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giovedì 20 marzo 2008

RACCONTI, RACCONTI BREVI, STORIE di Giuseppe Gatto


Racconti racconti racconti racconti racconti!!! Per chi ama leggere: racconti brevi, racconti e storie, storie brevi, racconti gialli, storie e racconti, racconti noir, piccole storie, racconti per ridere, racconti comici, racconti umoristici, racconti sulla scuola, racconti sui giovani, storie sull'amicizia, storie di cucina e di sapori, racconti d’amore, racconti sul mondo del lavoro, corti letterari, racconti e storie di Giuseppe Gatto. E ancora: la passione di scrivere, l’amore per la scrittura, scrivere racconti, web tales, blog tales, libri, e-book, storie per sorridere, distrarsi, pensare, emozionarsi. Embrioni di un possibile libro ma anche stupidaggini, idee e pensieri. E per finire: laboratorio di scrittura, esercizi di scrittura, scrittori esordienti, il piacere della lettura, racconti da leggere, scrivere e pubblicare racconti, raccolta di racconti brevi, narrativa, giovane autore (beh, … proprio giovanissimo, no!). Una bacheca per scrivere, essere letto e ricevere critiche, consigli, sberleffi e baci. I commenti sono liberi e graditi.

No, ... non sono impazzito (almeno non adesso!) è che purtroppo i motori di ricerca sono un po’ stupidi, succede che se uno cerca ad esempio “racconti brevi” sul web, questo blog (http://www.giuseppegatto.com/ - racconti e storie di Giuseppe Gatto), che pure ne è pieno, non esce fuori. Perché? Boh! Provo allora pubblicando un post fasullo come questo. Con le magiche paroline all'interno del testo (racconti, storie, etc.). Un post che elenchi in qualche modo cosa c’è in questa scatola virtuale. Vediamo se funziona. Quindi chiedo scusa a chi già mi conosce mentre a tutti gli altri vorrei dire:

“Sei capitato qui (finalmente direi!) cercando dei racconti? Ti piace leggere? Sei nel posto giusto (spero!), ho pubblicato già una buona dozzina di storie brevi. Secondo mia moglie, ... e non solo ... piuttosto belli. Ogni mese ne inserisco un paio di nuovi (... quando trovo il tempo di scriverli! :-). Puoi sfogliare l’archivio racconti qui a lato (o qui sotto). Grazie della visita e buona lettura. Se poi i racconti ti piacciono spargi la voce…”

Se vuoi farti anche quattro sane risate clicca pure sul blog carbonaro “Pensa se avrei studiato!!!” qui in alto a destra!


di seguito i link ai racconti pubblicati fino ad oggi:

LA PRIMA VOLTA (giallo, povertà, sud, violenza)
1994 DIPLOMA DI MATURITA' (comico, scuola, esami, giovani)
LINEA TRE (amore, Roma, tram)
L'ELEFANTE BLU (giallo, prostituzione, Roma)
LA TRATTORIA (storie di cucina, Roma, nostalgia)
CAFFE' CORRETTO (comico, lavoro)
RAVIOLO CARPIATO. Il vestito non basta (comico, ristorante, coppia)
ESTATE ROMANA (giallo, giovani, viaggio, Roma)
CONDOM ALLA FRAGOLA (comico, viaggio, Bologna, internet)
IL POLIZIOTTO (giallo, noir, pistola, violenza)
LA SEPPIA DIVENTO' UNA MELANZANA (comico, scuola, giovani, sud)
L'IMPORTANTE E' CHE TU STIA BENE (lavoro, mobbing, ipocrisia)
ANNA PER SEMPRE (racconto flash)
SPALLATA MUSCOLARE (comico, giovani, vacanze estive)
MILENA (amore)
alcuni di questi racconti brevi sono anche pubblicati su:
ewriters.it, neteditor.it, scrivendo.it, raccontioltre.it, pennelibere, i-racconti, e altrove...

Giuseppe Gatto

sabato 26 gennaio 2008

IL POLIZIOTTO (di G. Gatto)


Sono alla finestra, immobile. Schiacciato sul davanzale in posizione di tiro. Se pensano di fregarmi si sbagliano, di grosso.
- Centrale mi ricevete? Passo -
- ... -
Niente. La radio proprio non và. Porc...
Devo stare calmo. Stare calmo e respirare. Ecco così, respirare profondamente. Così... Tranquillo.
Sono qui da cinque minuti e mi sembra un’eternità. Appena escono intimo l'alt.
Poi sparo alle gambe. Solo se non si fermano, certo.
Non posso fare diversamente: loro sono quattro e io da solo.
Sono entrato in polizia per combattere il crimine. Ma per mantenere l'ordine tocca fare anche cose spiacevoli. Cose che vanno fatte, se vuoi essere rispettato.
I delinquenti sono stronzi. Tu devi esserlo come e più di loro.
Non nego che sparare a questi fottuti bastardi mi procurerà anche un sottile piacere, ma sparo solo se sono costretto a farlo. Chiaro.
Se non rispetti le regole devi essere punito. La legge è legge. Non possiamo farla rispettare con le pacche sulle spalle. Bisogna essere dei duri. Diventare un po' cattivi.
Ma cosa fanno!?
Ho l'occhio sinistro chiuso e il destro allineato. Sono tutt'uno con il mirino.
Oggi è la loro giornata sfortunata.
Ho una mira eccellente io. Sono il migliore del corso. Non posso sbagliare.
E’ anche merito delle giornate passate alla playstation. Sembra ieri e sembra passata una vita.
Mio padre che mi sgridava sempre. Quella volta che mi aveva picchiato con la cintura dei pantaloni...
Ma era più forte di me. Ero affascinato dai giochi dove potevo sparare, impugnare la pistola, il fucile, il mitra. Prendere la mira e sparare.
Fare fuori i cattivi: mostri, zombie, vampiri. Tutti. Li facevo fuori l'uno dopo l’altro.
Ero il migliore della mia classe, vincevo tutte le sfide. Cominciavo dopo pranzo, mi chiudevo in camera e smettevo che fuori era buio. Ma solo perché papà o mamma venivano a tirarmi per le orecchie.
E' stata una cosa naturale sognare di diventare un poliziotto.
E ce l’ho fatta. Sono così orgoglioso della mia divisa, del mio distintivo, di questa splendida pistola.
La mia Beretta automatica. Metallo freddo e vivo, leggera e precisa. Un vero gioiello, con questa non posso sbagliare un colpo.
E' la prima volta che miro a persone in carne e ossa. Ho sempre sparato contro un video o delle sagome. Ma c'è sempre una prima volta.
Oggi non ero al lavoro. Ma in fondo un poliziotto è sempre in servizio.
Ero entrato nel bar qui all'angolo. Ho sentito dei pezzi di conversazione, solo alcune parole. Una telefonata da un cellulare. Un tipo losco a fianco a me parlava di una rapina all'ufficio postale qui di fronte. Avevo sentito abbastanza da intuire tutto. E' il mio lavoro, sono addestrato per questo. Sarebbero entrati in azione almeno in quattro. Sono andato all'auto, ho preso pistola e radio, mi sono seduto con un giornale sulla panchina dei giardinetti e ho provato a chiamare la centrale. Radio fuori uso! Non ho avuto il tempo di cercare un telefono che li ho visti. Due davanti, con un impermeabile beige lungo, ed altri due più indietro. Classici soprabiti larghi per nascondere meglio le armi.
Da come si sono mossi nervosamente e si sono guardati intorno ho capito immediatamente che erano loro.
Ma adesso cosa cazzo stanno facendo!? Perché non escono?!?
Ho bussato al citofono dello stabile di fronte, mi sono qualificato e sono entrato in un'abitazione al primo piano. Ed ora sono qui alla finestra. Pistola in pugno, braccia quasi tese, concentrato. Concentratissimo. Da questa posizione non mi possono fregare.
Eccoli!!!
Grido con tutto il fiato che ho in gola:
- Fermi tutti. Polizia. Mani in alto! -
Scappano!!!
Sparo. Due, tre, sei colpi.
Ogni sparo sento un tonfo fortissimo, un rumore secco, una martellata a cui non sono abituato.
Il botto di ogni colpo quasi mi spaventa. Le braccia mi tremano. Tremo tutto per la verità.
Vedo due di loro cadere in terra, poi anche il terzo, un altro scappa.
Non perdo un solo istante: salto dalla finestra per inseguirlo, sono solo tre metri...

"Mamma non me ne va più"
"voglio la coca cola"
"prima finite di mangiare tutto!"
"E zitti un attimo! ... Fatemi sentire il telegiornale!"
"Tragico pomeriggio in un piccolo centro del comasco. Due anziani che avevano appena ritirato la pensione sono rimasti uccisi da colpi di arma da fuoco. Altre due persone ferite in modo grave. A sparare, dalla finestra della sua stanza al terzo piano, un bambino di undici anni. Si è impossessato della pistola del padre, una guardia giurata che stava riposando ed ha sparato sulla folla. Il piccolo è poi caduto nel vuoto perdendo la vita".
di Giuseppe Gatto

martedì 13 novembre 2007

LA PRIMA VOLTA (di G. Gatto)


Si era svegliato di scatto. Sudato. Soffocando un urlo. Si era ritrovato ancora sotto le lenzuola fino alla vita e seduto nel letto con le braccia rigide a sorreggerlo. Il fiato grosso. Gli sembrava di aver appena affrontato tre piani di scale. Sentiva ancora il peso sul petto. Incubi.
- Strano, … io che non sogno mai! –
Fuori era ancora buio. Salvo guardò la sveglia, led rossi, quattroequarantasei. Led rossi accecanti. Si portò istintivamente il dorso della mano a proteggere gli occhi.
- Mi alzo, tanto ormai non dormo più –
Si mise in piedi piano. Lentamente e in silenzio, senza svegliare i genitori, si vestì ed uscì di casa. Nei suoi sedici anni di vita raramente si era alzato così presto, piuttosto quei colori rarefatti ed irreali che precedono l’alba li aveva visti qualche volta andando a dormire. Lo accolse un freddo frizzante, sopportabile, ma a lui pareva gelido e forse contribuiva a quest’effetto ghiaccio la fronte imperlata di sudore. Mani in tasca, spalle strette, Salvo si avviò con passi veloci ed incerti. Uno strano gambero umano. Camminava in avanti ma dava l’idea che volesse correre esattamente dalla parte opposta. Si morse il labbro inferiore, scosse la testa, sapeva che non poteva tornare indietro.
Non adesso. Aveva bisogno di non voltarsi.
Capelli castani e ricci lunghi alcuni centimetri, occhi scuri come la notte, magro, una peluria sul volto appena accennata che non poteva ancora definirsi barba. Addosso scarpe da tennis, jeans molto vissuti e un giaccone verde da caccia anche se a caccia non c’era mai stato. Lui era un tipo tranquillo, pacifico.
Da piccolo non capiva come facessero i suoi amichetti a divertirsi torturando innocue lucertole. Le prendevano con un cappio fatto con lunghi fili d’erba, le appendevano al ramo di un albero e giocavano a colpirle con le pietre. Lui proprio non riusciva a partecipare a quel gioco. Guardava la povera bestiola, soffriva insieme a lei, provava a farli smettere, poi si allontanava a testa bassa per non dover sopportare il triste spettacolo.
La sua era una famiglia semplice che viveva ai confini della povertà. Il padre faceva il manovale, il lavoro a volte c’era a volte no e quando c’era era spesso in nero, sottopagato, senza garanzie e senza niente. Se Mimmo si faceva male erano fatti suoi. Toccava lavorare anche per persone poco raccomandabili ed attività poco chiare. Doveva spostare mattoni, impastare la calce, non fare e non farsi troppe domande. La mamma era casalinga e domestica a ore per alcune famiglie giù in paese. Non era una vita facile. Una realtà per nulla rara in quel piccolo paesino del sud. Arretratezza economica e sociale fisiologica ed apparentemente ineluttabile. Salvo avrebbe voluto studiare, sognava un futuro diverso ma bisognava anche cominciare a portare qualche soldo a casa. Rendersi utile. Lui, a differenza di altri suoi coetanei, stava diventando adulto molto velocemente. Troppo velocemente.
Una sera a tavola Mimmo gli aveva detto:
- Don Vito ti vuole conoscere, forse è per un lavoro, vacci a parlare -
Lì intorno quasi tutto era di Don Vito.
Così era cominciato tutto.
Era andato a parlarci e da allora erano trascorsi cinque giorni.

Camminò per più di due ore, sembrava vagasse senza una meta ma cercava solo la strada più lunga. Inutile essere lì prima delle otto. Intorno solo campagna e macchie di verde, grigio e marrone. Una campagna brulla, arcigna, dai contorni irregolari, spigolosi. Con quella luce e la leggera foschia i campi ed il cielo a tratti si confondevano. Come i suoi pensieri. Groppo in gola, un nodo che voleva soffocarlo. Si sentì mancare il respiro e contrasse i muscoli delle tempie e del volto per combattere la vista che quasi si annebbiava. Gli girava la testa, proprio come quell’unica volta che era salito mezzo ubriaco sulle montagne russe.
- Voglio scendere - pensò.
Non scese. Non poteva scendere. Non dopo aver dato la sua parola a Don Vito.

Arrivò al vecchio casolare. Entrò in un cortile quadrato di mura bianche con una vecchia fontana al centro, poi dentro un grosso portone di legno, scambiò degli sguardi silenziosi con altre persone. Gli porsero una grossa lama ed una specie di larga tuta da operaio che lui indossò. Qualcuno gli diede una pacca sulla spalla qualcun altro gli fece un leggero cenno del capo.
Era arrivato il momento.
Entrò nell’altro locale, sulla destra. Gli avevano già spiegato tutto. L'odore era fortissimo, gli serrò la gola, trattenne un conato di vomito. Fece un respiro profondo, serrò gli occhi, strinse la mano destra sul coltello ed affondò con forza l'acciaio lucido nella carne viva. Un colpo sferrato nel collo caldo, pulsante. Un grido straziante gli entrò nella testa come una scheggia di vetro nella spina dorsale. Un violento fiotto di sangue gli bagnò il viso. Quel liquido caldo e denso era dappertutto. Le gambe tremarono. Si mise a piangere con singhiozzi sincopati, gli sembrò di non riuscire più a respirare.
Era la prima volta che uccideva.
Era il suo primo giorno di lavoro al macello dei maiali.
di Giuseppe Gatto