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martedì 1 aprile 2008

L'OROLOGIO PERFETTO (di G. Gatto)


Amilcare scappava con gli occhi terrorizzati… Era inseguito. Era chiaro che stavano cercando proprio lui. Si trovava nel giardino immenso di una sorta di reggia. Un palazzo maestoso come quelli che si vedono nei film. Stava accucciato in mutande e canottiera, quella classica senza maniche e calzini corti bianchi ai piedi. Magro, piccolo di corporatura, sulla cinquantina, pochi capelli in testa e quasi del tutto bianchi.
Si era nascosto dietro un’enorme vaso di pietra a forma di ananas al cui interno troneggiava una splendida chicas. Dei fari lo illuminarono.
“Eccolo!” gridò un uomo con un robusto rottweiler al guinzaglio.
– Mi hanno visto! – sobbalzò. Si voltò e cominciò a correre. Sentiva alle sue spalle grida, concitazione, i latrati dei cani. Ma cosa ci faceva lì? Pensò. Cos’era quel posto? Entrò nel palazzo da una grande porta finestra che affacciava sulla corte, si ritrovò in un imponente salone, molto luminoso, con i soffitti alti almeno dieci metri, pieni di stucchi dorati, da cui pendevano smisurati lampadari di cristallo. Alle pareti specchi giganteschi con cornici di legno intarsiato, magnifici quadri e tutto intorno divani di legno rivestiti di velluto bordeaux stile Luigi XVI. Continuò a correre goffamente e scivolando a tratti sul pavimento di marmo bianco lucido. Non era mai stato uno sportivo. Attraversò in diagonale il sontuoso salone ed uscì da un’altra porta finestra che dava su un lungo balcone che circondava tutto quel lato della sala.
Li aveva ormai addosso, alle sue spalle sentiva il respiro affannato e rabbioso dei cani. Vide fuori dal cornicione della balconata il bordo di una piscina olimpionica, proprio lì, ad un metro. Non era possibile. Non poteva essere possibile! Non ebbe il tempo di porsi domande, con un salto che stupì lui stesso si tuffò in avanti direttamente dal pavimento del balcone, sfiorando con la pancia il corrimano ed entrò in acqua perfettamente di testa. A metà della corsia uno. Cominciò a dare vigorose bracciate, vedeva il bordo corto della piscina non lontano. Due bracciate e un respiro, due bracciate e un respiro. Ma dove aveva imparato a nuotare così bene? Si chiese. Arrivò a toccare il limite del rettangolo d’acqua e la folla esplose in un lungo e fragoroso applauso. Aveva vinto. Si guardò intorno incredulo, il colossale palazzo era scomparso. Era finito nel bel mezzo di una competizione di nuoto. Intorno vedeva gradinate piene di folla, colori, le telecamere della TV…
Un elegante signore gli si avvicinò con il microfono in mano:
“E’ contento ragioniere?”
Lui molto confuso fece cenno di si con la testa. Salì sul gradino più alto del podio con ancora addosso canottiera, mutande e calzini fradici, al suo fianco due ragazzoni in tutina nera con cuffia e occhialini, che lo sovrastavano per altezza e volume, lo guardavano con rabbia.
Una splendida donna con i capelli vaporosi, l’abito rosso stretto attorno alle curve pericolose ed un vistoso decoltè gli mise la medaglia d’oro al collo. In quello stesso istante si svegliò di soprassalto. Guardò la sveglia: le 6:59. Con uno scatto allungò il braccio e la spense, sarebbe suonata alle 7:00 in punto. Sorrise. Era felice come una pasqua. Ricordava il sogno perfettamente. Gli succedeva sempre così quando si svegliava nel mezzo di un sogno, ne ricordava i particolari, i rumori, le immagini, persino gli odori, le sensazioni. Tutto.
– Ma perché stavo scappando? –
L’immagine più bella, quella che lo faceva sorridere felice era il salto in piena corsa direttamente dentro la piscina, come attraverso una finestra spazio-temporale che gli aveva fatto cambiare scena e dimensione. E poi era stato un gesto atletico notevole. Si toccò il pigiama quasi stupendosi che fosse asciutto. Impiegò qualche minuto per tornare pienamente alla realtà. Sentiva i muscoli quasi stanchi per la corsa e la nuotata. Si stiracchiò proprio come a ritemprare il corpo dopo lo sforzo e istintivamente portò la mano sinistra al petto a cercare la medaglia. Niente medaglia. Ma era felice uguale perché grazie al sogno ed al risveglio improvviso aveva fregato la sveglia. Amilcare era uno preciso, meticoloso. E l’idea che si era svegliato pochi secondi prima della sveglia lo galvanizzava.
“Sarà una magnifica giornata” disse.
Si lavò, fece colazione con il latte tiepido macchiato di orzo e due biscotti al burro, indossò il suo vestito grigio topo a righe verticali sopra la camicia bianca ed un maglione a girocollo dello stesso grigio del vestito. Inforcò i piccoli occhiali tondi, mise l’impermeabile, prese l’ombrello, anche se fuori era una bella giornata e si avviò a piedi in ufficio.
Timbrò il cartellino alle 8:00 precise e sorrise di nuovo. Era arrivato puntuale in ufficio senza aumentare o diminuire la sua andatura, senza pensarci e senza mai guardare l’orologio al polso, un vecchio Lorenz d’oro a carica manuale con cinturino di pelle marrone. Riuscire ad essere più preciso degli orari che scandivano la sua giornata lo rendeva estremamente soddisfatto.
“Buongiorno ragioniere”
“Buongiorno Signora Marchini”
E nel salutarla indugiò un tantino sulla generosa scollatura che gli ricordava quella dell’avvenente ragazza della premiazione.
“Salve Pestalozzi”
“Buongiorno Commendatore” accompagnò il saluto al titolare della ditta con un lieve inchino di deferenza, poi il Ragionier Amilcare Pestalozzi prese posto alla sua scrivania.
Infilò la giacca sulla stampella di legno e posò questa sull’appendiabiti. Aprì i suoi archivi e cominciò a lavorare sulla contabilità: fatture, bolle, libro mastro, brogliacci. Nella mano destra la matita e la sinistra a digitare vorticosamente numeri, somme, sottrazioni con la calcolatrice elettrica che emetteva dei suoni ritmati ad ogni calcolo stampando e sputando fuori il relativo conteggio sul rotolo di carta. Il ritmo della calcolatrice creava quasi un sottofondo musicale. La velocità con cui digitava i numeri senza sbagliare mai cifra aveva del miracoloso. Aveva ormai perfettamente memorizzato la disposizione e la distanza dei tasti, le sue dita si muovevano magicamente da sole.
Dopo alcune ore tirò su la testa, mosse il collo per stirare i muscoli e si girò di colpo per guardare l’orologio alla parete. “… ne ero sicuro” mormorò fra sé e sé “le undici in punto. L’ho fregato di nuovo”, questa surreale mania della competizione con gli orologi e lo scorrere stesso del tempo stava diventando sempre più patologica. Si alzò, come sempre a quell’ora, andò in bagno e dopo scambiò due chiacchiere con la Sig.ra Marchini, sempre inciampando con gli occhi più del dovuto sulla sua morbida e ampia scollatura. Poi tornò al suo posto.
A pranzo anticipò l’orologio di due minuti ma era tranquillo in quanto convinto che un piccolo scarto di due, anche tre minuti non inficiava i suoi brillanti risultati di orologio vivente.
“Perfetto” si disse “sono un orologio perfetto”. Al bar consumò come al solito un tramezzino, che poteva al massimo variare fra un “carciofi e mozzarella” e un “mozzarella e prosciutto cotto” con qualche divagazione a volte su “tonno e pomodoro” e bevve il suo solito chinotto. Poi il caffé d’orzo, la passeggiata ai giardini ed il ritorno alla scrivania. Alle 14:30 spaccate.
“Che caldo!” pensò ad alta voce “e che luce accecante!” si guardò intorno: una spiaggia meravigliosa, una sabbia bianca, fine e impalpabile come cipria che non restava attaccata alla pelle ed alle mani, fresca, nonostante un caldo afoso che sembrava penetrare anche nei polmoni. Si spostò di pochi metri, all’ombra di una palma, si stese sulla schiena e guardò alcuni raggi di sole, quasi dei lampi, che penetravano in diagonale attraverso le foglie della palma mosse leggermente dalla brezza. Intorno a lui il verso degli uccelli ed il suono lieve della risacca, non si percepiva altro. “Sono su un’isola!” esclamò Amilcare “Sembra di essere in paradiso… Ma io questo posto l’ho già visto! Ah, ecco...” gli si accese la lampadina “...il poster gigante dell’agenzia viaggi qui vicino, quella di fianco al bar…”. Sul bagnasciuga incedeva uno splendido airone, leggiadro ed elegante, che poi spiccò dolcemente il volo. Si alzò e si diresse verso l’acqua, incredibilmente azzurra con sfumature blu, verde smeraldo e cobalto. Solo allora notò poco lontano un ragazzo di carnagione olivastra, occhi scuri e capelli neri, con un pareo colorato in vita che stava sistemando dei pesci in una cesta, e sorrideva. Poi sparì nella fitta vegetazione.
– Certo lui non ha bisogno di orologi! – Pensò Amilcare.
Tutto intorno i colori erano estremamente vivi, accesi ed anche i profumi più intensi e forti di quelli a lui noti.
Si tuffò in quel mare piatto e calmo come uno stagno d’argento, fece alcune bracciate e pensò: – dio che giorno perfetto! – poi si lasciò andare, pancia all’aria e si fece trasportare dalla tenue corrente galleggiando e facendo il morto: – … il morto?… Oddio, non è che sono morto?!? – ripeté dentro la sua testa e si rimise immediatamente in posizione retta. Ora si guardava nuovamente intorno: c’era solo lui e se quello non era il paradiso effettivamente gli somigliava molto!
“Pestalozzi! Pestalozzi!”
Venne scosso sulla spalla. Si svegliò.
“… Cavaliere, anche lei qui? … oh ma… oddio! … Devo essermi addormentato! … Mi scusi, … non mi è mai successo!”
Vicino a lui il titolare della ditta, il Cavalier Commendator Lo Presti, la Signora Marchini ed il fattorino con ancora le buste ed i pacchi in mano. Era crollato con il capo chino sulle proprie braccia conserte sulla scrivania senza nemmeno essersi levato la giacca.
“Sta bene Pestalozzi? Ci eravamo preoccupati!”
“Sto bene, … sto bene, … devo aver dormito male stanotte, … un colpo di sonno. Chiedo umilmente scusa, davvero… Sono mortificato”
“Ma non si preoccupi, non stia a scusarsi, piuttosto è sicuro di sentirsi bene? Vuole che la faccio accompagnare a casa?”
“No, no, grazie, ora è tutto a posto. Vado a sciacquarmi la faccia e ritorno”
Intanto la scollatura della Signora Marchini si era chinata verso di lui ed aveva detto: “Le ho portato dell’acqua!”. Bevve avidamente.
– Ma cosa mi è successo? Venti anni di onorato servizio e mi addormento alla scrivania! Non mi era mai successa una cosa simile! – continuava il dialogo con se stesso – E poi questo sogno dell’isola... Stanotte la piscina, oggi il mare, e che mare! Cosa vorrà dire? –
Si lavò il viso e tornò alle sue carte ed alla sua calcolatrice. Tra una somma ed una moltiplicazione continuava a rivedere quel paradiso terrestre. Ma poteva esistere davvero? Doveva tornarci, cioè… andarci assolutamente.
– Quando esco passo dall’agenzia viaggi – sentenziò.
Dopo diverse ore comparve nuovamente quello strano sorriso sul suo volto, ripose la matita, spense la calcolatrice e si girò lentamente verso l’orologio, aveva lo stesso sguardo di Clint Eastwood prima del solito duello lungo una di quelle polverose strade del Far West. Ore 17:59: “bang” fece con il dito indice della mano destra puntando l’orologio a parete a mò di pistola. Mancava solo il sottofondo della musica di Ennio Morricone.
Indossò giacca e impermeabile, salutò ed uscì quasi di corsa diretto all’agenzia. Arrivò, entrò e puntò con l’ombrello chiuso il grande poster alle spalle dell’impiegata.
“Quel posto lì esiste davvero?” chiese perentorio
“Certo che esiste davvero. Sono le Maldive”
“Incredibile! … ma quella sabbia è veramente così bianca? Le palme, il mare turchese che sembra finto, è realmente tutto così?”
“Si, si! Io non ci sono mai stata ma me l’hanno raccontato i clienti. Sono le Maldive. Sono proprio così, anzi tutti mi dicono che sono molto meglio di come le si vede nel poster!”
“Voglio andarci!”
“Ma certo, là è bella stagione tutto l’anno sa! Può andarci quando vuole. Ha già un’idea sul periodo, il tipo di struttura?”
“Guardi, io sono anni che faccio le vacanze a Cesenatico, … no, … non ho nessuna idea precisa… vorrei solo rifare, cioè volevo dire fare il bagno lì, in quel mare”
“Prenda questi cataloghi: ci sono molti villaggi e diverse soluzioni un po’ per tutti i gusti... Faccia una cosa, gli dia un’occhiata, veda un po’ cosa può essere più adatto a lei, cosa le piace di più e poi facciamo assieme qualche ipotesi, va bene?”
“Va benissimo, grazie. Lei è un angelo”
“Ma si figuri è il mio lavoro”
“Oggi è stato un giorno perfetto...”
“Come dice?”
“No, niente, pensavo ad alta voce. Buonasera signorina” e fece un piccolo inchino.
L’impiegata gli sorrise: “Buona serata a lei”.
Amilcare si incamminò verso casa e cominciò a sfogliare uno dei cataloghi. I luoghi delle foto erano proprio come nel sogno, gli sembrava nettamente di esserci già stato. E voleva tornarci al più presto. Sfogliò ancora e gli venne la pelle d’oca per l’emozione: una foto a doppia pagina con una palma sulla destra, dolcemente chinata verso il mare, la spiaggia bianca, la luce accecante, il mare di mille sfumature ed un airone che passeggiava sul bagnasciuga…
La sua isola!
Semaforo pedonale verde, attraversò la strada. Si fermo sul marciapiede centrale.

“Fate largo, sono un medico”
“Ecco, arriva l’ambulanza” disse un passante
una signora si teneva entrambe le mani sul viso, urlava e piangeva…
“Non l’ho visto, non l’ho visto, … vi giuro che è sbucato fuori all’improvviso!!!”
“Non c’è più nulla da fare” disse il medico scuotendo la testa.

Il semaforo pedonale era diventato rosso ma Amilcare aveva il sorriso dipinto sul volto e le immagini da sogno di quella spiaggia e di quel mare negli occhi, nella mente e strette fra le mani. Dopo una piccola pausa aveva ripreso a camminare, deciso. Non aveva visto che alla sua sinistra stava arrivando silenziosamente e spedito il trentasei. Il tranviere non ebbe nemmeno il tempo di azionare l’avvisatore acustico, il classico dlén-dlén-dlén. Fu un lampo. Il ragioniere venne investito violentemente e sbattuto in terra. Morì sul colpo. Una morte indolore dissero dopo i medici. Istantanea. Il tram era in anticipo di dodici minuti.
di Giuseppe Gatto
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Questo racconto e tra i dieci finalisti del concorso letterario Tifeo Web Narrativa Online 2008 se ti è piaciuto puoi votarlo fino al 10 luglio '08 (i vincitori verranno scelti dal pubblico con il sondaggio on line!). Clicca & vota! :-)
E quando il caso dice la combinazione è anche finito fra i dieci finalisti con segnalazione speciale al V Concorso Letterario "Il Corto letterario e l'Illustrazione" 2008 organizzato dall'associazione Il Cavedio

giovedì 20 marzo 2008

RACCONTI, RACCONTI BREVI, STORIE di Giuseppe Gatto


Racconti racconti racconti racconti racconti!!! Per chi ama leggere: racconti brevi, racconti e storie, storie brevi, racconti gialli, storie e racconti, racconti noir, piccole storie, racconti per ridere, racconti comici, racconti umoristici, racconti sulla scuola, racconti sui giovani, storie sull'amicizia, storie di cucina e di sapori, racconti d’amore, racconti sul mondo del lavoro, corti letterari, racconti e storie di Giuseppe Gatto. E ancora: la passione di scrivere, l’amore per la scrittura, scrivere racconti, web tales, blog tales, libri, e-book, storie per sorridere, distrarsi, pensare, emozionarsi. Embrioni di un possibile libro ma anche stupidaggini, idee e pensieri. E per finire: laboratorio di scrittura, esercizi di scrittura, scrittori esordienti, il piacere della lettura, racconti da leggere, scrivere e pubblicare racconti, raccolta di racconti brevi, narrativa, giovane autore (beh, … proprio giovanissimo, no!). Una bacheca per scrivere, essere letto e ricevere critiche, consigli, sberleffi e baci. I commenti sono liberi e graditi.

No, ... non sono impazzito (almeno non adesso!) è che purtroppo i motori di ricerca sono un po’ stupidi, succede che se uno cerca ad esempio “racconti brevi” sul web, questo blog (http://www.giuseppegatto.com/ - racconti e storie di Giuseppe Gatto), che pure ne è pieno, non esce fuori. Perché? Boh! Provo allora pubblicando un post fasullo come questo. Con le magiche paroline all'interno del testo (racconti, storie, etc.). Un post che elenchi in qualche modo cosa c’è in questa scatola virtuale. Vediamo se funziona. Quindi chiedo scusa a chi già mi conosce mentre a tutti gli altri vorrei dire:

“Sei capitato qui (finalmente direi!) cercando dei racconti? Ti piace leggere? Sei nel posto giusto (spero!), ho pubblicato già una buona dozzina di storie brevi. Secondo mia moglie, ... e non solo ... piuttosto belli. Ogni mese ne inserisco un paio di nuovi (... quando trovo il tempo di scriverli! :-). Puoi sfogliare l’archivio racconti qui a lato (o qui sotto). Grazie della visita e buona lettura. Se poi i racconti ti piacciono spargi la voce…”

Se vuoi farti anche quattro sane risate clicca pure sul blog carbonaro “Pensa se avrei studiato!!!” qui in alto a destra!


di seguito i link ai racconti pubblicati fino ad oggi:

LA PRIMA VOLTA (giallo, povertà, sud, violenza)
1994 DIPLOMA DI MATURITA' (comico, scuola, esami, giovani)
LINEA TRE (amore, Roma, tram)
L'ELEFANTE BLU (giallo, prostituzione, Roma)
LA TRATTORIA (storie di cucina, Roma, nostalgia)
CAFFE' CORRETTO (comico, lavoro)
RAVIOLO CARPIATO. Il vestito non basta (comico, ristorante, coppia)
ESTATE ROMANA (giallo, giovani, viaggio, Roma)
CONDOM ALLA FRAGOLA (comico, viaggio, Bologna, internet)
IL POLIZIOTTO (giallo, noir, pistola, violenza)
LA SEPPIA DIVENTO' UNA MELANZANA (comico, scuola, giovani, sud)
L'IMPORTANTE E' CHE TU STIA BENE (lavoro, mobbing, ipocrisia)
ANNA PER SEMPRE (racconto flash)
SPALLATA MUSCOLARE (comico, giovani, vacanze estive)
MILENA (amore)
alcuni di questi racconti brevi sono anche pubblicati su:
ewriters.it, neteditor.it, scrivendo.it, raccontioltre.it, pennelibere, i-racconti, e altrove...

Giuseppe Gatto

domenica 16 marzo 2008

L'IMPORTANTE E' CHE TU STIA BENE (di G. Gatto)


Ferdinando Peretti è il responsabile di un gruppo di venditori in una società di telefonia mobile, filiale di Milano. E’ costretto ad assentarsi per quasi sei mesi per dei seri motivi di salute. Prima di rientrare chiede di poter parlare con il Direttore della filiale, il Dottor Emilio Marzioni, e con il Direttore del Personale, Dottor Armando Calzavacca.
Siamo alla fine di febbraio.
Dr. Marzioni - "Ciao Ferdinando, allora? Cosa è successo? Come stai?"
Ferdinando - "Ora va tutto bene, grazie, ho avuto un po’ di problemi ... piuttosto gravi, diciamo. Certo lo stress sul lavoro non mi ha aiutato. Però sono pronto a ricominciare. Fra un paio di settimane rientro."
Dr. M. - "Guarda che io ho bisogno della tua massima disponibilità, lo capisci? Mi serviresti da ieri per la verità! Ti voglio al centoventipercento! Perché non rientri subito?"
F.- "Sto finendo una terapia, è questione di pochi giorni. Lo sa, io non mi sono mai tirato indietro, ho sempre viaggiato a ritmi forsennati, ... la voglia di lavorare c'è... Certo correre quattordici ore al giorno, sempre in giro per l'Italia, ... non so se riuscirò a riprendere fin da subito lo stesso passo...”
Dr. M. - "Questo un po’ mi preoccupa. Comunque la filiale è grande, una soluzione la troveremo. Lasciami parlare con Calzavacca, ci sono settori dove forse avresti meno pressioni. L'importante è che ora tu stia meglio e che torni fra noi. Lo dico per te!"
F. - "Grazie direttore. A presto!"
Stretta di mano.

Marzo. Sono trascorsi dieci giorni, Ferdinando incontra il Direttore del Personale.
Dr. Calzavacca - "Allora, come va?"
Ferdinando - "Bene, ora è tutto a posto, grazie."
Dr. C. - "Si, ho sentito Marzioni, sono contento. Senti Ferdinando, tu capisci che, ... dopo sei mesi, ... non possiamo lasciarti nel tuo ruolo. Non va bene. L'azienda deve dare dei segnali precisi! Sei stato via tanto!"
F. - "Ma, ... veramente, … non stavo bene!"
Dr. C. - "Eeeh lo so, lo so, ma nel tuo ruolo... uno viene a lavorare pure con la febbre o con il polso rotto, … sai come funziona!"
F. - "mmhm ... io non potevo davvero fare diversamente... e comunque sono pronto a riprendere il mio posto. Certo non voglio nemmeno creare problemi alla società, ... sono disponibile anche a valutare altre opportunità. Non voglio litigare"
Dr. C. - "ma magari, ... visto i problemi che hai avuto, ... forse una situazione con meno pressioni potrebbe esserti più congeniale. Lasciami un mese o due per valutare un po’ di cose e ne riparliamo. Intanto potresti prendere delle ferie arretrate"
F. - "no, grazie. Non ne ho bisogno. Preferisco rientrare fra una settimana, come avevo già comunicato, tanto di cose da fare ce n’è a iosa!"
Dr. C. - "A presto allora, l’importante è che tu stia bene"
Stretta di mano.

Marzo, venti giorni dopo il primo colloquio, Ferdinando Peretti rientra. Incontra il Dr. Marzioni alle macchinette del caffé.
Ferdinando - "Salve, come va?"
Dr. Marzioni - "Ah, eccoti! Bentornato. Ho dato disposizioni di coinvolgerti subito su un paio di progetti a cui tengo molto. Per adesso il tuo team va avanti in autonomia, tu non te ne occupi. Ho anche parlato con il direttore del personale e gli ho detto: - Armando, Peretti è un caro ragazzo, ha avuto delle difficoltà ma ha sempre lavorato sodo. Ora è in una situazione particolare, dobbiamo aiutarlo - proprio così gli ho detto – Aiutalo, ... va assolutamente aiutato! – "
E dicendo così gli dà un’affettuosa pacca sulla spalla.
F. - "la ringrazio direttore, ... grazie. E buona giornata"
Stretta di mano.

Fine di marzo, Ferdinando incontra di nuovo il Dr. Armando Calzavacca.
Dr. Calzavacca - "Ciao Ferdinando, la situazione si sta leggermente complicando. Qui su Milano sto esplorando varie soluzioni ma non c'è nessun ruolo in linea con il tuo profilo, le tue esperienze. Tu sei un funzionario! Sai bene che questa è una filiale. La direzione è a Roma e la sede operativa più importante a Palermo. Io avrei modo di sistemarti molto meglio in una di queste due città"
Ferdinando - "io, ... io veramente vorrei rimanere a Milano, credo sia anche un mio diritto, qui ho la famiglia, i miei parenti, gli amici. Abbiamo un bimbo piccolo. Almeno per i prossimi due anni non me la sento di affrontare un trasferimento e né posso fare avanti e indietro!"
Dr. C. - "Beh, questo rende le cose un po’ più complesse. Vedi, a Roma o Palermo avrei decine di soluzioni ... mentre qui non ne ho nessuna, al momento"
F. - "... allora mi rimetto a fare il lavoro di prima!!"
Dr. C. "Eeeh non è così semplice. Le esigenze aziendali cambiano, stiamo rivedendo l’organigramma... Lasciami ancora un mese di tempo al massimo…"
F. - "Io l’ho già detto, non voglio litigare, ma se mi trasferite mi create un grosso problema…"
Dr. C. "non ti preoccupare vedrai che si risolve tutto. Ci aggiorniamo, ok?"
F. - "va bene. Arrivederci"
Stretta di mano.

Febbraio. Un passo indietro. Sono trascorsi due giorni dal primo colloquio fra Ferdinando e il Dottor Emilio Marzioni. Quest'ultimo incontra a Roma il Dottor Armando Calzavacca.
Dr. Marzioni - "Armando, vedi che sta per tornare quello stronzo di Peretti. Ci ho parlato qualche giorno fa"
Dr. Calzavacca - "Che faccia di culo! Così, … come se niente fosse?!"
Dr. M. - "Già! Guarda, non può assolutamente passare il concetto che uno sta via dei mesi, torna e ritrova la sua scrivania. Mica è a casa sua che fa come cazzo gli pare! Sei d'accordo?"
Dr. C. - "Sfondi una porta aperta! Ma stiamo scherzando?!? Tra l’altro creerebbe un precedente pericoloso..."
Dr. M. - "A me uno così non serve. Toglimelo dalle palle. Fallo f-u-o-r-i. Io ho già messo uno di mia fiducia al suo posto, ufficialmente con un ruolo diverso, ... chiaro. E sta andando benissimo"
A. C. - "Ok. Consideralo già fatto"
Stretta di mano.

di Giuseppe Gatto

mercoledì 5 dicembre 2007

CAFFE' CORRETTO (di G. Gatto)


“Ciao Saverio, il viaggio è andato bene?”
“Si grazie, il solito ritardo dell’aereo... Come mai piove? Dici che a Roma c’è sempre il sole!?”
“Beh, si, quasi sempre!” sorrise e gli aprì la porta dell’auto.
Antonio era andato a prendere il suo capo, il Dott. Saverio Robeschi, in arrivo da Milano, all’aeroporto di Fiumicino. Il dirigente aveva senza dubbio le fisique du role, cinquantenne alto e magro, capelli e barba appena lunghi, curati ma non in modo maniacale, in modo da dare una vaga idea di naturalezza. Indossava un abito di sartoria, scarpe artigianali e camicia su misura, quelle con le iniziali evidentemente ostentate e i gemelli ai polsini al posto dei bottoni, chiudeva la partita l’immancabile orologio molto costoso.
“Ma non ti vergogni ad andare dai clienti con un auto così sporca? Ricordati che per un venditore l’auto è un biglietto da visita e con un’auto trasandata e sudicia ci si presenta male! ... e poi puzza!”
“E’ che si lavora tanto e non ho avuto proprio il tempo di lavarla!”
“il sabato. L’auto si lava il sabato”
(cominciamo bene!) pensò Antonio.
In macchina c'erano cartacce, fazzoletti usati, pacchetti di patatine vuoti ed un odore stantio di sigarette misto ad un puzzo strano e intenso.
Quando la mattina portava giù il sacco della spazzatura, per buttarla nei cassonetti poco lontani, almeno una volta la settimana lo dimenticava in auto. E nel sacco c'era di tutto. Senza scendere nei dettagli. A cominciare dalle cacchette del gatto.
Quindi il puzzo era certamente intenso. Ma nemmeno poi tanto strano.
Origini meridionali, una decina di anni meno del suo capo, aveva vissuto per un periodo a Milano per poi trasferirsi a Torino e infine a Roma. Era più basso del Dottor Robeschi e questo lo metteva già in soggezione. Aveva anche lui le fisique du role perfetto, ma del sottoposto sfigato: taglia forte extra-large, calvizie incipiente, abito e scarpe da grandi magazzini, forfora d’ordinanza sulla giacca, al polso un falso Officine Panerai o meglio un Officine Shanghai originale. Antonio lavorava come impiegato commerciale da pochi mesi per una piccola azienda milanese e seguiva l’area di Roma insieme ad altri due venditori. Capitava a volte, come in questo caso, che un cliente potenziale con una trattativa interessante in ballo volesse incontrare un pezzo grosso della società. E così il Dott. Robeschi, direttore commerciale, era venuto a fare la gita a Roma per incontrare i vertici della Spizzi&Spazzi srl.
Il Direttore ci teneva ad avere rapporti informali e paritari con la sua squadra (i sottoposti) quindi era normale darsi del tu ma in realtà la linea di demarcazione dei ruoli era molto ben definita. Antonio era molto agitato e voleva dare il meglio di sé, fare bella figura.
“Novità?” chiese, aprendo il finestrino
“eh, abbiamo diverse trattative in corso, abbiamo partecipato ad una gara e poi c’è questo incontro di oggi, mi sembra un’opportunità importante...”
Ogni giorno il Dottore lo chiamava al telefono sempre con la stessa drammatica, atroce domanda: “novità?”
Non sempre c’erano delle novità ovviamente, anzi quasi mai, il mercato era abbastanza fermo e su Roma in particolare c’erano aziende storiche e radicate che opponevano una concorrenza estremamente agguerrita, quindi Antonio doveva continuamente arrampicarsi sugli specchi e cercare di inventarsi ogni giorno qualcosa di nuovo per tranquillizzare il capo.
“... oggi abbiamo selezionato dei clienti potenziali su internet ed abbiamo cominciato le telefonate di primo contatto, contemporaneamente partiamo con il mailing ...”, “... stiamo lavorando con molto impegno ...”, “... ieri abbiamo avuto due incontri molto interessanti ...”, “...la trattativa era quasi conclusa ma alla fine abbiamo perso per un problema di prezzo ...”, “... non avevamo le certificazioni di qualità necessarie ...” e cosi via. Questo era il campionario tipo delle cazzate che Antonio doveva inventarsi quotidianamente.
Uno stress.
Capitava persino che la fatidica domanda gliela ponesse la sera alle otto, mentre stava tornando a casa e poi la mattina seguente alle nove!
E ad Antonio veniva da rispondere:
“ma che cazzo vuoi che sia successo da ieri sera ad adesso, ho mangiato, ho visto la tv, sono andato a dormire, ma vaffanculo!”.
Non lo fece mai.
Appena assunto il Dottor Robeschi gli aveva detto:
“quello che c’era prima di te era un imbecille, un inetto. Pensa, quando gli chiedevo se c’erano novità, lui mi rispondeva sempre – nessuna – ma allora, dico, cosa mi fai tutto il giorno, no?”
“hai perfettamente ragione, è incredibile!”
Brividino fastidioso lungo la schiena.
“eh, si infatti l’ho mandato via...”
(ah, ecco. Bene!)
“io spero di poterti dimostrare presto che le cose sono cambiate, stiamo facendo un grosso lavoro di semina e sono convinto che raccoglieremo presto i primi frutti”
Lo diceva ovviamente senza crederci per primo nemmeno lui.
“Speriamo! Senti, prima di arrivare dal cliente ce la facciamo a fermarci in un bar che non ho fatto colazione?”
“ma certo, siamo in leggero anticipo”
Parcheggiarono, entrarono in un bar sull’Aurelia.
“cosa prendi?” disse Antonio al capo
“cappuccino e brioche, grazie”
“e lei?” chiese il barista
“per me un caffé, grazie” rispose Antonio, poi scoppiò a ridere e rivolto a Robeschi:
“pensa, quando lavoravo a Milano ero spesso dalle parti di Bergamo e la prima volta che ho chiesto un caffé in un bar il barista mi fa: – COONCOSAA? –”
e nel dirlo imitò in modo caricaturale e con voce gutturale, l’accento del barista, sembrava più che altro il muggito di una grossa mucca al pascolo per le valli bergamasche. E continuò:
“e io – scusi? – e quello di nuovo: – COONCOSAA? – e io ancora – un caffé! ... normale, amaro! - e lui: – si ma coongrappa? coonsambuca? – aaah – finalmente capii – con niente – gli ripeto – un caffé semplice!!!”
e continuando a fissare divertito il Dottore che sorseggiava il cappuccino proseguì:
“insomma, per questi ubriaconi il caffé è - cooncosa -, ci devono per forza infilare dell’alcol dentro, alle nove di mattina! Pazzesco. Il barista non ci poteva credere che volevo il caffé e basta. Qualcuno ci mette addirittura il vino rosso! Per forza poi hanno tutti quelle facce spente e inespressive. Sono stonati già a colazione!”
E continuando a ridere e scuotere la testa bevve il suo caffé.
Robeschi annuiva e sorrideva, posò la tazza, si pulì la bocca e la barba con un fazzoletto di carta:
“lo sa Tucci” era passato al Lei.
Scandì bene le parole:
“io sono proprio di Bergamo...”
di Giuseppe Gatto

martedì 13 novembre 2007

LA PRIMA VOLTA (di G. Gatto)


Si era svegliato di scatto. Sudato. Soffocando un urlo. Si era ritrovato ancora sotto le lenzuola fino alla vita e seduto nel letto con le braccia rigide a sorreggerlo. Il fiato grosso. Gli sembrava di aver appena affrontato tre piani di scale. Sentiva ancora il peso sul petto. Incubi.
- Strano, … io che non sogno mai! –
Fuori era ancora buio. Salvo guardò la sveglia, led rossi, quattroequarantasei. Led rossi accecanti. Si portò istintivamente il dorso della mano a proteggere gli occhi.
- Mi alzo, tanto ormai non dormo più –
Si mise in piedi piano. Lentamente e in silenzio, senza svegliare i genitori, si vestì ed uscì di casa. Nei suoi sedici anni di vita raramente si era alzato così presto, piuttosto quei colori rarefatti ed irreali che precedono l’alba li aveva visti qualche volta andando a dormire. Lo accolse un freddo frizzante, sopportabile, ma a lui pareva gelido e forse contribuiva a quest’effetto ghiaccio la fronte imperlata di sudore. Mani in tasca, spalle strette, Salvo si avviò con passi veloci ed incerti. Uno strano gambero umano. Camminava in avanti ma dava l’idea che volesse correre esattamente dalla parte opposta. Si morse il labbro inferiore, scosse la testa, sapeva che non poteva tornare indietro.
Non adesso. Aveva bisogno di non voltarsi.
Capelli castani e ricci lunghi alcuni centimetri, occhi scuri come la notte, magro, una peluria sul volto appena accennata che non poteva ancora definirsi barba. Addosso scarpe da tennis, jeans molto vissuti e un giaccone verde da caccia anche se a caccia non c’era mai stato. Lui era un tipo tranquillo, pacifico.
Da piccolo non capiva come facessero i suoi amichetti a divertirsi torturando innocue lucertole. Le prendevano con un cappio fatto con lunghi fili d’erba, le appendevano al ramo di un albero e giocavano a colpirle con le pietre. Lui proprio non riusciva a partecipare a quel gioco. Guardava la povera bestiola, soffriva insieme a lei, provava a farli smettere, poi si allontanava a testa bassa per non dover sopportare il triste spettacolo.
La sua era una famiglia semplice che viveva ai confini della povertà. Il padre faceva il manovale, il lavoro a volte c’era a volte no e quando c’era era spesso in nero, sottopagato, senza garanzie e senza niente. Se Mimmo si faceva male erano fatti suoi. Toccava lavorare anche per persone poco raccomandabili ed attività poco chiare. Doveva spostare mattoni, impastare la calce, non fare e non farsi troppe domande. La mamma era casalinga e domestica a ore per alcune famiglie giù in paese. Non era una vita facile. Una realtà per nulla rara in quel piccolo paesino del sud. Arretratezza economica e sociale fisiologica ed apparentemente ineluttabile. Salvo avrebbe voluto studiare, sognava un futuro diverso ma bisognava anche cominciare a portare qualche soldo a casa. Rendersi utile. Lui, a differenza di altri suoi coetanei, stava diventando adulto molto velocemente. Troppo velocemente.
Una sera a tavola Mimmo gli aveva detto:
- Don Vito ti vuole conoscere, forse è per un lavoro, vacci a parlare -
Lì intorno quasi tutto era di Don Vito.
Così era cominciato tutto.
Era andato a parlarci e da allora erano trascorsi cinque giorni.

Camminò per più di due ore, sembrava vagasse senza una meta ma cercava solo la strada più lunga. Inutile essere lì prima delle otto. Intorno solo campagna e macchie di verde, grigio e marrone. Una campagna brulla, arcigna, dai contorni irregolari, spigolosi. Con quella luce e la leggera foschia i campi ed il cielo a tratti si confondevano. Come i suoi pensieri. Groppo in gola, un nodo che voleva soffocarlo. Si sentì mancare il respiro e contrasse i muscoli delle tempie e del volto per combattere la vista che quasi si annebbiava. Gli girava la testa, proprio come quell’unica volta che era salito mezzo ubriaco sulle montagne russe.
- Voglio scendere - pensò.
Non scese. Non poteva scendere. Non dopo aver dato la sua parola a Don Vito.

Arrivò al vecchio casolare. Entrò in un cortile quadrato di mura bianche con una vecchia fontana al centro, poi dentro un grosso portone di legno, scambiò degli sguardi silenziosi con altre persone. Gli porsero una grossa lama ed una specie di larga tuta da operaio che lui indossò. Qualcuno gli diede una pacca sulla spalla qualcun altro gli fece un leggero cenno del capo.
Era arrivato il momento.
Entrò nell’altro locale, sulla destra. Gli avevano già spiegato tutto. L'odore era fortissimo, gli serrò la gola, trattenne un conato di vomito. Fece un respiro profondo, serrò gli occhi, strinse la mano destra sul coltello ed affondò con forza l'acciaio lucido nella carne viva. Un colpo sferrato nel collo caldo, pulsante. Un grido straziante gli entrò nella testa come una scheggia di vetro nella spina dorsale. Un violento fiotto di sangue gli bagnò il viso. Quel liquido caldo e denso era dappertutto. Le gambe tremarono. Si mise a piangere con singhiozzi sincopati, gli sembrò di non riuscire più a respirare.
Era la prima volta che uccideva.
Era il suo primo giorno di lavoro al macello dei maiali.
di Giuseppe Gatto