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domenica 20 aprile 2008

SPALLATA MUSCOLARE (di Giuseppe Gatto)


Arrivammo sul campo di calcetto direttamente dalla spiaggia. Ci eravamo portati dietro le borse. Chissà a chi era venuto in mente di organizzare l’incontro alle sei di pomeriggio! Pieno agosto, faceva un caldo esagerato e passare dal costume da bagno al completino maglietta-pantaloncino-calze-scarpechiuse era piuttosto seccante. Il classico torneo estivo di calcio a otto, un bel campo grande e incredibilmente polveroso. Terra finissima, solo a camminarci sopra si sollevava una nuvola densa e persistente.
C’eravamo tutti: Batman in porta, Andrea, Pasquale, Elio e gli altri. Amici estivi provenienti da varie città. Ci eravamo iscritti con il nome di “Brasato&Polenta” per via che due del gruppo, della provincia di Bergamo, al pranzo di ferragosto avevano preparato per l’appunto un pentolone di brasato con polenta cotta nel paiolo di rame. Il tutto annaffiato da grandi quantità di Vin brulè. Mentre fuori c’erano 40 gradi all’ombra. Però era stata una giornata magnifica!
La squadra avversaria era invece una granitica compagine locale. Ragazzi dai fisici forti, temprati dal lavoro nei campi, nell’edilizia abusiva e nelle risse da strada. Avevano anche lo straniero: il portiere napoletano. Ci trovavamo sulla costa ionica calabrese. Noi con la maglietta giallo senape e loro a righe orizzontali bianche e verdi che li faceva sembrare una squadra di rugby.
Eravamo pronti e stavamo scambiando qualche palleggio di riscaldamento. Eravamo già sudati.
“Oh, ma l’hai visto a quello?” mi disse Andrea indicandomi con un impercettibile movimento degli occhi un energumeno che stava entrando in campo. Mi girai e vidi un orco del “Signore degli anelli”, alto almeno un metro e novanta, largo come un frigorifero, con la maglietta enorme che gli aderiva come un body da danza, completamente privo di collo, con la testa attaccata direttamente sul tronco.
Brutto da incutere timore. Occhi piccoli e sguardo cattivo, naso enorme e bitorzoluto, bocca da maiale, pelle butterata e capelli ispidi che gli partivano appena un centimetro sopra le sopracciglia.
“Minchia” risposi “se uno così lo incontri per strada alzi le mani e gli dai il portafoglio! Chissà se gioca avanti o dietro”
“Quello dove gioca gioca fà danni, te lo dico io! Speriamo bene!” disse Andrea e fece un impercettibile segno della croce.
Anche gli altri non scherzavano. Fisicamente ci sovrastavano. Per fortuna sul tocco di palla eravamo in vantaggio: Pasquale ed Elio con la palla fra i piedi sembravano ispirati da un’entità soprannaturale. Era un piacere vederli correre per il campo con la sfera incollata al piede. Io non giocavo un granché bene ma ero veloce, scattavo in avanti in attesa dei passaggi dei miei due compagni e cercavo di buttarla dentro, un po’ alla Ciccio Graziani. Una volta raccolsi la palla dal nostro portiere la lanciai sulla destra, il mio compagno fece velocemente tutto il campo lungo la fascia laterale, crossò al centro ed io ero lì a colpirla di testa. Lui si voltò verso la nostra area per capire chi gli avesse passato la palla. Ero velocissimo.

Fischio d’inizio. Era un torneo serio: c’era persino l’arbitro! Ed una sparuta tifoseria costituita per lo più da familiari ed amici dei giocatori oltre ai soliti curiosi.
Capimmo subito che sarebbe stato un tardo pomeriggio lunghissimo. La metà dei giocatori in campo correva dietro la palla senza costrutto e sollevando un’inverosimile quantità di terra e polvere. A tratti non si vedeva nulla. Dopo i primi contrasti capimmo anche che era meglio adottare una strategia conservativa. Gli avversari erano scarsi nel tocco di palla ma ben più preparati nel tocco di caviglie e gambe. Una squadra di picchiatori assassini.
Pasquale prese palla ne fece fuori un paio in dribbling riuscì a crossare un pallone sul quale c’era scritto – spingere in porta, grazie – feci solo tre passi, veloci, incornai il cuoio, papera del portiere che uscì a raccogliere farfalle e uno a zero per noi.
Palla al centro e sedici occhi avvelenati si posarono su di me. Mi vedevo già sulla barella dell’ambulanza. Uno bravo lo avevano anche gli avversari: tale Mimmo, conquistò la palla, fece qualche lunga falcata e tirò un missile terra-aria in direzione di Batman. Solo che lo chiamavamo Batman mica per niente: volò da un palo all’altro come un vero supereroe e saldò la palla nella morsa delle sue grandi manone.
“Un ce tirate e luntano che è lùangu e i pìglia tutte!” disse ai suoi l’orco e udimmo per la prima volta la sua voce, che sembrava provenire dagli inferi.
Di nuovo noi all’attacco, Pasquale si involò sulla fascia. Questa volta però l’orco aveva capito e gli corse incontro come il rinoceronte in “Pomi-d’Ottone-e-manici-di-scopa”. Da un lato del campetto c’era una rete metallica, a due metri dalla linea di fallo laterale. Pasquale venne spalmato sopra la rete dal corpo dell’energumeno come fosse una pelle di daino e si afflosciò come un palloncino bucato. Lo aveva caricato in modo fallosissimo, come si fa a hockey, ma lì ci sono casco e protezioni!
Lungo fischio dell’arbitro.
“Spallàt' muscolare!” grido l’orco.
“Stai zitto che ti sbatto fuori, non sei a un incontro di wrestiling! ... Te la do io la spallata muscolare!” ebbe il coraggio di sibilargli a denti stretti l’arbitro! Pasquale si riprese ma da quel momento giocò e attaccò con molta meno veemenza. Avevamo tutti paura di finire nella sala gessi dell’ospedale del paese più vicino. Quando li vedevamo arrivare era naturale tirare un pelo indietro la caviglia o l’intera gamba a seconda dei casi...
Fu così che nonostante la grande prestazione di giornata del nostro dinoccolato portierone paratutto finimmo il primo tempo sotto di due a uno.
Nell’intervallo vidi che i Kaimani, così si chiamava l’altra squadra, avevano fatto capannello e guardavano nella mia direzione, stavano dicendo qualcosa all’orco e guardavano proprio me. E quello annuiva.
Deglutii saliva e polvere.
Fischio d’inizio del secondo tempo. Palla a Pasquale che finse l’affondo, tutti addosso a lui, cambiò gioco e con un lungo lancio liberò dall’altra parte Elio, che andò giù di taglio e mi passò un’altro pallone che era più difficile buttare fuori che dentro. Io, che avevo mezzo capito tutto, mi ero fiondato al centro ed avevo fatto da sponda quasi passiva: il pallone mi era rimbalzato addosso ed era finito in porta. Due a due. Ma dovevamo anche dire grazie al portiere che era veramente una cosa inutile, sembrava stesse facendo riscaldamento per un’esibizione di danza artistica tanto si sbracciava in modo sguaiato. La nostra tifoseria cominciò a ridere ed a prenderlo moderatamente per il culo, la tifoseria dei Kaimani cominciò a rumoreggiare.
Io mi sentivo sempre gli occhi dell’orco puntati addosso.
A metà del secondo tempo scoccò una scintilla che poteva diventare un’esplosione. La palla finì a fondo campo, dalla parte loro, in quel lato del campo non c’era la rete, c’era una corda a mezzo metro da terra che delimitava la zona di gioco, poco dopo c’era un piccolo dislivello e quindi i campi coltivati in piena irrigazione. Il loro portiere andò a prendere la palla trotterallando atleticamente, arrivò alla corda, fece per saltarla ma incespicò con il piede davanti e fini lungo la discesina, direttamente con la faccia nel fango. Sembrava fosse scomparso di colpo come caduto in una botola! Scoppiò il boato di una risata, in campo e fuori. Apriti cielo. I familiari del portiere minchione cominciarono una sceneggiata alla Mario Merola
“Uèeee ma comm’ ve permittite, chèllo o guagliòne s’è fatto male e vùie rirète?”, “Ma io vi accìro, vi accìiiro!” il papà, i fratelli, gli zii dell’imbecille si lanciarono all’attacco dei nostri amici che stavano ancora ridendo.
“Ma non si è fatto niente!” diceva qualcuno.
La mamma, le sorelle, le zie urlavano:
“U mammamìa!”, “Maròoonna”, “AAAaaah!!!” mentre tenevano e tiravano per le magliette e le braccia i loro uomini e si dimenavano come impazzite. Era tutta una farsa ma di grande impatto scenico. Si creò una straordinaria confusione a bordo campo: nuvole di polvere, urla, qualche ceffone. Intanto lo scemo si era rialzato, dipinto di terra e fango ma assolutamente incolume. Questo aiutò a sedare gli animi.
Anche i Kaimani fecero da pacieri, il tuffo a volo d’angelo del portiere aveva fatto ridere anche loro. Aveva divertito tutti tranne ovviamente i familiari stretti, era stata una scena magnifica, resa ancora più buffa dall’atteggiamento di ostentata sicurezza del deficiente!
Dopo dieci minuti di tumulto e principi di tafferuglio era tornato il sereno.
La partita proseguì con un forte stato di tensione e finì tre a tre. Andava benissimo. Eravamo tutti sani e salvi a parte Pasquale che aveva preso più botte di tutti ed era ancora un po’ intontito dalla spallata muscolare.
Tre o quattro di loro, orco incluso, si avvicinarono a me, mi arrivarono di fronte. Mi sentii tremare le gambe. L’orco mi disse:
“Sei tu Piero?”
deglutii un’altra dose di terra e saliva.
“Si” risposi
“Stasera fatti trovare in piazzetta”
Si voltarono e se ne andarono. I miei compagni si avvicinarono:
“Che ti hanno detto?”
“Che stasera mi uccidono”
“Che?”
“Mi hanno gentilmente dato appuntamento stasera in piazzetta. Me lo ha detto proprio l’armadio butterato puntandomi il dito contro!”
“Minchia!”
“Io stasera sto bello tappato in casa!” dissi
“secondo me è peggio, quelli poi ti vengono a cercare. Stai tranquillo, stasera in piazzetta ci siamo tutti” disse Pasquale
“Piero, siamo tutti con te, come i moschettieri” intervenne Andrea
“Si, moschettieri stò cazzo, voglio vedere come scappate tutti al primo ceffone” dissi io
Si stava facendo buio. Eravamo rimasti solo noi, sudati, sporchi, ancora con le magliette addosso, che ci guardavamo in faccia, soprattutto loro guardavano me e ci si chiedeva l’un l’altro con gli occhi – allora che si fa? –
“Non posso scappare davanti a ‘sti stronzi. Io stasera vado in piazzetta, come tutte le sere... e poi vediamo” feci risoluto
“Ci vediamo lì dopo cena, tutti, ok?” disse Elio.
“Tutti. Non ti molliamo Piero” fecero quasi in coro
Che poi perchè ce l’avevano proprio con me? Era dall’inizio della partita che mi guardavano, confabulavano, mi indicavano... porca puttana, ... ma tu guarda che cazzo mi doveva capitare...

A casa, doccia veloce e a tavola per la cena.
“Piero ma non mangi nulla!”
“Mamma, ho appena finito di giocare, non ho fame” mentii.
Avevo lo stomaco annodato. Alle dieci e mezza inforcai Attilio, il mio Cagiva 125 e andai in piazzetta. C’erano tutti: Batman, Pasquale, Andrea, Elio ed altri amici ai quali era giunta voce della cosa: Claudio, Riccardo, Lorenzo. Non ci scambiammo una sola parola. Ci guardammo in faccia e con gesti della testa ci dicemmo:
– si sono visti? –
– no, ancora no –

La piazzetta era il luogo di ritrovo estivo di tutto quel piccolo angolo di mondo. La sera tutta un’allegra gioventù si riversava fra le aiuole e i tavolini dei numerosi bar, gelaterie e pizzerie al taglio. Era una piazza di forma quadrata, alquanto grande, chiusa al traffico e brulicava di gente, famiglie, passeggini, ragazze e ragazzi in piena tempesta ormonale.

Lorenzo ruppe il ghiaccio:
“Allora oggi com’è andata?”
“Abbiamo pareggiato” disse Elio “ma per come abbiamo rischiato le tibie è andata pure bene”
Intervenne Batman “ragà scusatemi, io ne ho parate diverse ma quelli entravano a gamba tesa, l’arbitro non fischiava...”
“Ma scherzi!? Non ti preoccupare, sei stato una diga, come sempre, se non c’eri tu finiva dieci a tre per loro...” fece Andrea
“Eccoli” disse Riccardo
Dal fondo di una delle strade che si immettevano sulla piazzetta stavano arrivando, al gran completo. Il frigorifero al centro ed intorno tutta la squadra con altri amici, erano almeno una decina. Ci potevano ridurre in poltiglia con una mano sola. L’orco aveva cambiato body, adesso indossava una Lacoste ìcs-ìcs-ìcs-elle color mattone che gli aderiva come un guanto.
Arrivarono di fronte a noi. Avevamo smesso di respirare già da quando erano a cinque metri.
L’orco puntò il dito contro di me e attaccò con il suo vocione ruvido:
“Mi hann dètt' che fai dei rutti potenti. Qua non mi ha mai battùt' nessùn'. Ti devo sfidare!”
Lo guardai inebetito, mi sentii il sangue che mi si scioglieva lungo il corpo, riacquistavo calore e vita. ... Cosa aveva detto?
“Scusa, ... cosa? ... Una sfida?! ... ma...”
“Hai capìt' benìssim'. Io c’ho un nòm' da difèndr'. Non mi possono arrivàr' voci che tu fai i rutt' più fòrt' di me! Capìt'?”
Non ci potevo credere. Forse una delle sere precedenti, quando ero ubriaco uscito da una festa avevo tirato giù un do di petto di quelli tosti e qualcuno di loro mi aveva sentito...
“Ma io mi vergogno... e poi mica li faccio a comando, ... vi siete sbagliati... Guarda, sei più bravo tu... sicuramente...”
“Non ci siamo sbagliàt'” disse un altro “ti abbiàm' sentìt' due sere fa alla festa che ruggivi com' nù liòne!”
Lo sapevo cazzo, la festa, la tequila e tutto il resto...
“... vabbè...” dissi rassegnato “… e quindi?”
“Andiàm' ai tavoli del bar da Gino. Prendiamo una birra e chi perde paga da bèr’ a tùtt'... ”
Lessi chiaramente nel suo sguardo l’assenza dell’opzione – rifiuto – ed in ogni caso rispetto alla cofanata di pugni che pensavo di dover portare a casa era andata pure di lusso, avrei pagato da bere, poco male. Anzi, molto volentieri! I miei amici se lo meritavano pure, erano venuti verso il patibolo a testa alta, per starmi vicino. La tensione si stemperò, Lorenzo, Claudio, Elio, ridevano e si davano pacche sulle spalle. Avevano temuto tutti il peggio. Pericolo scampato. Andammo verso il bar. Pasquale si avvicinò e disse a bassa voce:
“Guarda che lo puoi battere!”
“Ma che stai dicendo, sei impazzito?” risposi
“Ormai siamo in ballo e balliamo!” sorrise
L’orco si era seduto a un tavolo, qualcuno aveva portato due bottiglie piccole di birra ghiacciata. Io mi accomodai di fronte a lui. Un cerchio intorno a noi. Mi sentivo tanto Silvester Stallone alla finalissima di braccio di ferro. In testa mi rimbombavano le parole di Pasquale ...
– ormai siamo in ballo... lo puoi battere –
Svuotammo ognuno la propria bottiglietta. L’orco fece un gesto cavalleresco con la mano ed il capo come per dire – comincia tu –
Avevo tracannato tutto d’un fiato la birrozza, ero a stomaco vuoto, avevo accumulato tensione per almeno quattro ore e comunque nel mio piccolo potevo vantare una discreta potenza di fuoco. Lo guardai negli occhi, ingoiai dell’altra aria, un paio di volte, poi tirai fuori il barrito dell'elefante indiano in calore. Mi sembrò che gli si mossero anche un po’ i capelli.
Si alzò in piedi di scatto, sollevò la mano e disse:
“Basta cumpà, a’ vìntu”.
di Giuseppe Gatto

mercoledì 27 febbraio 2008

LA SEPPIA DIVENTO' UNA MELANZANA (di G. Gatto)


“Marceeellooo...”
Ore 7.30, era cominciato il rito del disgelo.
“Alzati, … è tardi!”
Era sempre tardi per lei. E non era più credibile. Alzò rumorosamente le tapparelle continuando a sgolarsi:
“Foorzaaa!!!”
Marcello grugnì con la bocca incollata da vinavil e segatura, o almeno così la sentiva.
– Non può essere tardi, non saranno nemmeno le otto... – pensò al rallentatore.
La sveglia automatica vocale intanto continuava inesorabile ogni tre minuti
“Marceeellooo!!!”
Ma il ragazzo doveva affrontare una cosa mica da ridere. Il ritorno alla vita dallo stato di ibernazione. Il ritorno a fatica ad una temperatura normale. E’ così che si sentiva Marcello De Bartolo, detto Etabeta, tutte le sante mattine che Manitù metteva in terra. Non riusciva a svegliarsi. Continuò ad entrare ed uscire dal sonno e dal sogno. Sognava che era sveglio e che si stava alzando o sognava che non riusciva a svegliarsi. O sognava che si era alzato ma poi si era ributtato sotto le coperte o persino che era già vestito e per strada.
Muscoli, nervi e tendini non rispondevano ai comandi. Era l’effetto della criostasi. Come se durante la notte degli alieni gli avessero nebulizzato addosso ghiaccio secco e azoto liquido. Una strana statua di ghiaccio morbida. Per riprendere lentamente contatto con la vita ci metteva almeno trenta minuti di travagliata sofferenza. Sentiva riaffiorare i suoi sensi piano, uno alla volta, ricominciava a udire, anche se in modo piuttosto ovattato e con un ronzio che andava e veniva, sentiva il sangue che riprendeva a scorrere nelle vene ma aveva braccia e gambe ancora troppo pesanti per riuscire a muoverle. Formicolio alle estremità. Un formicaio intero lo stava assalendo. Si sentiva debolissimo e semi-paralizzato. La capacità di riuscire a muovere correttamente la bocca ed articolare dei suoni diversi dai grugniti era uno degli ultimi stadi del ritorno alla realtà. Anche la vista era rallentata e sfocata. Poi a disgelo completato ci vedeva benissimo. Come un falco.
“La sera non ti coricheresti mai e la mattina non ti sveglieresti mai!” erano le parole del nonno che venivano anticipate dal suono del suo mazzo di chiavi che portava sempre in mano e muoveva come una campanella. Arrivava a dare manforte alla mamma.
Non era colpa sua. Marcello, per una misteriosa alchimia, viveva perfettamente allineato con il fuso orario di New York. La notte era in piena attività. Scoppiettante. La mattina alle sette era la notte fonda di una persona normale. Viveva sei ore indietro.
Cominciò a scorgere la luce che entrava dalla finestra, vide la mamma che muoveva le labbra come un pesce. La vedeva alla moviola ed ancora non poteva sentirla, era ancora una figura irreale ed ectoplasmatica.
La lotta con Morfeo sortì finalmente effetto. Grazie al cocktail di urla reiterate e luce accecante del sole alle 8.15 Marcello si alzò. Aveva l’occhio e l’espressione vispa di una carpa di lago pescata da diverse ore.
Il tempo stringeva ma era tutto calcolato al minuto. Si tuffò sui vestiti buttati la sera prima per la stanza. Ci si infilò letteralmente dentro. Si sciacquò in modo superficiale la faccia ignorando la spremuta di arancia che la mamma gli preparava con amore tutte le mattine e che lui non aveva mai bevuto, ingurgitò al volo una zuppa semi-solida e tiepidina di latte e biscotti, prese lo zaino e si lanciò giù per le scale.
- 8.25, fra cinque minuti suona la prima campanella -
Doveva ancora attraversare il campo di pannocchie, la ferrovia, seminare il solito branco di cani randagi… C’era una strada più comoda ma questa scorciatoia gli permetteva di guadagnare sette preziosissimi minuti.
- Le 8.30, fra cinque minuti suona la seconda campanella, poi chiudono il cancello... -
Etabeta era sudato, con il fiatone, tutte le mattine la stessa corsa furibonda. 8.39, il cancello si stava chiudendo, riuscì ad arrivare a bomba sull’anta, mise dentro un piede per bloccarla, il solito scambio di complimenti sulle rispettive mamme con Caronte, il bidello di guardia all’ingresso, e via in aula.
Una scuola di provincia a Montebasso, un paesetto nemmeno tanto piccolo affogato in una vallata circondata dalle montagne della Sila e del Pollino. Un piccolo miracolo climatico: caldo afoso e umido l’estate, da togliere il respiro, con zanzare grosse e aggressive come pterodattili, freddo glaciale e umido l’inverno. Uno dei pochi posti in Calabria dove faceva capolino persino la nebbia.
La prof stava già spiegando. Nel corridoio il barrito di un elefante. Era sempre lui, sedici anni di beata allegria e sfrontatezza. Magro, capelli lunghi e mossi, occhi azzurri. Il risveglio era ormai completo.
“Il signore è arrivato? Se continui a fare questo chiasso ed arrivare sempre in ritardo te ne faccio pentire!”
“Mi scusi Professoré…” e dicendo questo, con la frase ancora a mezz’aria vomitò in mezzo ai banchi. La prof, una povera semplice mamma di famiglia si sentì mancare e vomitò anche lei. Etabeta lo faceva apposta. Così, all’impronta, senza premeditazione. Aveva esagerato con la birra la sera prima e la corsa verso la scuola aveva creato un certo conflitto fra i residui del luppolo e lo zuppone latte&biscotti. Fuori la classe il colpo di improvvisazione del tutto inutile e gratuito, due dita in gola, il primo conato, era entrato ed aveva scodellato il regalo caldo caldo alla platea. Il parapiglia era poi durato una buona mezz’ora. Luigi, il bidello zoppo e obeso come un tricheco, aveva portato un tè alla prof che lentamente si era ripresa. Lui aveva imbastito tutta una storia che si era sentito male, si scusava molto, non gli era mai successo…
E la prima ora di storia era praticamente sfangata.

Matematica. Arrivò il professor Sartorio, un uomo vicino alla pensione che avrebbe volentieri dato fuoco alla scuola ed agli alunni. Soprattutto agli alunni. Completamente sfiancato dalla vita e dalla routine. Come tutte le mattine aprì il giornale e lo sfogliò per dieci, quindici minuti. De Bartolo e Barsazzi cominciarono una competizione sputando delle minuscole palline di chewingum con la bic priva del pennino. La gara consisteva nel colpire le chiome delle ragazze più antipatiche. Cioè tutte! La bic era un’arma strategica non convenzionale condannata dalla convenzione di Ginevra. Poco rumorosa, facilmente occultabile in una mano, rapida ed inesorabile come un fucile di precisione. Ravizza e Laporelli, altri due nullafacenti storici, misuravano invece la loro abilità in esperimenti di pirotecnica minimalista. Con alcuni cerini e la carta stagnola del pacchetto di sigarette confezionavano dei minuscoli razzi a quattro piedini che accesi compivano una parabola di un paio di metri, una simpatica fumata bianca, il classico rumore di cerino acceso ed una puzza acre e persistente. L’abilità stava nel beccare, con un pizzico di fortuna, un lembo di pelle, un colletto di camicia, provocando piccole ustioni ed un po’ di innocuo panico in aula.
Alfieri e Tecchiardi stavano cantando Pino Daniele, ma non a livello dilettantistico. Per l’esattezza loro non cantavano e basta facevano proprio l’orchestra, la base musicale e tutto. Uno faceva “taps-tan-taa-daaa, ... taps-tan-taa-daaa” e l’altro “yes-I-know… my-way…”, batteria, chitarra e sassofono… riuscivano ad esibirsi con la bocca semichiusa, mentre apparentemente sorridevano di un sorriso ebete. Erano difficilissimi da individuare. Si sentiva la musica, sembrava provenisse da lontano, ma non si capiva, nemmeno guardandoli fissi, che erano loro a cantare. E poi il prof stava pensando ad altro. Finì di leggere il giornale, assegnò alcuni esercizi di algebra aramaica e si allontanò dalla classe.
Si accavallarono piccole tragedie. Britti fu colpito da un razzetto e lanciò un urlo quasi ultrasonico, Matarazzi emetteva invece gridolini isterici perché nella sua folta chioma aveva appena scoperto un allevamento di palline di gomma americana. Scoppiò a piangere. Avrebbe dovuto procedere ad una discreta sfoltita dello scalpo, mentre i due cecchini commentavano:
“Quella già è brutta con i capelli lunghi, chissà domani!”
“Ma zitto, magari migliora!”
Fra la seconda e la terza fila di banchi partì spontaneamente un torneo improvvisato di schiaffo del soldato, variante violenta a doppio schiaffo e doppio colpevole.

Federico Tirollo, il più antipatico della classe, era assente. Uno sfigato da manuale. Un po’ più magro, brutto e allampanato di quel regista horror tanto famoso. La faccia perennemente triste, il volto emaciato. Quando lo vedevi ti veniva da toccarti immediatamente i bargigli!
Probabilmente era ridotto in quello stato anche a causa dei genitori, due isterici nevrotici. La mamma di Tirollo era stata la maestra alle scuole elementari di Etabeta ed essendo molto severa ed esigente mentre il suo alunno era un discolo ancora in erba ma già piuttosto vivace se ne fecero di tutti i colori. A vicenda.
Una volta lo aveva sbattuto fuori dalla classe ma Marcello non si era fatto trovare impreparato ed aveva con sé un grosso sacchetto di biglie, rubate ai grandi magazzini giù in città, che sparse con dovizia per l’ampio corridoio. Quando suonò la campanella della ricreazione successe il finimondo: gambe all’aria, tuffi carpiati, panico, urla e qualche lieve ferito.
Non lo mandò più fuori dalla classe ma lo puniva sempre in modo eclatante. Era nata una forma di competizione, comunque impari visto il ruolo e il potere della maestra. In piedi dietro la lavagna per tutta l’ora, tremende bacchettate con un grosso righello di bachelite sulle nocche delle dita, in ginocchio davanti la cattedra, con i compagni -fetenti!- che gli tiravano di tutto e lei che faceva finta di non vedere. Quella cosa gli rimase particolarmente impressa nella mente. Etabeta l’aveva giurato: “non sarà oggi, non sarà domani, ma prima o poi te le farò pagare tutte!”.
Il fato malvagio e bizzarro fece finire il figlio fesso della maestra cattiva proprio con la vittima prediletta di quest’ultima, diventato intanto uno scaltro capobranco.
Era quindi nata una faida naturale, una vendetta trasversale a oltranza che era rafforzata dal fatto che il povero Tirollo sembrava meritare effettivamente tutte le angherie di cui era vittima. Era un predestinato. Sarebbe stato lo zimbello del gruppo anche senza l’aiuto della mamma. Il classico primo della classe. Non suggeriva mai, non passava mai i compiti, gli appunti, non dava mai una dritta, anzi se poteva, sempre con quella espressione da usuraio malinconico, cercava di danneggiare i compagni. Indossava delle camicie tristissime con degli improbabili maglioncini scollo a vu. La mamma aveva solo peggiorato una situazione già complicata di suo.

Qualche giorno prima c’erano state le elezioni d’istituto: i rappresentanti di classe ed altra roba simile. Camillo Piccolo uno dei fedelissimi della banda era al lavoro in segreteria.
“Eta, guarda qua!”
“Che è?”
“Fogli di carta intestata del Preside, già timbrati. Sono stato tutta la mattina in segreteria”
gli occhi di Marcello brillarono.
“Grande Orso!”
“Ho anche le buste naturalmente” e sollevò le sopracciglia dalla felicità!
Lo chiamavano Orso perché a dispetto del cognome era grande e grosso come un grizzly. Per la verità ricordava più un panda per quanto era buono, un ragazzone dall’espressione tenera.
I due si consultarono rapidamente con Pelorosso, Vespino, Superiàm e MacEnroe. Il plotone al completo o quasi.
“Dai, prepariamo la brutta copia, poi andiamo a casa di Mac e la battiamo a macchina”
Pelorosso si mise all’opera.
“Egregi Signori Tirollo…”
“ok, e fino a qui….”
“… con la presente siete convocati con urgenza da parte del Preside…”
“no, metti – …la scrivente… – “ disse Vespino
“… da parte della scrivente Presidenza dell’Istituto Liceo Scientifico Statale Michelangelo Palleschi. E’ impellente l’esigenza di un approfondito confronto con le S.V. in ordine ad alcuni incresciosi episodi di cui si è reso protagonista lo studente …”
“rafforza, metti – e vostro figlio… - disse Superiàm
“… e Vs. figlio Tirollo Federico. Il nostro personale ha purtroppo accertato che il suddetto Tirollo Federico fa uso sconsiderato di sostanze stupefacenti anche all’interno dell’edificio scolastico e nelle ore deputate alle lezioni e cosa ancor più grave è stato sorpreso nei bagni...”
“no aspetta, bagni è poco aulico” fece Etabeta “metti – gabinetti – … anzi no, scrivi – luoghi di decenza! –”
“ah ah ah ... fantastico, vai, vai...” fecero in coro MacEnroe e Vespino
“... è stato sorpreso nei luoghi di decenza riservati alle donne in atti osceni nei confronti di due studentesse trovate in evidente stato di panico e crisi di pianto.”
“Mi sembra che può andare!” disse Pelorosso guardando con soddisfazione il foglio
“Non è che abbiamo esagerato?” disse Vespino
“Secondo me si mettono pure a ridere, … che scrive così un preside?” fece Orso
“Scrive pure peggio! E’ che non se la possono bere! Quello non tocca nemmeno una sambuca figurati gli stupefacenti! Poi la storia dei cessi con le due smandrappate è proprio pura fantascienza, quello sicuro la patata non l’ha mai vista nemmeno in fotografia!” disse Superiàm.
“Oh, ragazzi, non ci dimentichiamo che la spediamo su carta intestata, con timbro e firma, la busta… Se sono i coglioni che tutti crediamo che siano ci possono pure cascare!” fece Etabeta.
“Io approvo. Diamogli una riletta, una sistemata, prepariamo l’originale ed imbuchiamo” disse risolutivamente MacEnroe.

Era arrivata la lettera. Ecco perché Tirollo era assente.
Non gli bastava che tutte le serate, a qualsiasi ora tornassero a casa i suoi compagni di classe passavano a dare una suonatina al suo citofono.
“Notte ragazzi”
“ciao, oh, chi passa a salutare Tirollo?”
“Vado io, sono di strada”
ogni sera, a mezzanotte, all’una, alle due, il citofono suonava inesorabilmente.
“Secondo me ormai si sono abituati”
“ma magari lo staccano...”
“ho una zia che abita nello stesso palazzo, non si può staccare è di quelli fissi al muro!”
“Allora quando passo gli lascio inzeppato pure uno stecchino…”

Quella iena della mamma a momenti sveniva, Federico aveva provato balbettando a negare tutto, effettivamente non sapeva nemmeno di che stessero parlando! Non gli avevano creduto neppure per un attimo! E quella totale mancanza di fiducia lo aveva destabilizzato. Se lo meritavano quel figlio. E lui si meritava quei genitori. Il seguito si seppe solo più tardi. Dopo un’ora di interrogatorio, di urla, strepiti, minacce di chiuderlo in collegio ed un’altra folta lista di punizioni e maledizioni, dopo vari accenni di svenimenti della mamma che continuava ad alzarsi e ributtarsi sulla poltrona con le mani sulla faccia, il papà rosso di rabbia gli mollò un ceffone da olimpiadi greche. Un gesto atletico di notevole portata. Con quella forza impressa alla rotazione del braccio e la rapidità dell’esecuzione se avesse lanciato un disco o un giavellotto avrebbero percorso una parabola da podio. L’unico risultato fu invece un occhio nero e gonfio, preciso ad una seppia.
I due campioni si presentarono in Presidenza il mattino seguente. Di buon ora. Con il figlio in mezzo a loro che faceva tanto Pinocchio fra i gendarmi. La seppia era diventata intanto una melanzana.

Il preside li ricevette intorno alle dieci, guardò e riguardò la lettera, chiamò la segretaria, fece altre due telefonate, non si capacitava. Non sapeva nulla di quella storia ma la lettera sembrava proprio uscita da lì. Anche i toni erano quelli che lui stesso usava per convocare i genitori e dato che non gli succedeva proprio di rado era andato in confusione. Tirollo era uno che passava inosservato, non lo si notava né nel bene, né nel male. Al Preside sembrò di vederlo quella mattina per la prima volta. Dopo mezz’ora di consultazioni con papà e mamma Tirollo bianchi come cadaveri e nervosissimi, finalmente il Capo del glorioso Istituto Michelangelo Palleschi sentenziò:
“E’ un falso. Questa lettera non l’ho scritta io e nemmeno uno dei miei incaricati. O c’è stato uno scambio di persona un errore nel nominativo del ragazzo, cosa che stiamo verificando, oppure trattasi di abile falso” e dicendo queste ultime parole si abbassò gli occhiali sul naso riguardò la lettera da molto vicino e aggiunse: “la carta intestata sembra proprio la nostra, l’hanno fatta uguale…”
Papà Tirollo scoppiò come un clown-con-la-molla dalla scatola magica. Saltò in piedi rosso come un peperone e cominciò ad inveire contro tutto e tutti
“Questi delinquenti dovete arrestarli! Dovete scoprire chi è stato! E’ una vergogna! Come potete permettere che accadano queste cose! Io non avevo creduto per un solo attimo a questa farsa. Conosco mio figlio! Ma ... si metta nei miei panni, ... una lettera del Preside!!”
E il preside cercava di calmarlo: “ora si calmi, su, è tutto finito, si tratta di un episodio increscioso, uno scherzo di pessimo gusto…”
“Io li ammazzo, li ammazzo tutti!!!”
Anche la mamma riprese colore e passò anche lei all’attacco:
“sono quei bastardi dei compagni di classe, quei grandissimi figli di gran put…”
“signora la prego un po’ di contegno!”
Intanto erano entrati in presidenza la segretaria, due professori, Caronte e un altro bidello
“ma che sta succedendo?” disse un professore
“niente niente, uno spiacevole malinteso…” cercò di minimizzare il Preside ma non lo lasciarono nemmeno finire, il duo Tirollo urlando all’unisono incalzava:
“quei pezzi di merda tutte le notti vengono a citofonare mentre dormiamo!”
“e fanno scherzi al telefono!”
“due mesi fa hanno cacato sullo zerbino! Sono stati loro ne sono sicura!”
“Io li ammaaazzo!”
Non ci fu verso di calmarli. Il preside dovette acconsentire alla richiesta del papà di Federico. Voleva guardare in faccia i compagni di classe del figlio. Giurò al Preside che non avrebbe perso la calma, voleva solo guardarli negli occhi.
“Vede” cerco di convincerlo il Preside “non abbiamo la benché minima prova che siano stati loro. Sulla base di semplici supposizioni non possiamo…”
“Preside, voglio solo dire loro che queste cose non si fanno. Con molta calma. Se il colpevole o i colpevoli non sono in quella classe poco male. Una ramanzina fa sempre bene”
“ma io non posso farla entrare...”
“Preside, la prego! Li voglio solo guardare negli occhi. E’ un fatto educativo…”
A educativo il preside si arrese.

Papà Tirollo entrò in classe proprio nel momento in cui questa sembrava l’arena di un circo al momento dei saluti: tutti gli artisti in pista e l’orchestra in piena attività. Alfieri e Tecchiardi cantavano la Turandot a doppio coro, Britti urlava e si dimenava per l’ustione da razzetto, "... maaailmiomisteroèchiusoinmeeee...", in aria ancora fumo e puzza della breve missione spaziale, "... ilnomemio-nessun-sapràaaa...", la Matarazzi circondata da quattro amiche piangeva i suoi capelli, "... all'albaviiin-ceròoooo...", il torneo mediavale di schiaffo violento del soldato era nel suo clou!
“Sileeeenzio!!! Tutti seduti” urlò il preside che di solito sembrava un lord inglese
“dov’è il professore?”
“Starà passeggiando il cane” disse qualcuno dagli ultimi banchi
“Chi è che fa lo spiritoso?!...”
Papà Tirollo non lo fece nemmeno finire ed attaccò in totale disarmonia con le sue buone intenzioni:
“Siete dei bastardi, dei figli di grandissima…”
“Sig. Tirollo la prego!!!”
“… io vi vengo a prendere a casa vostra uno per uno… Vi rompo il culo!!!” e dicendo questo cercava di divincolarsi dal preside che lo teneva per un braccio per infilarsi fra i banchi e farsi giustizia sommaria da solo… La moglie urlava anche lei e lo tirava per l’altro braccio.
“Signor Tirollo!!!” il preside cercava inutilmente di riprendere il controllo della situazione. Quello sputava bava ed inveiva come una tigre feroce, aveva il volto ormai paonazzo e le vene del collo gonfie e tese che sembravano dover scoppiare da un momento all’altro. Ci volle tutta la buona volontà di Caronte e Gambadilegno, richiamati dal gran baccano, per riuscire a fermarlo. Intanto Federico era rimasto vicino la porta mogio mogio e con la faccia pesta tipo Rocky IV alla fine dell’incontro. Osservò mestamente il padre, che ancora gridava a squarciagola e si dimenava come una tarantola, trascinato di peso verso l’ingresso della scuola con la mamma nella sua consueta crisi isterica che prendeva a borsettate Gambadilegno, a calci Caronte e viceversa.
Rimase lì impassibile. I sei lo guardarono, lui guardò loro. In classe calò un silenzio gelido.
“Certo bello scherzo del cazzo!” mormorò Federico con un filo di voce e gli occhi bassi e si andò a sedere al suo posto, al primo banco.
Per la prima volta forse gli amanuensi e battitori a macchina della falsa lettera provarono per lui un po’ di pena ed un principio di pentimento.
Questo non impedì a quella merda di Barsazzi di colpirlo in piena nuca con l’ultimo proiettile di gomma americana rimasto inesploso nella bic.
di Giuseppe Gatto


martedì 13 novembre 2007

LA PRIMA VOLTA (di G. Gatto)


Si era svegliato di scatto. Sudato. Soffocando un urlo. Si era ritrovato ancora sotto le lenzuola fino alla vita e seduto nel letto con le braccia rigide a sorreggerlo. Il fiato grosso. Gli sembrava di aver appena affrontato tre piani di scale. Sentiva ancora il peso sul petto. Incubi.
- Strano, … io che non sogno mai! –
Fuori era ancora buio. Salvo guardò la sveglia, led rossi, quattroequarantasei. Led rossi accecanti. Si portò istintivamente il dorso della mano a proteggere gli occhi.
- Mi alzo, tanto ormai non dormo più –
Si mise in piedi piano. Lentamente e in silenzio, senza svegliare i genitori, si vestì ed uscì di casa. Nei suoi sedici anni di vita raramente si era alzato così presto, piuttosto quei colori rarefatti ed irreali che precedono l’alba li aveva visti qualche volta andando a dormire. Lo accolse un freddo frizzante, sopportabile, ma a lui pareva gelido e forse contribuiva a quest’effetto ghiaccio la fronte imperlata di sudore. Mani in tasca, spalle strette, Salvo si avviò con passi veloci ed incerti. Uno strano gambero umano. Camminava in avanti ma dava l’idea che volesse correre esattamente dalla parte opposta. Si morse il labbro inferiore, scosse la testa, sapeva che non poteva tornare indietro.
Non adesso. Aveva bisogno di non voltarsi.
Capelli castani e ricci lunghi alcuni centimetri, occhi scuri come la notte, magro, una peluria sul volto appena accennata che non poteva ancora definirsi barba. Addosso scarpe da tennis, jeans molto vissuti e un giaccone verde da caccia anche se a caccia non c’era mai stato. Lui era un tipo tranquillo, pacifico.
Da piccolo non capiva come facessero i suoi amichetti a divertirsi torturando innocue lucertole. Le prendevano con un cappio fatto con lunghi fili d’erba, le appendevano al ramo di un albero e giocavano a colpirle con le pietre. Lui proprio non riusciva a partecipare a quel gioco. Guardava la povera bestiola, soffriva insieme a lei, provava a farli smettere, poi si allontanava a testa bassa per non dover sopportare il triste spettacolo.
La sua era una famiglia semplice che viveva ai confini della povertà. Il padre faceva il manovale, il lavoro a volte c’era a volte no e quando c’era era spesso in nero, sottopagato, senza garanzie e senza niente. Se Mimmo si faceva male erano fatti suoi. Toccava lavorare anche per persone poco raccomandabili ed attività poco chiare. Doveva spostare mattoni, impastare la calce, non fare e non farsi troppe domande. La mamma era casalinga e domestica a ore per alcune famiglie giù in paese. Non era una vita facile. Una realtà per nulla rara in quel piccolo paesino del sud. Arretratezza economica e sociale fisiologica ed apparentemente ineluttabile. Salvo avrebbe voluto studiare, sognava un futuro diverso ma bisognava anche cominciare a portare qualche soldo a casa. Rendersi utile. Lui, a differenza di altri suoi coetanei, stava diventando adulto molto velocemente. Troppo velocemente.
Una sera a tavola Mimmo gli aveva detto:
- Don Vito ti vuole conoscere, forse è per un lavoro, vacci a parlare -
Lì intorno quasi tutto era di Don Vito.
Così era cominciato tutto.
Era andato a parlarci e da allora erano trascorsi cinque giorni.

Camminò per più di due ore, sembrava vagasse senza una meta ma cercava solo la strada più lunga. Inutile essere lì prima delle otto. Intorno solo campagna e macchie di verde, grigio e marrone. Una campagna brulla, arcigna, dai contorni irregolari, spigolosi. Con quella luce e la leggera foschia i campi ed il cielo a tratti si confondevano. Come i suoi pensieri. Groppo in gola, un nodo che voleva soffocarlo. Si sentì mancare il respiro e contrasse i muscoli delle tempie e del volto per combattere la vista che quasi si annebbiava. Gli girava la testa, proprio come quell’unica volta che era salito mezzo ubriaco sulle montagne russe.
- Voglio scendere - pensò.
Non scese. Non poteva scendere. Non dopo aver dato la sua parola a Don Vito.

Arrivò al vecchio casolare. Entrò in un cortile quadrato di mura bianche con una vecchia fontana al centro, poi dentro un grosso portone di legno, scambiò degli sguardi silenziosi con altre persone. Gli porsero una grossa lama ed una specie di larga tuta da operaio che lui indossò. Qualcuno gli diede una pacca sulla spalla qualcun altro gli fece un leggero cenno del capo.
Era arrivato il momento.
Entrò nell’altro locale, sulla destra. Gli avevano già spiegato tutto. L'odore era fortissimo, gli serrò la gola, trattenne un conato di vomito. Fece un respiro profondo, serrò gli occhi, strinse la mano destra sul coltello ed affondò con forza l'acciaio lucido nella carne viva. Un colpo sferrato nel collo caldo, pulsante. Un grido straziante gli entrò nella testa come una scheggia di vetro nella spina dorsale. Un violento fiotto di sangue gli bagnò il viso. Quel liquido caldo e denso era dappertutto. Le gambe tremarono. Si mise a piangere con singhiozzi sincopati, gli sembrò di non riuscire più a respirare.
Era la prima volta che uccideva.
Era il suo primo giorno di lavoro al macello dei maiali.
di Giuseppe Gatto