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martedì 15 aprile 2008

ANNA PER SEMPRE (di G. Gatto)


Ore 09:00
- “Quando ti fai il caffè potresti pulire la macchinetta per favore?”
- “Si Anna, hai ragione, …scusa mi sono distratto … Comunque buongiorno eh!”
- “Ti distrai un po’ troppo spesso! (alza la voce) E’ che a te ti frega solo delle cose tue. Quando è stata l’ultima volta che hai portato giù la spazzatura? E la spesa? Da quando è che non fai la spesa?”
- “Senti, per favore, (allarga le braccia) non ho pulito la macchinetta del caffè (alza la voce anche lui) ma ora non attaccare la solita solfa. E’ sabato mattina. Ti prego! Ogni week end la stessa battaglia!”
- “Solo perché gli altri giorni ti vedo poco…” (voce molto avvilita)
- “Vabbè, ciao, io esco. Ci vediamo per pranzo”
- “Io vado a mangiare da mamma, vieni pure tu?”
- “No, ti prego! Dai tuoi no, ci andiamo pure domani! … Passo a prenderti dopo pranzo, andiamo a fare la spesa assieme, ok?”
- “… (lunga pausa) … si, vabbè. Ma tu ora dove vai?”
- “Non cominciare! (molto seccato) Mi vedo con Ugo, te lo avevo detto! Devo aiutarlo a montare il pergolato...”
- “Me ne ero dimenticata, scusa… (sospiro) ci vediamo verso le tre”

Ore 18:00
- “Pronto?”
- “Laura, amore, sono io”
- “Ciao anima mia. Stamattina sei stato fantastico…”
- “Laura, senti …” (lunga pausa)
- “Cosa c’è? … Ti sento strano. Tutto bene?!”
- “Anna… (pausa) Anna è morta”
- “Tua moglie?!”
- “Si, (seccato) quante Anne conosci?”
- “Oddio!!! (scoppia a piangere) L’hai, … l’hai uccisa tu?”
- “Ma che dici, sei pazza?! E’ stato un … si, un colpo di fortuna. Eravamo andati al supermercato. Un’auto l’ha investita, davanti i miei occhi. E’ morta sul colpo, non ha sofferto.”
- “Mioddio come sei cinico! (alza la voce e piange ancora più forte) Sei un mostro! Mi fai paura!”

- “Ma ora siamo liberi, capisci? Finalmente liberi! Di amarci, di essere felici, … è quello che abbiamo sempre desiderato!”
- “… Stronzo! (urla forte) Sei disgustoso! Mi fai schifo! Io desideravo che tu la lasciassi, … non che morisse!”
- “Beh, (con voce bassa e pacata) mi ha lasciato lei... Per sempre”

di Giuseppe Gatto

racconti e storie...

domenica 20 gennaio 2008

IL GIRASOLE. L’estate, il mare, il pattino (di G. Gatto)


Era in pensione già da qualche anno ma era ancora forte e pieno di energia. Schiena dritta e portamento fiero. Aveva fatto la guerra. Ma non ne parlava volentieri. Quando gli scappava qualche ricordo gli si adombrava il viso.
Magro, atletico, portava dei piccoli occhiali rettangolari. Da qualche anno anche il bastone da passeggio.
Amava il sole, il mare, il caldo. Il suo sogno era andare a vivere ai Caraibi, dove era sempre estate.
Era anche per via di quella brutta sinusite che lo costringeva a passare gli inverni spesso tappato in casa. Appena prendeva un po’ di freddo erano dolori. L’inverno lo invecchiava. Gli metteva addosso vestaglia e pantofole e lo sedeva davanti la televisione. Come a molti altri vecchi di città.
La mattina andava a fare la spesa ed altre tremila faccende che riusciva ad inventarsi, fuori, in casa o giù in cortile. Le tapparelle della finestra, il cancello, il prato, le provviste in cantina...
Montava, smontava, puliva, aggiustava, innaffiava, sistemava, andava, veniva. Instancabile. Salvo poi rientrare per il pranzo sbuffando: “Eh..., devo fare sempre tutto io!” con la variante “Eh, se non ci penso io!”
Quando usciva era coperto come un orsacchiotto. Cappotto, cappello, sciarpa. L’immancabile bastone. E la mano schiacciata sulla bocca e sulle guance, a proteggere dal freddo il dolore di quella maledetta sinusite.
Sotto il cappotto era sempre impeccabile nei suoi abiti grigi o verde scuro. Sempre in giacca, a volte anche cravatta e pochette da taschino. Un eleganza sobria e naturale.
Appena la primavera si inoltrava sui campi lui riempiva la sua vecchia Innocenti come una roulotte. Svuotava la cantina e ci ricopriva l’auto.
E partiva per il mare.
Ringiovaniva di dieci anni. Ogni volta.
Sul portapacchi della sua indistruttibile macchina verde bottiglia fra le altre cose c’erano ombrellone, sdraio, remi e salsicciotti. Quei cosi gonfiabili che aveva scoperto fra i primi in Italia e che gli permettevano di tirare sulla spiaggia il pattino e rimetterlo in mare da solo. O quasi. Il fedele natante lo aspettava al villaggio al mare. Conservato con amore.
Questa era la sua vita da giugno a settembre.
Al mattino presto si alzava, faceva colazione con cafféllatte e pane raffermo, abitudine cementata dai tempi del collegio. Poi si vestiva con maglietta a maniche corte, di colori spesso sgargianti, pantaloncino largo che arrivava quasi al ginocchio, cappello con la visiera, occhiali da sole rettangolari. Ed andava a vedere il mare.
A piedi.
Se il mare era calmo lui era felice. Si usciva con il pattino.
“Oggi l’acqua è una tavola” diceva sorridendo.
Se il mare era mosso tornava a casa un po’ afflitto
“eh, il mare è agitato...”.
Tutto il paese era uscito su quella specie di barcone blu.
La preparazione era meticolosa. Caricava la macchina con tutte quelle cose che gli altri lasciavano sulle barche ma lui invece riportava a casa tutti i giorni. Gli scalmi, i remi, i salsicciotti, il coperchio del vano che faceva anche da seduta, il salvagente. Poi l’ombrellone ed almeno due sedie a sdraio. Quelle in legno e tela.
Arrivava ad un passo dalla spiaggia. Slegava gli elastici e scaricava il portapacchi.
Piantava l’ombrellone quasi sul bagnasciuga. D’altronde a quell’ora non c’era ancora nessun altro. Sistemava le sedie a sdraio. Più tardi sarebbero state popolate dalla famiglia, che lui adorava: la moglie, le figlie, a volte i nipoti.
Quindi cercava un posto all’ombra per la macchina. Odiava trovarla al sole. L’auto era un girasole al contrario. Cercava sempre disperatamente l’ombra. Sembrava che fosse lei a chiedere:
“Mi sposti all’ombra?”.
Altrimenti non si spiega come mai a volte lui uscisse da casa, anche più volte al giorno, per spostare la macchina anche quando sapeva che non l’avrebbe dovuta usare.
Certamente nel caso fosse servita gli occupanti l’avrebbero trovata all’ombra e bella fresca.
Poi si dedicava alla sua creatura. Metteva al loro posto il coperchio-sedile, i remi e trovava sempre qualcuno che gli desse una mano per metterla in acqua.
Non gli aveva mai dato un nome.
Era semplicemente il pattino. Una volta, molti anni prima, era rosso, poi lo cambiò con un modello ancora più grande, sopra blu mare sotto bianco.
Si faceva un giro da solo. Lui e il mare. Remava lentamente ma in modo vigoroso. Così non si stancava e non gli usciva una sola goccia di sudore.
La spiaggia cominciava a popolarsi e cominciavano i turni.
Qualcuno lo chiamava sbracciandosi dalla riva. Lui arrivava, caricava tre, quattro persone, famigliole intere o solo bande di figli e nipoti di amici e conoscenti. E si ripartiva. Si andava a largo a fare i tuffi e a fare il bagno dove l’acqua era pulita. Limpida e blu. O semplicemente a prendere il sole in mezzo al mare.
O si andava, specie con i più piccoli, allo scoglio non lontano da riva. Sempre per fare il bagno e tuffarsi.
Era un’imbarcazione imponente, in vetroresina, leggera ma anche grande e robusta. Ci si poteva stare anche in otto, stendersi a prendere il sole ed usarla come trampolino senza il rischio che si capovolgesse.
Dopo mezz’ora al massimo tornava a riva. Scendeva un gruppo e ne saliva un altro. Gli sembrava ingiusto non accontentare tutti. Così ogni giorno sul pattino blu salivano tante persone diverse e lui era amico di tutta la spiaggia.
L’esclusiva la possedevano solo le figlie e i nipoti. Una sola figlia per la verità perchè l’altra aveva paura di andare a largo e restava ben ancorata al bagnasciuga con tanto di inutili pinne ai piedi. I nipoti venivano a trovarlo una o due volte al mese ed in quei giorni lo zatterone a remi portava a zonzo quasi solo loro. Tanto scendevano in spiaggia non prima delle undici, quindi c’entravano almeno quattro turni pre-nipoti!
Non lo prestava però. A nessuno. Sul pattino poteva salire chiunque ma ai remi c’era sempre lui. Il capitano, come lo chiamava qualcuno.
Le solite eccezioni erano per pochi eletti. I soliti nipoti, loro si, potevano mettersi ai remi. Ma dovevano remare come lui. In modo costante, lento, regolare. Altrimenti ritornava al posto di comando.
Non amava la pesca ma accompagnava volentieri i suoi amici a pescare. In quel caso tutta la consuetudine non cambiava, semplicemente veniva anticipata di qualche ora.
Quando si avvicinava l’ora di pranzo rientrava. A tirar su la barca, con l’aiuto dei magici salsicciotti, c’era sempre mezza spiaggia. Tutti quelli che vi erano saliti. Quindi poteva dirigere le operazioni senza spingere.
Poi riprendeva tutto l’armamentario: ombrellone-sedie-remi-scalmi-coperchio, ricaricava il portapacchi della Innocenti e legava il tutto per bene con un paio di robusti elastici. Quindi faceva ritorno a casa, a cinquecento metri dal mare.
Ad aspettarlo c’era la moglie, la sua compagna di una vita. Più di messo secolo vissuto in completa simbiosi, l’uno per l’altra. Come quegli uccelli che dividono per tutta l’esistenza lo stesso nido e gli stessi cieli. Raramente lei scendeva in spiaggia. Forse era anche gelosa di vedere tutte quelle donne che lui scarrozzava in lungo e in largo. E poi non amava molto il mare.
Però cucinava in modo superbo. Ogni giorno era un pranzo luculliano. Soprattutto se avevano ospiti. Ed avendo tanti parenti ed amici non era raro che succedesse.
Dopo mangiato calava il coprifuoco.
Il capitano andava a dormire e quando si svegliava, dopo un paio di ore o più, faceva al massimo una passeggiata. Il pomeriggio era anche dedicato al rito del quotidiano che leggeva avidamente da cima a fondo.
Gli volevano tutti bene. Era una presenza costante per tutta l’estate. Estate dopo estate. Sempre lì ad armeggiare alla barca, alla macchina, a scrutare il tempo all’orizzonte o cercare chi voleva farsi un giro scrutando dal pattino verso la spiaggia. Sempre con la mano a parare il sole e proteggere gli occhi. Sempre con le sue magliette colorate. La gialla spesso preferita alle altre.
Un giorno mise il suo fido guscio galleggiante a mare. Da solo. Non lo vide nessuno. Cominciò a remare verso il largo. Lentamente. Si sentivano solo i suoni che fa il remo entrando in acqua e lo scalmo ruotando su se stesso.
E non tornò più.

di Giuseppe Gatto

racconti e storie di Giuseppe Gatto

sabato 12 gennaio 2008

CONDOM ALLA FRAGOLA (di G. Gatto)


La partita era appena terminata. Meno male. Avevamo perso per l’ennesima volta in modo indecoroso. Nove a cinque mi pare, squadra di scoppiati. Una doccia veloce ed eravamo già seduti a tavola. Io saltavo le operazioni di lavaggio, giocavo in porta e non ero nemmeno sudato! Sarebbe stato un inutile spreco di sapone e acqua calda. E poi spogliarsi, prendere freddo…
Il centro sociale dove giocavamo aveva anche una trattoria casereccia aperta fino a tardi, a prezzi popolari.
Dovevamo immediatamente reintegrare quelle poche decine di calorie bruciate indegnamente sul campo di calcetto. Qualcuno veniva a giocare più per la mangiata ed il successivo bivacco che non per la partita in sé. Io ero fra questi. Fra una birra, una canna ed una trenetta al pesto, fatta come si deve con patate e fagiolini regolamentari, il discorso scivolò sul sesso.
Io mi sentivo un perfetto imbecille.
Tutti avevano da raccontare qualche avventura piccante. Tutti tranne me. Possibile sono l’unico, pensai, che a quasi trent’anni suonati invece di trombare come un opossum continuo a tirarmi le pippe? Certo sono passato dalla biancheria intima del Postal Market ai video su internet ma è pur sempre un farsi il solletico da solo!
Che poi nei filmetti porno ci sono quei cosi enormi a lunga durata che mi mandano anche parecchio in depressione!
Avevo Piero al mio fianco, difensore granitico con i polpacci da lottatore e lo coinvolsi nei miei turbamenti.
“Mario, io le ragazze le conosco in chat!”
“In chat?”
“Ma si, sul web ci sono una marea di siti di incontri, amicizie, poi da cosa nasce cosa...”
Ne annotai un paio scrupolosamente. Era un mondo a me del tutto sconosciuto.
Piero mi suggerì quelli che andavano dritti al sodo e mi mise in guardia da quelli perditempo. Una preziosa miniera di informazioni.
Passai il sabato al computer con mia mamma che faceva capolino con i suoi “Mario ma che fai? Non esci?”.
Eh, ... lo so io che faccio. Lo so io...
Un paio d'ore per capire come funzionava il tutto. Poi compilai il mio profilo con un robusto maquillage. Aumentai l’altezza, diminuii la taglia dei pantaloni, eliminai trenta chili. Infoltii notevolmente i capelli e scoprii anche una serie di qualità caratteriali di cui, fino a quel momento, non avevo preso una piena consapevolezza.
Ero diventato uno strafigo. Bello, simpatico e solare!
Un cazzo. In realtà sono bruttarello, stempiato e grasso. Persino la mia pelle è unta come un panetto di burro! E quando mi girano le palle so essere una persona davvero insopportabile.
Inserii una foto in cui più che vedere si intuiva qualcosa, la faccia era seminascosta da un boccale di birra, scattata dal basso, si intravedeva un bel fisico, braccia forti, bei lineamenti, muscoli delineati sotto la maglietta bianca aderente.
Ovviamente non appartenevano al sottoscritto: né la maglietta, né i muscoli d'acciao, né la foto.
Era quella di un mio amico bellocomeilsole fatta ad una festa.
In guerra e in amore tutto è permesso.
Piero era stato molto chiaro:
"Senza foto non ti si fila nessuno!"
La caccia era cominciata. Dopo poche ore avevo già una tettona che voleva conoscermi. Soprattutto voleva presentarmi le sue enormi bocce. I suoi colleghi la chiamavano “Ferillona” per via di una certa somiglianza con l’attrice. Un nome, un programma. La sua foto era un primissimo piano con un décolleté da panico. Sudori freddi.
Viveva a Bologna. Mi diede il suo cellulare. La chiamai.
“Ciao, sono Mario. Flavia?”
“Mo ciao, scì, sciòno io”
“sai scusami, è la prima volta che faccio amicizie in chat, non sono molto pratico...”
“mo dai sèmo non ti preoccupare, mo lo sciài che z’hai una bella voze?”
Effettivamente, almeno quella. Ho una voce calda, bassa, radiofonica.
“Dai mò, mi vieni a trovare?”
Aveva anche lei una voce bellissima e quell’accento emiliano mi faceva impazzire. A me le esse trascinate e scivolose mi hanno sempre fatto ribollire il sangue. Sprizzava sensualità da tutti i pori. Le antenne della mia eccitazione erano già tutte tese e in allarme.
Inclusa l’antenna principale.
“Certo che ti vengo a trovare. Anche domani!”
“Mo scì dai, ti aspetto, per che ora arrivi?”
“… nel primo pomeriggio, va bene?”
“Va benissimo! Z’hai presente piazza Maggiore?”
“Si, certo”
“Ecco da lì prendi via degli Orefici, più avanti c’è un bar. Ti aspetto lì per le tre”
“non vedo l’ora di conoscerti. A domani”
“a domani, ciao”.
La scelta dell’orario non era stata casuale. In treno avrei impiegato circa tre ore ad arrivare a Bologna, non avevo nessuna intenzione di fare una levataccia ed avevo anche bisogno di qualche ora per un minimo di restauro e manutenzione. Doccia, barba, rifiniture.
Ma agitazione e ansia erano a mille. Mi svegliai presto e mi avviai con un anticipo mostruoso. In treno, dopo dieci minuti che ero partito, già russavo come un trattore. Nei pochi momenti di dormiveglia avevo immaginato l’incontro, l’imbarazzo, l’alberghetto dove portarla o chissà forse mi avrebbe portato a casa sua... Mi veniva la pelle d’oca.
Nello zaino avevo preparato il kit del mandrillo: confezione da sei di profilattici stimolanti aromatizzati alla fragola, olio per massaggi all’arnica, mentine extra-strong per l’alito dell’uomo chenondevechiederemai.
Ero pronto.
Alle 12.30 ero già alla stazione centrale.
Faceva un freddo bestiale. Passai lungo il primo binario davanti al buco-con-vetrata che hanno lasciato dopo la bomba. Ogni volta che lo vedo mi parte un brivido lungo la schiena. Bastardi.
Adoro questa città. Spesso ho pensato che mi piacerebbe viverci. Se non fosse per il freddo...
Mi sento decisamente più a mio agio con il clima di mare.
Notai subito un sacco di belle donne: se i luoghi comuni son diventati tali ci sarà bene un motivo. Le bolognesi sono belle. Non c’è niente da fare: è un assioma!
C’è pieno di gnocca. E poi in giro c’è bella gente, in generale.
Ciao Bologna! Godereccia. Simpatica. Accogliente come poche. Ti strega, ti affascina, ti abbraccia e non ti lascia andar via. Quando riparti ti manca. Subito.
Ma io ero appena arrivato. E continuavo ad immaginare cosa avrei fatto, cosa avrei detto, le sue labbra, i suoi baci, la sua pelle. Mi avviai a piedi verso il centro e passeggiando sotto i portici di via Indipendenza sbucai in un dedalo di viuzze e portici intorno alle due torri, piazza della Mercanzia, piazza Santo Stefano, piazza Maggiore. Ragazzi con la bici, mamme con i passeggini, turisti, vecchiette affaccendate a fare la spesa.
Sono molto contento di essere qui.
Al liceo si partiva tutti gli anni per il Motorshow. Ed era una festa. Qualche anno più tardi si veniva a trovare gli amici all’università. Daniel, un ragazzo eritreo magrissimo con due grandi occhi neri ci aveva introdotto alla vita notturna. Un locale proprio sotto le due torri dove si ballavano i primi esperimenti di drum‘n’bass. Potentissima, tutta bassi e subwoofer, luci quasi assenti, fiumi di cocktails e sudore. E bella gente. Poi una discoteca più in periferia. Un grande capannone che si muoveva a ritmi di house assordante. La mattina presto i posti giusti, dai furnér, dove fare colazione con il pane e le brioche ancora caldi.
Amo Bologna, è un po’ il crocevia nord-sud di questo vecchio stivale. Per la simpatia della gente, la disponibilità, la voglia di ridere, di fare amicizia, di stare assieme, è una città del sud. Viene in mente Napoli. Però le cose funzionano, non c'è la spazzatura per la strada, si respira civiltà, vitalità, c’è benessere e qualità della vita. La tocchi con mano. E’ questo è da città del nord. La più meridionale delle città del settentrione. Non solo in senso geografico. Nel sorriso delle persone. Cultura e rapporti umani.
Passai davanti una trattoria, mancavano ancora più di due ore all’appuntamento. Gli odori delle osterie e dei negozi di alimentari mi avevano aperto lo stomaco. Mi tuffai dentro e ordinai del prosciutto crudo, quello serio che si scioglie in bocca, una bottiglia di Sangiovese ed un piatto di tortellini in brodo. Arrivarono fumanti (che profumo!), una leggera spolverata di parmigiano e via. Celestiali. Meravigliosi. Piccoli, al dente ed affogati in un brodo saporito. Dopo i primi tre cucchiai avevo quasi dimenticato il motivo per cui ero lì. Ne ordinai un altro piatto. Dopo il caffé supplicai la cuoca e la convinsi a vendermene un chilo abbondante. Era un’allegra signora con due guance piene ed un sorriso da mamma. Li aveva fatti con le sue manine. Avevo la seria intenzione di non mangiare altro almeno per i prossimi tre giorni.
Oddio sono quasi le tre!
Misi i preziosi gioielli nello zaino, provvidenziale, e tornai verso piazza Maggiore.
Arrivai al bar che mi aveva indicato Flavia. Mi guardai intorno ma non la vidi. Ahi. Speriamo bene. Se mi dà buca sai che fregatura! Ordinai un altro caffé. Mi guardavo intorno come una spia russa in un locale di Manhattan.
Eccola, stava arrivando. No! Non può essere lei! Però il viso... Si è proprio lei. Non c’è dubbio. Con quei parabordi!
Si è seduta ai tavolini fuori.
Esco come niente fosse, giro l’angolo, mi appoggio con la schiena al muro, le mani in tasca per il freddo e alzo gli occhi al cielo.
- Coglione!!! -
Una balena! Era arrivata con la ciccia che tremolava tutta gelatinosa. Un enorme budino che tracimava dalla poltroncina di metallo da tutte le parti! Era un miracolo che la sedia non si fosse ancora disintegrata!
Cretino. Eh già, questa voleva fare sesso proprio con me. Se non era un rimorchiatore sai quanti ne trovava senza bisogno di pescarli nella rete. La foto era un primo piano e di viso era carina. Con il décolleté in bella e rigogliosa mostra. Il mio cervello si era spento ed avevo visto solo i suoi occhi con quelle ciglia lunghe e folte. E le sue grandi e accoglienti tette of course. Taglia quarantasei! Si, ma per gamba! Aveva buttato l’amo ed aveva pescato me. L’imbecille di turno.
Beh! Ed io allora? Che le avevo mandato la foto di Alessio! Le sono passato a dieci centimetri, del tutto trasparente ai suoi occhi. Non poteva riconoscere uno che non aveva mai visto! Ma cosa mi ero messo in testa!? Cosa le avrei raccontato? Facevo come Giuseppe e Amedeo con Carmela a Bumbungà!? L’amico mio stava male ed aveva mandato me?!?
Mi scoppiò un sorriso.
Ripresi la mia passeggiata. Sarei andato a zonzo per Bologna fino a sera. Il treno per Livorno poteva aspettare.
In fondo l’incontro di sesso c’era stato comunque.
Con i tortellini in brodo.
di Giuseppe Gatto

martedì 13 novembre 2007

LINEA TRE (G. Gatto)


Aldo rivede tutte le mattine lo stesso film. Risveglio a fatica, molta. Toilette minimalista, yogurt bianco, caffè. Poi, lento pede, verso il tre, l’anziano e fedele bruco a rotaie che da quasi due anni lo accompagna in ufficio.
Correttore di bozze per una rivista di patiti del web. Non che la leggano in tanti né che lo coprano d’oro, ma tutto sommato è pur sempre meglio di un lavoro vero. E’ divertente, gli tocca leggere un mucchio di roba strana ed a volte scoppia a ridere da solo fino alle lacrime.
Quarant’anni, pochi capelli, un divorzio alle spalle e la tipica goffaggine di chi ha diversi chili di troppo. Vive da solo, gli amici lo descrivono come un tipo simpatico, allegro e soggetto ad inspiegabili sbalzi di umore.
Arrivano insieme a Porta Portese, lui ed il tre.
Splende un sole caldo e accecante. Aldo continua a sonnecchiare e sbadigliare per diverse fermate. Piramide, Circo Massimo, Colosseo.
(Dio quant’è bella Roma) pensa.
Viale Manzoni. E’ quasi arrivato.
Scorge una ragazza a diversi metri da lui, lo incuriosisce il libro che lei sta leggendo completamente assorta. Ha un’aria familiare, il libro. Cerca di mettere a fuoco la copertina, il tram è pieno come un uovo e le vibrazioni non aiutano. Benni! Terra di Stefano Benni. Un piccolo capolavoro che lui ama ed ha letto più volte.
Di colpo posa lo sguardo sulla ragazza e la trova terribilmente interessante. Come se la passione per la stessa lettura avesse disegnato un invisibile elastico che lo attrae verso di lei. La vede per la prima volta, o almeno così gli sembra.
Si perde per un istante nei suoi pensieri e la sconosciuta scompare. Più semplicemente è scesa.
Porta Maggiore. Scende anche lui, un pò turbato.
Al lavoro combina poco e raccogliendo una serie di fotogrammi sparsi qua e là nella sua testa realizza che nei suoi assonnati tragitti mattutini quella tipa l’ha già vista più volte. Per mesi. Hanno evidentemente orari simili ed oltre a Benni anche la linea tre in comune.
(Ma come ho fatto a non notarla prima!?)
L’ha guardata per pochi secondi ma è come se un fulmine avesse squarciato il quadrato di cielo sopra la sua testa. E’ bellissima! Alta, due grandi occhi scuri da cucciolo di foca, una folta e disordinata capigliatura leonina, naso leggermente all’insù, due labbra carnose che incorniciano un sorriso disarmante. Molto più giovane di lui. I loro sguardi si sono incrociati per un breve istante. Forse ha anche sorriso nella sua direzione! E’ tutto quello che ricorda ma è più che sufficiente per procurargli uno stretto nodo allo stomaco ed un’erezione quasi dolorosa.
La sera riprende il tram ma non la vede.
Una volta a casa affoga la delusione in due piattoni di pasta e fagioli preparata con le sue manine: olio extra-vergine, aglio, cipolla, pancetta, sedano, carota, peperoncino e discreta quantità di vino rosso, a parte.
Stessi orari solo al mattino. Aldo ormai prende il tre con il solo scopo di incontrarla. Deve riuscire a conoscerla. Il fatto che intanto va in redazione è del tutto accidentale.
Nei giorni seguenti oltre a tuffarsi in quel sorriso che lo ha colpito al mento ha modo di farle una sorta di risonanza magnetica oculare continuandosi a dare del cretino per non averla notata prima.
E’ davvero dannatamente bella, piena di curve e morbidezze al posto giusto, vita stretta, tacchi alti, due gambe che partono da polpacci snelli, affusolati e non finiscono mai scomparendo in una gonna corta e spagnoleggiante. Dolcezza ed aggressiva sensualità.
Timido e impacciato come tutti i ciccioni Aldo mette progressivamente in pratica una serie di azioni degne delle migliori giovani marmotte. Ogni giorno cerca di capitarle sempre più vicino senza dare troppo nell’occhio. Finalmente, dopo quasi una settimana di appostamenti il colpo di fortuna. Il solito scooter smarmittato che sorpassa a zig-zag e si schianta con rumore di vetro e ferraglia su una Panda.
Il tram frena bruscamente.
Libro in terra. Che intanto è diventato Miami Blues.
Aldo lo raccoglie:
“il tuo libro”
“oh, grazie” lei porge la mano. Si sfiorano
(che voce calda!)
“bello Willeford, li ho letti praticamente tutti”
“ma dai! ... si molto bello”. Sorriso infinito. Le sorride tutto il viso
Sguardo inebetito di Aldo. E’ pietrificato.
“sono arrivata. Ciao”
(Ciao) pensa Aldo, ma non riesce nemmeno a dirlo.
Poi si dà del cretino con particolare accanimento.
(Non le ho nemmeno chiesto come si chiama! Cazzo!)
Ogni tanto si avvicina ad un collega e gli dice: “mi dai un ceffone?” ma non trova nessuno in vena di violenta generosità. Rimedia solo un inutile ed affettuoso buffetto.
Per un paio di settimane non la incontra. E’ disperato.
(E se avesse cambiato lavoro? Casa? Città?)
Non capisce se sia amore o qualcosa di simile ma pensa a lei in continuazione e comincia anche a dare corpo ai suoi pensieri. Sente la pelle di lei sotto le sue dita. Sogna ad occhi aperti di abbracciarla, cingerle i fianchi da dietro, appoggiato ai sostegni del tram, con i raggi di sole che entrano prepotenti dai finestrini, e baciarla sul collo, con il capo di lei chino all’indietro sulla sua spalla. Poi cercare e trovare le sue labbra, e perdersi dentro la sua bocca, i suoi capelli, il suo profumo, che lui ricorda perfettamente, fresco, alla frutta.
Architetta almeno cinque stratagemmi diversi per scendere alla sua fermata, presentarsi come si deve e poi accompagnarla. Vuole conoscerla, sapere tutto di lei. Chi è, cosa fa, cosa ama, che musica ascolta, se le piace più il vino o la birra. Le farà una corte discreta, dolce, insistente. La porterà a scoprire insieme i mille angoli affascinanti di Roma. La porterà al mare, a giocare sulla sabbia, a mangiare il sushi, ad ascoltare Jazz a Trastevere. La porterà. La porterà. La porterà...
Solo che Aldo non la incontrerà più.
di Giuseppe Gatto