nel cuore del Borneo! E poi, a concerto finito, bonghi, birra e chitarre fino a tarda notte.
Sveglia sempre molto lenta con il sole già alto e questa volta colazione direttamente a base di tonnarelli fumanti cacio e pepe. Il mattino ha l’oro in bocca dice mia nonna! Poi all’università per raccogliere le informazioni per l’iscrizione, i documenti, tutto il necessaire insomma. L’idea di ricominciare a telefonare ai matti che fittavano case agli studenti ci terrorizzava.
“Allora ragazzi come vanno le ricerche?”
disse Fagiolo, mentre eravamo nel salone di casa sua insieme ad altri amici. Quella casa era sempre piena di gente!
“Per la verità molto male” risposi io
“abbiamo visto solo schifezze assurde a prezzi da emiri arabi” rincarò Magda.
Intervenne il Secco, che in realtà pesava cento chili abbondanti
“non è facile, dovete insistere, bisogna comprare il giornale la mattina presto, appena aprono le prime edicole e telefonare subito. E’ l’unico modo per mettere le mani sulle rarissime case decenti a prezzi onesti!”
“Secco ha ragione” disse Zaele, un ragazzo alto e magro di origine etiope, che stava armeggiando allo stereo. Musica a palla. Restammo così, ad ascoltare indie-rock in pieno relax e con la stanza che andava riempendosi di fumo profumato.
La sera ci portarono alle Capannelle dove imperava una rutilante festa caraibico-sudamericana, tanta musica, salsa, cibi esotici e cocktails a base di rhum. Un tuffo spazio-temporale all’Havana! Tentammo qualche passo di salsa ma mentre Magda era naturalmente portata per il ballo con quel suo corpo agile e scattante, io sembravo più che altro una grossa mozzarella che vibrava su una lavatrice in piena centrifuga. C’erano anche i due amici di Fagiolo che avevamo conosciuto al pomeriggio ai quali si erano aggiunti Tatiana e Fede. Lei belloccia, simpatica e un pò in carne. Lui invece appena sbarcato direttamente da Woodstock, capelli lunghi legati sulla fronte da un laccetto, barba incolta, vestiti larghi e sandali di cuoio. Che tipo.
Tornammo a casa verso le cinque e non andammo nemmeno a dormire. Massiccia dose di caffè, doccia e pronti alle sei davanti l’edicola della stazione per comprare la prima copia ancora calda del giornale di annunci. La tecnica funzionò. Ci prendemmo tre saluti di cuore: rispettivamente un malimortaccivostra, un mavvaamorìammazzato e un mavattelapijànderculo. Ma alla quarta telefonata beccammo la mosca bianca, la rara persona onesta che non aveva come unico obiettivo quello di spennare gli studenti fuori sede. Ci mostrò dopo un paio di ore un appartamento con addirittura due camere da letto, anche discretamente arredato, in una stradina interna sulla Tiburtina. Ci era andata persino troppo di lusso. La spesa era sopportabile e quindi affare fatto.
Bottiglia di spumante per noi e bottiglia di Jack Daniels in omaggio per casa Fagiolo.
***
Eravamo su di giri ed organizzammo una festicciola. Comprammo da bere per un esercito e preparammo panini, tramezzini e torte salate. Mio cugino invitò un po’ di amici. Alla fine il salone-pub era pieno di ragazzi. Nel pieno della serata, dopo aver dispensato tequila bum bum a piene mani ci chiudemmo nella stanza di Ludwig e facemmo l’amore discretamente ubriachi.
Il mattino seguente, mentre Magda riempiva un vassoio di avanzi per la colazione, mi guardai intorno. Il ragazzo tedesco possedeva una poderosa collezione di boccali di birra sparsi ovunque, sulla libreria, per terra, sul termosifone. In un angolo della stanza, talmente piena di roba da non riuscire nemmeno a vedere il colore delle pareti, notai un vecchio stereo anni settanta. Amplificatore, giradischi, radio e due grandi casse di legno. Il tutto accatastato un pezzo sull’altro. Era evidente dalla polvere e dall’incuria che nessuno lo usava da anni. Breakfast all'inglese con panini e birra e poi a ripulire il tutto. In casa sembrava fosse scoppiata una bomba di tovaglioli di carta unti, briciole, pezzi di frittata, mozziconi di sigarette, filtrini, bottiglie di birra e di tequila, ...
Incrociai nel piccolo corridoio Fagiolo che si era appena alzato e gli chiesi:
“ma lo stereo nella nostra stanza di chi è? Funziona? Posso provare a metterlo insieme? Posso prenderlo?”
mio cugino mi guardò con gli occhi semichiusi
“puoi farmi una domanda alla volta e parlarmi più lentamente per favore? Ho una specie di ronzio tipo trapano del dentista che mi passa da orecchio a orecchio...”
“ok, scusa. Ti faccio un caffé”.
Dopo il caffé tornai alla carica. Lo stereo era lì da sempre, era di Ludwig che abitava in quella casa prima di mio cugino. Non lo aveva mai acceso né usato.
“Quindi se riesco a farlo funzionare posso prenderlo in prestito? Sai la casa che abbiamo preso ha quasi tutto ma niente musica! Poi glielo riporto, anzi gli faccio il favore di pulirlo, rimetterlo in ordine...”
Fagiolo mi interruppe:
“va bene, mi stai stonando. Prendilo pure, non credo ci siano problemi. E’ lì da anni, però mi raccomando se Ludwig lo rivuole ritorna al suo posto, ok?”
“Chiaro come il sole”.
Evvai, avevamo la musica e quel coso doveva sentirsi anche bene! Quelle belle casse di legno non le facevano più, ora vendevano quei piccoli mostri con un’acustica pessima. E poi il giradischi, che figata, avrei portato a Roma anche qualche vinile di mio padre che ne aveva di belli: Doors, Clash, Pink Floyd, Police, Bob Marley. Avrei anche collegato l’iPod nell’entrata della radio avevo già visto che si poteva fare con un paio di cavi e spinotti.
Il giorno stesso portai lo stereo a casa nuova. Era pieno di polvere, cavolo quanto pesavano quelle casse, ad una tolsi la protezione di tela dalla parte anteriore e vidi a malincuore che un woofer era sfondato. Si sentivano dei pezzi dentro che si muovevano e sbattevano. Pezzi dell’altoparlante, pensai. Tutto a tempo debito.
Posai lo stereo in un angolo del soggiorno, tolsi un po’ di polvere e lo lasciai così, ci avrei pensato a settembre.
Dissi a Magda:
“abbiamo la musica”
sorrise, mi guardò dritto negli occhi e mi diede un bacio.
***
“Giulio, mi dispiace, dovete lasciare la stanza. Ha chiamato Ludwig e mi ha avvisato che stasera viene un suo amico e resterà uno o due giorni. Io per la verità non gli avevo detto di voi due quindi...”
mio cugino mi aveva accolto così.
“Nessun problema. Andremo a casa nuova, anche se siamo un po’ accampati e poi torniamo giù in Sicilia, tanto le cose che dovevamo fare le abbiamo sistemate. Dai ci vediamo domani.”
“Perfetto, a domani e scusami!”
“Ma scusa di che! Scherzi? La stanza è la sua!”
Prendemmo gli zaini e ci trasferimmo. Oltre all’arredamento non c’era granché. Niente lenzuola, né asciugamani, solo il minimo indispensabile in cucina, noi due e lo stereo muto.
Uscimmo e mangiammo due enormi panini piccanti con kebab e cipolla approfittando di una festa etnica. Poi andammo a un concerto dei Marlene Kuntz, in assoluto uno dei nostri gruppi preferiti, al Circolo degli Artisti. Un grande garage all'inizio della Casilina vecchia circondato da un giardino con un mucchio di gente alternativa. Atmosfera micidiale, sembrava di essere in un locale newyorkese, londinese. Di quelli seri. Era la prima volta che li sentivamo suonare dal vivo. Un’emozione violenta a fior di pelle e dentro il petto. Nuotando nell’aria, una loro canzone. Così mi sentivo. Musica ad altissimo livello. Chitarre strizzate e carezzate. Elettricità pura. E poesia.
Avevamo cantato tutta la sera a squarciagola. Saltato, ballato e pogato.
Eravamo persino riusciti a digerire il kebab con la cipolla...
Passammo poi la nostra prima notte a casa nuova facendo l’amore sui materassi dei due letti che avevamo unito.
***
Avevamo deciso di ripartire, andammo a salutare Fagiolo.
Appena entrati in casa mi si parò davanti un brutto ceffo.
Mi aggredì con un forte accento veneto e con la sua faccia a pochi centimetri dalla mia:
“Dov’è lo stereo?”
e giù un cazzottone nella pancia senza aspettare risposta.
Piegato in due vidi che c’era un altro ceffo, non meno brutto del primo e al suo fianco Fagiolo, che pure non era uno smidollato, con un bell’occhio nero.
Decisi che era meglio non reagire:
“A casa mia ma...”
e giù un altro cazzotto questa volta in faccia. Caddi a terra. Guardai Fagiolo.
Magda era impietrita dietro di me.
Ma che cazzo sta succedendo? Pensai.
Il tipo disse: “Andiamo a prenderlo. Subito!”
Uscimmo tutti e cinque con la centotrentadue. Non era l’ideale per non dare nell’occhio. Guidò il brutto ceffo numero due. Arrivammo a casa nostra. Entrammo. Uno dei compari ci teneva d’occhio e l’altro infilava nervosamente le braccia nelle casse dello stereo. Dal fondo.
Nelle sue mani si materializzarono diversi panetti bianchi.
Cocaina purissima per un valore di centinaia di migliaia di euro. Il caro Ludwig era in un giro bello pesante! Ci spaventammo a morte. In quel momento avrei voluto uccidere mio cugino che, scoprii dopo, era all’oscuro di tutto. Il fesso.
Quando Ludwig partiva non lasciava mai tracce ma questa volta i suoi amici sarebbero dovuti passare dopo pochi giorni. Svuotato lo stereo i due ci diedero ancora un paio di ceffoni. Soltanto Magda venne esentata dal trattamento. Credo grazie ai suoi occhioni sexy.
Il brutto ceffo uno con uno sguardo da belva feroce e puntandoci il dito contro aggiunse:
“se ne fate parola con qualcuno siete carne morta”.
Passai una delle ore più angoscianti della mia vita.
Quando cominciai a sospettare cosa stessero cercando il mio cervello andava a duecento all'ora e sudavo freddo:
– Se i due sono pedinati dalla polizia? Se qualcuno ci ha seguito? E chi glielo spiega che noi non c'entriamo nulla? –
Mi vedevo già al commissariato, con la foto sui giornali e i miei genitori disperati.
La roba stava a casa mia. Era una prova criminale di quelle cristalline! Eravamo lì che quelli controllavano che ci fosse tutto ed io continuavo a pensare
– Ecco, ora sfondano la porta e gridano: “fermi tutti polizia”, porcaputtana porcaputtana porcaputtana!!! –
Invece i due misero le buste nel doppiofondo di una borsa di pelle nera, piena di medicinali. E andarono via.
La polizia non arrivò.
Noi rimanemmo immobili a guardarci senza fare un fiato.
***
Qualche mese dopo la disavventura divenne solo un brutto ricordo.
Iniziarono i corsi all’università. Comprammo un piccolo stereo, nuovo. Niente vinili di papà.
E Fagiolo venne a vivere con noi.
Ogni tanto davanti ad una birra ancora oggi mi guarda, scuote la testa, e mi chiede scusa.
di Giuseppe Gatto


***************


questo racconto è stato pubblicato nel Libro "Estate Romana" (Edilet) con il titolo "Lo stereo". Ho partecipato al concorso "Roma da Scrivere: l'Estate Romana" (Comune di Roma ed Edilazio) arrivando quinto. I primi quindici sono finiti nel libro.
La premiazione si è svolta durante la Fiera "Più Libri Più Liberi"
. Girellando per la fiera con il pass "autori" al collo per qualche istante mi sono sentito davvero uno scrittore! Poi mia mamma al telefono mi ha chiesto: "si ma cosa hai vinto?" e io "beh, niente!" e lei "ah, ecco!".

mercoledì 28 novembre 2007

L'ELEFANTE BLU (di G. Gatto)


Un uomo scendeva giù per il sentiero, un piccolo corridoio fra le sterpaglie, verso gli argini del Tevere. Appena fuori città. Capelli bianchi e passo incerto, indossava stivaloni verdi di gomma, un giubbotto marrone pieno di tasche. Stretta in una mano la canna da pesca e nell’altra borsa e cestino. Avrebbe passato la mattinata a pescare cefali, cavedani e alborelle.
Erano le prime ore di una mattina di inverno. Fresca. L’aria pungeva il naso e le nocche delle dita. Ad ogni respiro l’uomo emetteva una nuvoletta di vapore che lui guardava compiaciuto, con gli stessi occhi di un bambino. Scelse il posto, aprì una piccola sedia da campeggio, si accomodò e cominciò ad armeggiare con i suoi attrezzi. Stava infilando il verme sull’amo, cosa che gli procurava sempre un po’ di fastidio e pena per l’animaletto, ed il suo sguardo venne attratto da qualcosa lungo il fiume.
– Mio Dio! –
Il suo volto si contrasse in una smorfia.
Gridò aiuto ma non poteva sentirlo nessuno. Se ne rese conto subito. In acqua galleggiava un corpo. Prese un lungo ramo, agganciò il cadavere e lo avvicinò alla riva che in quel punto faceva un’ansa. Si sedette sotto shock. Con il cellulare chiamò la polizia. Poi rimase lì, immobile, a fissare quella schiena piccola, nuda. Inanimata.
l’Ispettore Liguori e l’agente Marangoni furono i primi ad arrivare sul posto. Il primo sulla quarantina, pochi capelli in testa, barba corta e appena brizzolata, fisico robusto ma agile, sguardo determinato. Il collega aveva invece il fisico alla Sancho Pancha, il fido scudiero di Don Quixote. Era tutto sudato, nonostante la temperatura, e seguiva il suo capo ansimando ed incespicando ogni cinque, sei passi.
Il Pescatore era seduto con le mani sulla faccia. Piangeva. L’Ispettore in piedi a fianco a lui, il cadavere a pancia in giù nel fango con le gambe ancora immerse in acqua, Marangoni con la faccia nel fango anche lui, l’ultimo ciottolo traditore gli aveva fatto perdere l’equilibrio ed era caduto rovinosamente in avanti come un rinoceronte falciato dal fuoco di un bracconiere.
Liguori lo guardò sconsolato. Scosse la testa:
“Marangoni alzati, aiutami dai!”
I due trascinarono per le braccia la ragazza fuori dall’acqua, con tutta la delicatezza che gli riuscì. Era una ragazza. Quando la girarono ebbero un sussulto, il volto era completamente sfigurato ed a questi spettacoli non ci si abitua mai.
“Avrà avuto venti anni al massimo” disse Liguori “chiama la scientifica”
“... veramente ho lasciato la radio in auto”
l’altro sospirò e mise mano al suo cellulare. Intanto il collega disse fra sé e sé:
“una prostituta finita male...”
“può darsi ...” l’Ispettore allargò le braccia. Con l’espressione del volto e lo sguardo chiese un po’ di rispetto per la poveretta.
Negli ultimi anni erano stati non pochi i casi, spesso irrisolti, di giovani prostitute, di cui Roma andava popolandosi sempre di più, rapinate, stuprate, uccise da clienti fuori di testa o più spesso dagli sfruttatori. L’Ispettore era stato trasferito da poco a Roma da un piccolo centro del meridione e per sua stessa candida ammissione conosceva poco questo fenomeno.
Nel pomeriggio dello stesso giorno, Liguori incontrò nel suo ufficio il collega della Medicina Legale:
“allora, cosa mi dici?”
“donna bionda, carnagione chiara, probabilmente dell’Europa dell’Est...”
“minchia, Alfieri, mi stai dando delle notizie sconvolgenti!” lo interruppe l’altro. Lui tossì, quasi senza cogliere l’ironia e continuò:
“... circa diciassette anni, è stata violentata, brutalmente direi, e picchiata in modo selvaggio. Ha brutti segni ed ecchimosi in tutto il corpo. Ha lottato, si è difesa. I colpi più profondi sono stati inferti sul volto e sulla testa con un oggetto contundente di forma piatta. Non è morta per le percosse, aveva acqua nei polmoni. Questo vuol dire che quando è stata gettata o è caduta nel fiume era ancora agonizzante, forse priva di sensi. Le ferite erano molto gravi, di sicuro sarebbe morta ugualmente, ma tecnicamente il decesso è avvenuto per annegamento, circa quattro giorni fa”.
Liguori prese fiato, si passò nervosamente una mano sulla fronte
“qualcosa per l’identificazione?”
“Nulla che possa aiutarci granché, l’unico debole indizio che abbiamo è un tatuaggio, un piccolo elefante blu sulla caviglia destra. Probabilmente era una mignotta...”
“finora eri andato benissimo” lo gelò l’ispettore “verifichiamo anche l’impronta dentaria. A dopo, grazie”.
“A dopo”
Alfieri andò via con una faccia dubbiosa
Liguori chiamò un agente:
“non abbiamo molti indizi, controlliamo tutte le denunce di giovani donne scomparse negli ultimi mesi, scandagliamo il mondo della prostituzione, voglio dei rastrellamenti nelle zone a nord di quel tratto di fiume e in tutta la zona sud della città. Cerchiamo di mettere un po’ d’ansia ai nostri informatori e setacciamo le baracche lungo il fiume. Vediamo cosa salta fuori”
“Vabbene capo. Tutto chiaro”

L’Ispettore aprì la porta di casa, ad aspettarlo la moglie, un grosso batuffolo maleodorante di nome Poldo, salvato anni prima dalle sbarre del canile e la figlia Chiara, ultimo anno di liceo, piena di vita, capelli rossi e lentiggini.
“Ciao Giorgio” lo salutò la moglie
“ciao Pà, com’è andata oggi?” fece da coro Chiara
“una giornataccia amore”
“e quando mai, rispondi sempre così!”
“si, hai ragione, ma oggi lo è stata veramente. E dopo cena devo tornare alla centrale per degli interrogatori”
“e no, eh! Dopo cena dovevamo andare da mia cugina!”
era la moglie Vanessa, una bella donna dal carattere forte e i modi un po’ bruschi, che si era affacciata dalla cucina
“me ne ero dimenticato, scusa, ma devo andare, e per via di un omicidio. Una ragazza trovata assassinata...”
“Ah, quella del fiume?” lo interruppe Chiara “ne hanno parlato in televisione”
“Si. Aveva più o meno la tua età”
Poldo abbaiò in debito di saluti e carezze e appoggiò le sue zampotte sui pantaloni del padrone.
Vanessa si allontanò sbuffando
“in tv parlavano di una prostituta, un probabile regolamento di conti negli ambienti della malavita straniera. Certo che se una fa quella vita i problemi se li va a cercare...” disse Chiara.
Giorgio contrasse la mascella, dovette fare uno sforzo enorme per non mollare un ceffone alla figlia ma la voce che gli uscì fuori era quasi peggio:
“tu non sai di cosa stai parlando. Non ti rendi conto. Finché queste frasi le sento dire ai miei colleghi passi, ma in bocca a te...”
Chiara abbassò gli occhi e non rispose.
La mamma si affacciò nella stanza
“siamo tornati a casa nervosi?” poi si rivolse alla figlia
“vestiti che andiamo io e te da Alessandra, ceneremo da loro”
E di nuovo al marito
“se vuoi qualcosa da mangiare apri il frigo e poi rimetti tutto a posto. E prima di uscire porta fuori il cane”.
Poldo capì che si parlava di lui è guaì un po’ prima di andare ad accucciarsi davanti la porta d’ingresso con il guinzaglio in bocca.
L’Ispettore ingoiò il rospo maledicendo il giorno in cui si era sposato. A giorni alterni malediceva il suo lavoro e il suo matrimonio. Di sicuro l’uno non giovava all’altro.
Dopo la passeggiata con il quadrupede peloso comprò una robusta porzione di pizza al taglio e tornò in centrale.

“Buonasera Ispettore, lo accolse l’agente Marangoni, abbiamo di là delle fermate...”
“si, ... dell’autobus! Arrivo”
L’agente aggrottò la fronte. L’altro, con la pizza ancora a metà, lo salutò con un cenno del capo e andò nella stanza in fondo al corridoio.
Le ragazze erano per lo più europee, battevano i piedi infreddolite, poco più che bambine ma lo sguardo tradiva i segni dell’essere dovute crescere ed affrontare le cose peggiori della vita maledettamente troppo in fretta.
Vestite alcune in modo provocante, altre infagottate in abiti normali e modesti ispiravano più che altro tenerezza.
“Come ti chiami?” chiese ad una biondina con i capelli chiusi in una coda, piccola e mingherlina, occhi azzurri e spaventati.
“Olga” disse lei. Indossava jeans, stivali con tacchi alti e giubbetto di pelle bordeaux, “sono Moldava”.
E non ci fu verso di farle dire altro.
Alle spalle dell’Ispettore un collega disse:
“queste hanno paura, non dicono nulla. Qualcuna ammette che stava battendo ma dice che lo fa per scelta. Non è facile riuscire a cavargli qualcosa di bocca...”
L’Ispettore diventò più diretto
“siete qui perchè abbiamo bisogno di aiuto. Una di voi qualche giorno fa è stata uccisa a pugni in faccia, spogliata e buttata nel fiume come uno straccio vecchio”
una ragazza si mise le mani sul volto e scoppiò a piangere, un’altra sgrano gli occhi, saltò in piedi e soffocò un urlo.
“Abbiamo bisogno che ci aiutiate capire chi è e chi le ha fatto fare questa fine del cazzo”.
Diverse ragazze decisero di collaborare. Alcune erano talmente spaventate che trovarono il coraggio di denunciare i maiali che le costringevano a fare le puttane.
Helena, capelli castani tagliati a caschetto, occhi verdi, sorriso dolcissimo e vestitino nero molto succinto aprì gli argini:
“ho venti anni, sono venuta in Italia un anno fa, mi ha convinta mio fidanzato. Faceva il muratore, così diceva lui, mi aveva promesso un lavoro, una casa, dei figli. Mi voleva sposare” ricominciò a piangere “appena sono arrivata da Romania è cominciato l’inferno. La mia vita è finita. Il mio uomo mi ha venduta ad altri uomini. Animali. Lui non l’ho più visto. Sono stata picchiata, violentata, torturata per giorni. Non avevo più lacrime per piangere. Dovevo fare la puttana o morivo. Ma ora tanto mi sento già morta. Non ce la faccio più...”.
Così era cominciata la sua nuova non-vita. Tutte le notti per strada a vendersi per mettere insieme centocinquanta, duecento euro che finivano in tasca ai suoi aguzzini.
“Le prime parole italiane che ho imparato sono state: - trenta euro, bocca e scopare, andiamo amore? - ...”
Liguori ebbe un lieve giramento di testa. Fece un respiro profondo
“se denunci i tuoi sfruttatori possiamo aiutarti. Fidati”
“Ho paura, ... si, non ce la faccio più ...” abbassò lo sguardo, annuì con la testa “va bene” guardò negli occhi l’ispettore “... grazie”.
La portarono a vedere il cadavere.
“No, non l’ho mai vista” disse Helena.
Gli interrogatori proseguirono per ore.
Ivona, diciottenne ucraina, fisico da sportiva, alta, spalle larghe, capelli lunghi e mossi. Anche lei si decise a fare i nomi dei suoi carnefici, nonostante fossero quasi riusciti a spezzarle ogni velleità di ribellione. Neanche lei fu però in grado di aiutare la polizia per il riconoscimento.
Poi Inna, magrissima, quasi anoressica, con i capelli nero fulvo:
“questa vita mi fa schifo ma sono scappata dalla miseria, dalla disperazione, ho provato a lavorare come cameriera ma non ce la facevo nemmeno a pagare l’affitto. Un’amica mi ha detto vieni a lavorare con me... Vorrei riuscire a tornare a casa mia, nella ex-Jugoslavia, con un po' di soldi...”

Le ragazze erano terrorizzate. Non tutte erano disposte a parlare delle loro storie. Nessuna aveva riconosciuto la ragazza uccisa. Le denunce permisero però di liberare dalle catene invisibili altre diciotto ragazze.
Nei giorni seguenti si sparse la voce e altre ragazze fecero nuove denunce. Non era molto ma era un inizio.
L’omicidio ancora irrisolto aveva fatto sì che si procedesse ad arresti ed espulsioni. Piccoli ma di duri colpi al racket delle lucciole. I mandati di arresto recitavano l’agghiacciante frase: – ... per i reati di induzione e sfruttamento della prostituzione, riduzione in schiavitù e traffico di esseri umani ... –
Anche le indagini sull’universo delle baraccopoli lungo gli argini del Tevere non avevano dato nessun risultato se non quello di scoprire un mondo di povertà e miseria che viveva alla giornata all’ombra della capitale.

“Vanessa, dormi?”
“no...”
“nemmeno io...”
“che c’è?”
“... in questi quindici anni ne ho viste di tutti i colori ma in queste settimane ho scoperchiato un pentolone assurdo. Una realtà che non credevo avesse dimensioni così tristi...”
Giorgio e la moglie erano a letto, era passata da poco la mezzanotte. Avrebbero dovuto già dormire ma quello era uno dei pochi momenti in cui riuscivano a scambiare due chiacchiere.
“La storia di quella ragazza, vero?” chiese la moglie.
“Si. Per via di quel delitto ho ascoltato tante storie. Nella nostra moderna Europa esiste ancora chi commercia in carne umana!...”
La moglie gli carezzò il capo, sospirò, lo strinse a sé sotto le coperte e gli diede un bacio sulla guancia
“ora cerca di dormire”.

In un bar di periferia due ragazzi sulla trentina, appena scesi da una Mini gialla, vestiti con jeans firmati, felpa, occhiali alla moda, i capelli lucidi di gel, stavano sorseggiando un aperitivo
“Ahò, ma hai visto che ce stanno meno mignotte in giro?”
“Ho visto si! Ieri ho dovuto girare un’ora per trovarne una! Dice che jè stanno addosso, che jè stanno a dà na stretta. Quasi tutte le sere ce sta la madama per le strade”
“che te devo dì, speramo che nun arzano i prezzi!”
I due imbecilli risero rumorosamente della battuta.

Un anno dopo la poveretta del fiume era rimasta senza volto e senza nome, le puttane erano tornate sulle strade più di prima.
Davanti la stazione Ostiense un rumeno prese a coltellate un suo connazionale, più fendenti all’addome sferrati con inaudita ferocia, in pieno giorno, in mezzo alla folla. La polizia intervenne richiamata dalle urla dei passanti e riuscì ad arrestare l’assalitore. Il ragazzo colpito era ancora vivo ma disteso a terra privo di sensi. Perdeva molto sangue.
Marangoni stava portando il caffé a Liguori, urtò la lampada sulla scrivania a glielo versò interamente sulle carte che stava firmando. Il destinatario del caffé alzò gli occhi al cielo e pregò che un fulmine incenerisse il collega in quel preciso istante.
Bussarono alla porta
“Ispettore ci sarebbe da interrogare quel pazzo che ha accoltellato un suo connazionale e preparare la relazione, viene processato per direttissima. La vittima è in ospedale, è stato operato d’urgenza e se la dovrebbe cavare”
“occupatene tu Gualtieri”
“io sto uscendo con Rodolfi per una rapina a mano armata e gli altri sono tutti impegnati”
“ho capito...”
L’ispettore asciugò il caffé che non aveva risparmiato nemmeno camicia e pantaloni e raggiunse l’accoltellatore. Si mise in piedi davanti a lui:
“come ti chiami?”
“...”
“guarda che ti spacco la faccia”
“...”
“Perchè hai preso a coltellate quel disgraziato? Hai capito cosa hai fatto?”
“Si, io capisce”
disse il ragazzo molto lentamente e alzando gli occhi verso di lui, Liguori vide qualcosa nel suo sguardo che lo impietrì. L’altro continuò sempre lentissimo e con voce monocorde
“Mi chiamo Ivan. Dimitri è ragazzo di mia sorela, vivono in baracca lungo fiume. Mia sorela Tania è scomparsa da tanto tempo. Lui dopo bevuto detto me che qualche volta lui picchiava e lei scappata. Mia sorela è un angelo, no ha nemmeno diciotto anni. Io ero in Romania fino a un mese fa. Io ho dato lui quelo che meritava. Ora voglio ritrovare mia sorela”.
Il caso aveva voluto che fosse proprio Giorgio Liguori ad ascoltare quelle parole. Ebbe una certezza e gli si gelò il sangue.
“Tua sorella ha un tatuaggio?”
“... un piccolo elefante blu sulla caviglia destra ...”, lo dissero praticamente all’unisono.
Ivan salto in piedi, Liguori lo abbracciò forte, lo strinse, e lui capì. Urlò in silenzio. Disperato.
L’ispettore gli raccontò quello che era accaduto un anno prima tacendo i particolari più dolorosi e inutili.
Dimitri Popescu venne interrogato nei giorni seguenti in ospedale e dopo poche ore crollò e confessò. Quando Tania era tornata nella baracca in cui vivevano, lui era ubriaco fradicio. Lei lo aveva respinto e lui le era saltato addosso. L’aveva presa a pugni, strappato i vestiti e stuprata. Lei aveva cercato di difendersi disperatamente. L’aveva stretta da dietro sbattendole più volte la faccia e la testa sul tavolo e ridotta in fin di vita senza nemmeno rendersene conto. Poi l’aveva gettata nel fiume.

L’Ispettore vide una sua fotografia. Tania era una ragazza dolce con gli occhi luminosi e pieni di sogni. Lavorava in nero come domestica ma nessuno aveva denunciato la sua scomparsa.
La vita di un fiore spezzato in quel modo non era quindi la vita di una puttana. Ma ormai a chi importava.



di Giuseppe Gatto




martedì 13 novembre 2007

LA PRIMA VOLTA (di G. Gatto)


Si era svegliato di scatto. Sudato. Soffocando un urlo. Si era ritrovato ancora sotto le lenzuola fino alla vita e seduto nel letto con le braccia rigide a sorreggerlo. Il fiato grosso. Gli sembrava di aver appena affrontato tre piani di scale. Sentiva ancora il peso sul petto. Incubi.
- Strano, … io che non sogno mai! –
Fuori era ancora buio. Salvo guardò la sveglia, led rossi, quattroequarantasei. Led rossi accecanti. Si portò istintivamente il dorso della mano a proteggere gli occhi.
- Mi alzo, tanto ormai non dormo più –
Si mise in piedi piano. Lentamente e in silenzio, senza svegliare i genitori, si vestì ed uscì di casa. Nei suoi sedici anni di vita raramente si era alzato così presto, piuttosto quei colori rarefatti ed irreali che precedono l’alba li aveva visti qualche volta andando a dormire. Lo accolse un freddo frizzante, sopportabile, ma a lui pareva gelido e forse contribuiva a quest’effetto ghiaccio la fronte imperlata di sudore. Mani in tasca, spalle strette, Salvo si avviò con passi veloci ed incerti. Uno strano gambero umano. Camminava in avanti ma dava l’idea che volesse correre esattamente dalla parte opposta. Si morse il labbro inferiore, scosse la testa, sapeva che non poteva tornare indietro.
Non adesso. Aveva bisogno di non voltarsi.
Capelli castani e ricci lunghi alcuni centimetri, occhi scuri come la notte, magro, una peluria sul volto appena accennata che non poteva ancora definirsi barba. Addosso scarpe da tennis, jeans molto vissuti e un giaccone verde da caccia anche se a caccia non c’era mai stato. Lui era un tipo tranquillo, pacifico.
Da piccolo non capiva come facessero i suoi amichetti a divertirsi torturando innocue lucertole. Le prendevano con un cappio fatto con lunghi fili d’erba, le appendevano al ramo di un albero e giocavano a colpirle con le pietre. Lui proprio non riusciva a partecipare a quel gioco. Guardava la povera bestiola, soffriva insieme a lei, provava a farli smettere, poi si allontanava a testa bassa per non dover sopportare il triste spettacolo.
La sua era una famiglia semplice che viveva ai confini della povertà. Il padre faceva il manovale, il lavoro a volte c’era a volte no e quando c’era era spesso in nero, sottopagato, senza garanzie e senza niente. Se Mimmo si faceva male erano fatti suoi. Toccava lavorare anche per persone poco raccomandabili ed attività poco chiare. Doveva spostare mattoni, impastare la calce, non fare e non farsi troppe domande. La mamma era casalinga e domestica a ore per alcune famiglie giù in paese. Non era una vita facile. Una realtà per nulla rara in quel piccolo paesino del sud. Arretratezza economica e sociale fisiologica ed apparentemente ineluttabile. Salvo avrebbe voluto studiare, sognava un futuro diverso ma bisognava anche cominciare a portare qualche soldo a casa. Rendersi utile. Lui, a differenza di altri suoi coetanei, stava diventando adulto molto velocemente. Troppo velocemente.
Una sera a tavola Mimmo gli aveva detto:
- Don Vito ti vuole conoscere, forse è per un lavoro, vacci a parlare -
Lì intorno quasi tutto era di Don Vito.
Così era cominciato tutto.
Era andato a parlarci e da allora erano trascorsi cinque giorni.

Camminò per più di due ore, sembrava vagasse senza una meta ma cercava solo la strada più lunga. Inutile essere lì prima delle otto. Intorno solo campagna e macchie di verde, grigio e marrone. Una campagna brulla, arcigna, dai contorni irregolari, spigolosi. Con quella luce e la leggera foschia i campi ed il cielo a tratti si confondevano. Come i suoi pensieri. Groppo in gola, un nodo che voleva soffocarlo. Si sentì mancare il respiro e contrasse i muscoli delle tempie e del volto per combattere la vista che quasi si annebbiava. Gli girava la testa, proprio come quell’unica volta che era salito mezzo ubriaco sulle montagne russe.
- Voglio scendere - pensò.
Non scese. Non poteva scendere. Non dopo aver dato la sua parola a Don Vito.

Arrivò al vecchio casolare. Entrò in un cortile quadrato di mura bianche con una vecchia fontana al centro, poi dentro un grosso portone di legno, scambiò degli sguardi silenziosi con altre persone. Gli porsero una grossa lama ed una specie di larga tuta da operaio che lui indossò. Qualcuno gli diede una pacca sulla spalla qualcun altro gli fece un leggero cenno del capo.
Era arrivato il momento.
Entrò nell’altro locale, sulla destra. Gli avevano già spiegato tutto. L'odore era fortissimo, gli serrò la gola, trattenne un conato di vomito. Fece un respiro profondo, serrò gli occhi, strinse la mano destra sul coltello ed affondò con forza l'acciaio lucido nella carne viva. Un colpo sferrato nel collo caldo, pulsante. Un grido straziante gli entrò nella testa come una scheggia di vetro nella spina dorsale. Un violento fiotto di sangue gli bagnò il viso. Quel liquido caldo e denso era dappertutto. Le gambe tremarono. Si mise a piangere con singhiozzi sincopati, gli sembrò di non riuscire più a respirare.
Era la prima volta che uccideva.
Era il suo primo giorno di lavoro al macello dei maiali.
di Giuseppe Gatto