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domenica 20 aprile 2008

SPALLATA MUSCOLARE (di Giuseppe Gatto)


Arrivammo sul campo di calcetto direttamente dalla spiaggia. Ci eravamo portati dietro le borse. Chissà a chi era venuto in mente di organizzare l’incontro alle sei di pomeriggio! Pieno agosto, faceva un caldo esagerato e passare dal costume da bagno al completino maglietta-pantaloncino-calze-scarpechiuse era piuttosto seccante. Il classico torneo estivo di calcio a otto, un bel campo grande e incredibilmente polveroso. Terra finissima, solo a camminarci sopra si sollevava una nuvola densa e persistente.
C’eravamo tutti: Batman in porta, Andrea, Pasquale, Elio e gli altri. Amici estivi provenienti da varie città. Ci eravamo iscritti con il nome di “Brasato&Polenta” per via che due del gruppo, della provincia di Bergamo, al pranzo di ferragosto avevano preparato per l’appunto un pentolone di brasato con polenta cotta nel paiolo di rame. Il tutto annaffiato da grandi quantità di Vin brulè. Mentre fuori c’erano 40 gradi all’ombra. Però era stata una giornata magnifica!
La squadra avversaria era invece una granitica compagine locale. Ragazzi dai fisici forti, temprati dal lavoro nei campi, nell’edilizia abusiva e nelle risse da strada. Avevano anche lo straniero: il portiere napoletano. Ci trovavamo sulla costa ionica calabrese. Noi con la maglietta giallo senape e loro a righe orizzontali bianche e verdi che li faceva sembrare una squadra di rugby.
Eravamo pronti e stavamo scambiando qualche palleggio di riscaldamento. Eravamo già sudati.
“Oh, ma l’hai visto a quello?” mi disse Andrea indicandomi con un impercettibile movimento degli occhi un energumeno che stava entrando in campo. Mi girai e vidi un orco del “Signore degli anelli”, alto almeno un metro e novanta, largo come un frigorifero, con la maglietta enorme che gli aderiva come un body da danza, completamente privo di collo, con la testa attaccata direttamente sul tronco.
Brutto da incutere timore. Occhi piccoli e sguardo cattivo, naso enorme e bitorzoluto, bocca da maiale, pelle butterata e capelli ispidi che gli partivano appena un centimetro sopra le sopracciglia.
“Minchia” risposi “se uno così lo incontri per strada alzi le mani e gli dai il portafoglio! Chissà se gioca avanti o dietro”
“Quello dove gioca gioca fà danni, te lo dico io! Speriamo bene!” disse Andrea e fece un impercettibile segno della croce.
Anche gli altri non scherzavano. Fisicamente ci sovrastavano. Per fortuna sul tocco di palla eravamo in vantaggio: Pasquale ed Elio con la palla fra i piedi sembravano ispirati da un’entità soprannaturale. Era un piacere vederli correre per il campo con la sfera incollata al piede. Io non giocavo un granché bene ma ero veloce, scattavo in avanti in attesa dei passaggi dei miei due compagni e cercavo di buttarla dentro, un po’ alla Ciccio Graziani. Una volta raccolsi la palla dal nostro portiere la lanciai sulla destra, il mio compagno fece velocemente tutto il campo lungo la fascia laterale, crossò al centro ed io ero lì a colpirla di testa. Lui si voltò verso la nostra area per capire chi gli avesse passato la palla. Ero velocissimo.

Fischio d’inizio. Era un torneo serio: c’era persino l’arbitro! Ed una sparuta tifoseria costituita per lo più da familiari ed amici dei giocatori oltre ai soliti curiosi.
Capimmo subito che sarebbe stato un tardo pomeriggio lunghissimo. La metà dei giocatori in campo correva dietro la palla senza costrutto e sollevando un’inverosimile quantità di terra e polvere. A tratti non si vedeva nulla. Dopo i primi contrasti capimmo anche che era meglio adottare una strategia conservativa. Gli avversari erano scarsi nel tocco di palla ma ben più preparati nel tocco di caviglie e gambe. Una squadra di picchiatori assassini.
Pasquale prese palla ne fece fuori un paio in dribbling riuscì a crossare un pallone sul quale c’era scritto – spingere in porta, grazie – feci solo tre passi, veloci, incornai il cuoio, papera del portiere che uscì a raccogliere farfalle e uno a zero per noi.
Palla al centro e sedici occhi avvelenati si posarono su di me. Mi vedevo già sulla barella dell’ambulanza. Uno bravo lo avevano anche gli avversari: tale Mimmo, conquistò la palla, fece qualche lunga falcata e tirò un missile terra-aria in direzione di Batman. Solo che lo chiamavamo Batman mica per niente: volò da un palo all’altro come un vero supereroe e saldò la palla nella morsa delle sue grandi manone.
“Un ce tirate e luntano che è lùangu e i pìglia tutte!” disse ai suoi l’orco e udimmo per la prima volta la sua voce, che sembrava provenire dagli inferi.
Di nuovo noi all’attacco, Pasquale si involò sulla fascia. Questa volta però l’orco aveva capito e gli corse incontro come il rinoceronte in “Pomi-d’Ottone-e-manici-di-scopa”. Da un lato del campetto c’era una rete metallica, a due metri dalla linea di fallo laterale. Pasquale venne spalmato sopra la rete dal corpo dell’energumeno come fosse una pelle di daino e si afflosciò come un palloncino bucato. Lo aveva caricato in modo fallosissimo, come si fa a hockey, ma lì ci sono casco e protezioni!
Lungo fischio dell’arbitro.
“Spallàt' muscolare!” grido l’orco.
“Stai zitto che ti sbatto fuori, non sei a un incontro di wrestiling! ... Te la do io la spallata muscolare!” ebbe il coraggio di sibilargli a denti stretti l’arbitro! Pasquale si riprese ma da quel momento giocò e attaccò con molta meno veemenza. Avevamo tutti paura di finire nella sala gessi dell’ospedale del paese più vicino. Quando li vedevamo arrivare era naturale tirare un pelo indietro la caviglia o l’intera gamba a seconda dei casi...
Fu così che nonostante la grande prestazione di giornata del nostro dinoccolato portierone paratutto finimmo il primo tempo sotto di due a uno.
Nell’intervallo vidi che i Kaimani, così si chiamava l’altra squadra, avevano fatto capannello e guardavano nella mia direzione, stavano dicendo qualcosa all’orco e guardavano proprio me. E quello annuiva.
Deglutii saliva e polvere.
Fischio d’inizio del secondo tempo. Palla a Pasquale che finse l’affondo, tutti addosso a lui, cambiò gioco e con un lungo lancio liberò dall’altra parte Elio, che andò giù di taglio e mi passò un’altro pallone che era più difficile buttare fuori che dentro. Io, che avevo mezzo capito tutto, mi ero fiondato al centro ed avevo fatto da sponda quasi passiva: il pallone mi era rimbalzato addosso ed era finito in porta. Due a due. Ma dovevamo anche dire grazie al portiere che era veramente una cosa inutile, sembrava stesse facendo riscaldamento per un’esibizione di danza artistica tanto si sbracciava in modo sguaiato. La nostra tifoseria cominciò a ridere ed a prenderlo moderatamente per il culo, la tifoseria dei Kaimani cominciò a rumoreggiare.
Io mi sentivo sempre gli occhi dell’orco puntati addosso.
A metà del secondo tempo scoccò una scintilla che poteva diventare un’esplosione. La palla finì a fondo campo, dalla parte loro, in quel lato del campo non c’era la rete, c’era una corda a mezzo metro da terra che delimitava la zona di gioco, poco dopo c’era un piccolo dislivello e quindi i campi coltivati in piena irrigazione. Il loro portiere andò a prendere la palla trotterallando atleticamente, arrivò alla corda, fece per saltarla ma incespicò con il piede davanti e fini lungo la discesina, direttamente con la faccia nel fango. Sembrava fosse scomparso di colpo come caduto in una botola! Scoppiò il boato di una risata, in campo e fuori. Apriti cielo. I familiari del portiere minchione cominciarono una sceneggiata alla Mario Merola
“Uèeee ma comm’ ve permittite, chèllo o guagliòne s’è fatto male e vùie rirète?”, “Ma io vi accìro, vi accìiiro!” il papà, i fratelli, gli zii dell’imbecille si lanciarono all’attacco dei nostri amici che stavano ancora ridendo.
“Ma non si è fatto niente!” diceva qualcuno.
La mamma, le sorelle, le zie urlavano:
“U mammamìa!”, “Maròoonna”, “AAAaaah!!!” mentre tenevano e tiravano per le magliette e le braccia i loro uomini e si dimenavano come impazzite. Era tutta una farsa ma di grande impatto scenico. Si creò una straordinaria confusione a bordo campo: nuvole di polvere, urla, qualche ceffone. Intanto lo scemo si era rialzato, dipinto di terra e fango ma assolutamente incolume. Questo aiutò a sedare gli animi.
Anche i Kaimani fecero da pacieri, il tuffo a volo d’angelo del portiere aveva fatto ridere anche loro. Aveva divertito tutti tranne ovviamente i familiari stretti, era stata una scena magnifica, resa ancora più buffa dall’atteggiamento di ostentata sicurezza del deficiente!
Dopo dieci minuti di tumulto e principi di tafferuglio era tornato il sereno.
La partita proseguì con un forte stato di tensione e finì tre a tre. Andava benissimo. Eravamo tutti sani e salvi a parte Pasquale che aveva preso più botte di tutti ed era ancora un po’ intontito dalla spallata muscolare.
Tre o quattro di loro, orco incluso, si avvicinarono a me, mi arrivarono di fronte. Mi sentii tremare le gambe. L’orco mi disse:
“Sei tu Piero?”
deglutii un’altra dose di terra e saliva.
“Si” risposi
“Stasera fatti trovare in piazzetta”
Si voltarono e se ne andarono. I miei compagni si avvicinarono:
“Che ti hanno detto?”
“Che stasera mi uccidono”
“Che?”
“Mi hanno gentilmente dato appuntamento stasera in piazzetta. Me lo ha detto proprio l’armadio butterato puntandomi il dito contro!”
“Minchia!”
“Io stasera sto bello tappato in casa!” dissi
“secondo me è peggio, quelli poi ti vengono a cercare. Stai tranquillo, stasera in piazzetta ci siamo tutti” disse Pasquale
“Piero, siamo tutti con te, come i moschettieri” intervenne Andrea
“Si, moschettieri stò cazzo, voglio vedere come scappate tutti al primo ceffone” dissi io
Si stava facendo buio. Eravamo rimasti solo noi, sudati, sporchi, ancora con le magliette addosso, che ci guardavamo in faccia, soprattutto loro guardavano me e ci si chiedeva l’un l’altro con gli occhi – allora che si fa? –
“Non posso scappare davanti a ‘sti stronzi. Io stasera vado in piazzetta, come tutte le sere... e poi vediamo” feci risoluto
“Ci vediamo lì dopo cena, tutti, ok?” disse Elio.
“Tutti. Non ti molliamo Piero” fecero quasi in coro
Che poi perchè ce l’avevano proprio con me? Era dall’inizio della partita che mi guardavano, confabulavano, mi indicavano... porca puttana, ... ma tu guarda che cazzo mi doveva capitare...

A casa, doccia veloce e a tavola per la cena.
“Piero ma non mangi nulla!”
“Mamma, ho appena finito di giocare, non ho fame” mentii.
Avevo lo stomaco annodato. Alle dieci e mezza inforcai Attilio, il mio Cagiva 125 e andai in piazzetta. C’erano tutti: Batman, Pasquale, Andrea, Elio ed altri amici ai quali era giunta voce della cosa: Claudio, Riccardo, Lorenzo. Non ci scambiammo una sola parola. Ci guardammo in faccia e con gesti della testa ci dicemmo:
– si sono visti? –
– no, ancora no –

La piazzetta era il luogo di ritrovo estivo di tutto quel piccolo angolo di mondo. La sera tutta un’allegra gioventù si riversava fra le aiuole e i tavolini dei numerosi bar, gelaterie e pizzerie al taglio. Era una piazza di forma quadrata, alquanto grande, chiusa al traffico e brulicava di gente, famiglie, passeggini, ragazze e ragazzi in piena tempesta ormonale.

Lorenzo ruppe il ghiaccio:
“Allora oggi com’è andata?”
“Abbiamo pareggiato” disse Elio “ma per come abbiamo rischiato le tibie è andata pure bene”
Intervenne Batman “ragà scusatemi, io ne ho parate diverse ma quelli entravano a gamba tesa, l’arbitro non fischiava...”
“Ma scherzi!? Non ti preoccupare, sei stato una diga, come sempre, se non c’eri tu finiva dieci a tre per loro...” fece Andrea
“Eccoli” disse Riccardo
Dal fondo di una delle strade che si immettevano sulla piazzetta stavano arrivando, al gran completo. Il frigorifero al centro ed intorno tutta la squadra con altri amici, erano almeno una decina. Ci potevano ridurre in poltiglia con una mano sola. L’orco aveva cambiato body, adesso indossava una Lacoste ìcs-ìcs-ìcs-elle color mattone che gli aderiva come un guanto.
Arrivarono di fronte a noi. Avevamo smesso di respirare già da quando erano a cinque metri.
L’orco puntò il dito contro di me e attaccò con il suo vocione ruvido:
“Mi hann dètt' che fai dei rutti potenti. Qua non mi ha mai battùt' nessùn'. Ti devo sfidare!”
Lo guardai inebetito, mi sentii il sangue che mi si scioglieva lungo il corpo, riacquistavo calore e vita. ... Cosa aveva detto?
“Scusa, ... cosa? ... Una sfida?! ... ma...”
“Hai capìt' benìssim'. Io c’ho un nòm' da difèndr'. Non mi possono arrivàr' voci che tu fai i rutt' più fòrt' di me! Capìt'?”
Non ci potevo credere. Forse una delle sere precedenti, quando ero ubriaco uscito da una festa avevo tirato giù un do di petto di quelli tosti e qualcuno di loro mi aveva sentito...
“Ma io mi vergogno... e poi mica li faccio a comando, ... vi siete sbagliati... Guarda, sei più bravo tu... sicuramente...”
“Non ci siamo sbagliàt'” disse un altro “ti abbiàm' sentìt' due sere fa alla festa che ruggivi com' nù liòne!”
Lo sapevo cazzo, la festa, la tequila e tutto il resto...
“... vabbè...” dissi rassegnato “… e quindi?”
“Andiàm' ai tavoli del bar da Gino. Prendiamo una birra e chi perde paga da bèr’ a tùtt'... ”
Lessi chiaramente nel suo sguardo l’assenza dell’opzione – rifiuto – ed in ogni caso rispetto alla cofanata di pugni che pensavo di dover portare a casa era andata pure di lusso, avrei pagato da bere, poco male. Anzi, molto volentieri! I miei amici se lo meritavano pure, erano venuti verso il patibolo a testa alta, per starmi vicino. La tensione si stemperò, Lorenzo, Claudio, Elio, ridevano e si davano pacche sulle spalle. Avevano temuto tutti il peggio. Pericolo scampato. Andammo verso il bar. Pasquale si avvicinò e disse a bassa voce:
“Guarda che lo puoi battere!”
“Ma che stai dicendo, sei impazzito?” risposi
“Ormai siamo in ballo e balliamo!” sorrise
L’orco si era seduto a un tavolo, qualcuno aveva portato due bottiglie piccole di birra ghiacciata. Io mi accomodai di fronte a lui. Un cerchio intorno a noi. Mi sentivo tanto Silvester Stallone alla finalissima di braccio di ferro. In testa mi rimbombavano le parole di Pasquale ...
– ormai siamo in ballo... lo puoi battere –
Svuotammo ognuno la propria bottiglietta. L’orco fece un gesto cavalleresco con la mano ed il capo come per dire – comincia tu –
Avevo tracannato tutto d’un fiato la birrozza, ero a stomaco vuoto, avevo accumulato tensione per almeno quattro ore e comunque nel mio piccolo potevo vantare una discreta potenza di fuoco. Lo guardai negli occhi, ingoiai dell’altra aria, un paio di volte, poi tirai fuori il barrito dell'elefante indiano in calore. Mi sembrò che gli si mossero anche un po’ i capelli.
Si alzò in piedi di scatto, sollevò la mano e disse:
“Basta cumpà, a’ vìntu”.
di Giuseppe Gatto

giovedì 20 marzo 2008

RACCONTI, RACCONTI BREVI, STORIE di Giuseppe Gatto


Racconti racconti racconti racconti racconti!!! Per chi ama leggere: racconti brevi, racconti e storie, storie brevi, racconti gialli, storie e racconti, racconti noir, piccole storie, racconti per ridere, racconti comici, racconti umoristici, racconti sulla scuola, racconti sui giovani, storie sull'amicizia, storie di cucina e di sapori, racconti d’amore, racconti sul mondo del lavoro, corti letterari, racconti e storie di Giuseppe Gatto. E ancora: la passione di scrivere, l’amore per la scrittura, scrivere racconti, web tales, blog tales, libri, e-book, storie per sorridere, distrarsi, pensare, emozionarsi. Embrioni di un possibile libro ma anche stupidaggini, idee e pensieri. E per finire: laboratorio di scrittura, esercizi di scrittura, scrittori esordienti, il piacere della lettura, racconti da leggere, scrivere e pubblicare racconti, raccolta di racconti brevi, narrativa, giovane autore (beh, … proprio giovanissimo, no!). Una bacheca per scrivere, essere letto e ricevere critiche, consigli, sberleffi e baci. I commenti sono liberi e graditi.

No, ... non sono impazzito (almeno non adesso!) è che purtroppo i motori di ricerca sono un po’ stupidi, succede che se uno cerca ad esempio “racconti brevi” sul web, questo blog (http://www.giuseppegatto.com/ - racconti e storie di Giuseppe Gatto), che pure ne è pieno, non esce fuori. Perché? Boh! Provo allora pubblicando un post fasullo come questo. Con le magiche paroline all'interno del testo (racconti, storie, etc.). Un post che elenchi in qualche modo cosa c’è in questa scatola virtuale. Vediamo se funziona. Quindi chiedo scusa a chi già mi conosce mentre a tutti gli altri vorrei dire:

“Sei capitato qui (finalmente direi!) cercando dei racconti? Ti piace leggere? Sei nel posto giusto (spero!), ho pubblicato già una buona dozzina di storie brevi. Secondo mia moglie, ... e non solo ... piuttosto belli. Ogni mese ne inserisco un paio di nuovi (... quando trovo il tempo di scriverli! :-). Puoi sfogliare l’archivio racconti qui a lato (o qui sotto). Grazie della visita e buona lettura. Se poi i racconti ti piacciono spargi la voce…”

Se vuoi farti anche quattro sane risate clicca pure sul blog carbonaro “Pensa se avrei studiato!!!” qui in alto a destra!


di seguito i link ai racconti pubblicati fino ad oggi:

LA PRIMA VOLTA (giallo, povertà, sud, violenza)
1994 DIPLOMA DI MATURITA' (comico, scuola, esami, giovani)
LINEA TRE (amore, Roma, tram)
L'ELEFANTE BLU (giallo, prostituzione, Roma)
LA TRATTORIA (storie di cucina, Roma, nostalgia)
CAFFE' CORRETTO (comico, lavoro)
RAVIOLO CARPIATO. Il vestito non basta (comico, ristorante, coppia)
ESTATE ROMANA (giallo, giovani, viaggio, Roma)
CONDOM ALLA FRAGOLA (comico, viaggio, Bologna, internet)
IL POLIZIOTTO (giallo, noir, pistola, violenza)
LA SEPPIA DIVENTO' UNA MELANZANA (comico, scuola, giovani, sud)
L'IMPORTANTE E' CHE TU STIA BENE (lavoro, mobbing, ipocrisia)
ANNA PER SEMPRE (racconto flash)
SPALLATA MUSCOLARE (comico, giovani, vacanze estive)
MILENA (amore)
alcuni di questi racconti brevi sono anche pubblicati su:
ewriters.it, neteditor.it, scrivendo.it, raccontioltre.it, pennelibere, i-racconti, e altrove...

Giuseppe Gatto

mercoledì 27 febbraio 2008

LA SEPPIA DIVENTO' UNA MELANZANA (di G. Gatto)


“Marceeellooo...”
Ore 7.30, era cominciato il rito del disgelo.
“Alzati, … è tardi!”
Era sempre tardi per lei. E non era più credibile. Alzò rumorosamente le tapparelle continuando a sgolarsi:
“Foorzaaa!!!”
Marcello grugnì con la bocca incollata da vinavil e segatura, o almeno così la sentiva.
– Non può essere tardi, non saranno nemmeno le otto... – pensò al rallentatore.
La sveglia automatica vocale intanto continuava inesorabile ogni tre minuti
“Marceeellooo!!!”
Ma il ragazzo doveva affrontare una cosa mica da ridere. Il ritorno alla vita dallo stato di ibernazione. Il ritorno a fatica ad una temperatura normale. E’ così che si sentiva Marcello De Bartolo, detto Etabeta, tutte le sante mattine che Manitù metteva in terra. Non riusciva a svegliarsi. Continuò ad entrare ed uscire dal sonno e dal sogno. Sognava che era sveglio e che si stava alzando o sognava che non riusciva a svegliarsi. O sognava che si era alzato ma poi si era ributtato sotto le coperte o persino che era già vestito e per strada.
Muscoli, nervi e tendini non rispondevano ai comandi. Era l’effetto della criostasi. Come se durante la notte degli alieni gli avessero nebulizzato addosso ghiaccio secco e azoto liquido. Una strana statua di ghiaccio morbida. Per riprendere lentamente contatto con la vita ci metteva almeno trenta minuti di travagliata sofferenza. Sentiva riaffiorare i suoi sensi piano, uno alla volta, ricominciava a udire, anche se in modo piuttosto ovattato e con un ronzio che andava e veniva, sentiva il sangue che riprendeva a scorrere nelle vene ma aveva braccia e gambe ancora troppo pesanti per riuscire a muoverle. Formicolio alle estremità. Un formicaio intero lo stava assalendo. Si sentiva debolissimo e semi-paralizzato. La capacità di riuscire a muovere correttamente la bocca ed articolare dei suoni diversi dai grugniti era uno degli ultimi stadi del ritorno alla realtà. Anche la vista era rallentata e sfocata. Poi a disgelo completato ci vedeva benissimo. Come un falco.
“La sera non ti coricheresti mai e la mattina non ti sveglieresti mai!” erano le parole del nonno che venivano anticipate dal suono del suo mazzo di chiavi che portava sempre in mano e muoveva come una campanella. Arrivava a dare manforte alla mamma.
Non era colpa sua. Marcello, per una misteriosa alchimia, viveva perfettamente allineato con il fuso orario di New York. La notte era in piena attività. Scoppiettante. La mattina alle sette era la notte fonda di una persona normale. Viveva sei ore indietro.
Cominciò a scorgere la luce che entrava dalla finestra, vide la mamma che muoveva le labbra come un pesce. La vedeva alla moviola ed ancora non poteva sentirla, era ancora una figura irreale ed ectoplasmatica.
La lotta con Morfeo sortì finalmente effetto. Grazie al cocktail di urla reiterate e luce accecante del sole alle 8.15 Marcello si alzò. Aveva l’occhio e l’espressione vispa di una carpa di lago pescata da diverse ore.
Il tempo stringeva ma era tutto calcolato al minuto. Si tuffò sui vestiti buttati la sera prima per la stanza. Ci si infilò letteralmente dentro. Si sciacquò in modo superficiale la faccia ignorando la spremuta di arancia che la mamma gli preparava con amore tutte le mattine e che lui non aveva mai bevuto, ingurgitò al volo una zuppa semi-solida e tiepidina di latte e biscotti, prese lo zaino e si lanciò giù per le scale.
- 8.25, fra cinque minuti suona la prima campanella -
Doveva ancora attraversare il campo di pannocchie, la ferrovia, seminare il solito branco di cani randagi… C’era una strada più comoda ma questa scorciatoia gli permetteva di guadagnare sette preziosissimi minuti.
- Le 8.30, fra cinque minuti suona la seconda campanella, poi chiudono il cancello... -
Etabeta era sudato, con il fiatone, tutte le mattine la stessa corsa furibonda. 8.39, il cancello si stava chiudendo, riuscì ad arrivare a bomba sull’anta, mise dentro un piede per bloccarla, il solito scambio di complimenti sulle rispettive mamme con Caronte, il bidello di guardia all’ingresso, e via in aula.
Una scuola di provincia a Montebasso, un paesetto nemmeno tanto piccolo affogato in una vallata circondata dalle montagne della Sila e del Pollino. Un piccolo miracolo climatico: caldo afoso e umido l’estate, da togliere il respiro, con zanzare grosse e aggressive come pterodattili, freddo glaciale e umido l’inverno. Uno dei pochi posti in Calabria dove faceva capolino persino la nebbia.
La prof stava già spiegando. Nel corridoio il barrito di un elefante. Era sempre lui, sedici anni di beata allegria e sfrontatezza. Magro, capelli lunghi e mossi, occhi azzurri. Il risveglio era ormai completo.
“Il signore è arrivato? Se continui a fare questo chiasso ed arrivare sempre in ritardo te ne faccio pentire!”
“Mi scusi Professoré…” e dicendo questo, con la frase ancora a mezz’aria vomitò in mezzo ai banchi. La prof, una povera semplice mamma di famiglia si sentì mancare e vomitò anche lei. Etabeta lo faceva apposta. Così, all’impronta, senza premeditazione. Aveva esagerato con la birra la sera prima e la corsa verso la scuola aveva creato un certo conflitto fra i residui del luppolo e lo zuppone latte&biscotti. Fuori la classe il colpo di improvvisazione del tutto inutile e gratuito, due dita in gola, il primo conato, era entrato ed aveva scodellato il regalo caldo caldo alla platea. Il parapiglia era poi durato una buona mezz’ora. Luigi, il bidello zoppo e obeso come un tricheco, aveva portato un tè alla prof che lentamente si era ripresa. Lui aveva imbastito tutta una storia che si era sentito male, si scusava molto, non gli era mai successo…
E la prima ora di storia era praticamente sfangata.

Matematica. Arrivò il professor Sartorio, un uomo vicino alla pensione che avrebbe volentieri dato fuoco alla scuola ed agli alunni. Soprattutto agli alunni. Completamente sfiancato dalla vita e dalla routine. Come tutte le mattine aprì il giornale e lo sfogliò per dieci, quindici minuti. De Bartolo e Barsazzi cominciarono una competizione sputando delle minuscole palline di chewingum con la bic priva del pennino. La gara consisteva nel colpire le chiome delle ragazze più antipatiche. Cioè tutte! La bic era un’arma strategica non convenzionale condannata dalla convenzione di Ginevra. Poco rumorosa, facilmente occultabile in una mano, rapida ed inesorabile come un fucile di precisione. Ravizza e Laporelli, altri due nullafacenti storici, misuravano invece la loro abilità in esperimenti di pirotecnica minimalista. Con alcuni cerini e la carta stagnola del pacchetto di sigarette confezionavano dei minuscoli razzi a quattro piedini che accesi compivano una parabola di un paio di metri, una simpatica fumata bianca, il classico rumore di cerino acceso ed una puzza acre e persistente. L’abilità stava nel beccare, con un pizzico di fortuna, un lembo di pelle, un colletto di camicia, provocando piccole ustioni ed un po’ di innocuo panico in aula.
Alfieri e Tecchiardi stavano cantando Pino Daniele, ma non a livello dilettantistico. Per l’esattezza loro non cantavano e basta facevano proprio l’orchestra, la base musicale e tutto. Uno faceva “taps-tan-taa-daaa, ... taps-tan-taa-daaa” e l’altro “yes-I-know… my-way…”, batteria, chitarra e sassofono… riuscivano ad esibirsi con la bocca semichiusa, mentre apparentemente sorridevano di un sorriso ebete. Erano difficilissimi da individuare. Si sentiva la musica, sembrava provenisse da lontano, ma non si capiva, nemmeno guardandoli fissi, che erano loro a cantare. E poi il prof stava pensando ad altro. Finì di leggere il giornale, assegnò alcuni esercizi di algebra aramaica e si allontanò dalla classe.
Si accavallarono piccole tragedie. Britti fu colpito da un razzetto e lanciò un urlo quasi ultrasonico, Matarazzi emetteva invece gridolini isterici perché nella sua folta chioma aveva appena scoperto un allevamento di palline di gomma americana. Scoppiò a piangere. Avrebbe dovuto procedere ad una discreta sfoltita dello scalpo, mentre i due cecchini commentavano:
“Quella già è brutta con i capelli lunghi, chissà domani!”
“Ma zitto, magari migliora!”
Fra la seconda e la terza fila di banchi partì spontaneamente un torneo improvvisato di schiaffo del soldato, variante violenta a doppio schiaffo e doppio colpevole.

Federico Tirollo, il più antipatico della classe, era assente. Uno sfigato da manuale. Un po’ più magro, brutto e allampanato di quel regista horror tanto famoso. La faccia perennemente triste, il volto emaciato. Quando lo vedevi ti veniva da toccarti immediatamente i bargigli!
Probabilmente era ridotto in quello stato anche a causa dei genitori, due isterici nevrotici. La mamma di Tirollo era stata la maestra alle scuole elementari di Etabeta ed essendo molto severa ed esigente mentre il suo alunno era un discolo ancora in erba ma già piuttosto vivace se ne fecero di tutti i colori. A vicenda.
Una volta lo aveva sbattuto fuori dalla classe ma Marcello non si era fatto trovare impreparato ed aveva con sé un grosso sacchetto di biglie, rubate ai grandi magazzini giù in città, che sparse con dovizia per l’ampio corridoio. Quando suonò la campanella della ricreazione successe il finimondo: gambe all’aria, tuffi carpiati, panico, urla e qualche lieve ferito.
Non lo mandò più fuori dalla classe ma lo puniva sempre in modo eclatante. Era nata una forma di competizione, comunque impari visto il ruolo e il potere della maestra. In piedi dietro la lavagna per tutta l’ora, tremende bacchettate con un grosso righello di bachelite sulle nocche delle dita, in ginocchio davanti la cattedra, con i compagni -fetenti!- che gli tiravano di tutto e lei che faceva finta di non vedere. Quella cosa gli rimase particolarmente impressa nella mente. Etabeta l’aveva giurato: “non sarà oggi, non sarà domani, ma prima o poi te le farò pagare tutte!”.
Il fato malvagio e bizzarro fece finire il figlio fesso della maestra cattiva proprio con la vittima prediletta di quest’ultima, diventato intanto uno scaltro capobranco.
Era quindi nata una faida naturale, una vendetta trasversale a oltranza che era rafforzata dal fatto che il povero Tirollo sembrava meritare effettivamente tutte le angherie di cui era vittima. Era un predestinato. Sarebbe stato lo zimbello del gruppo anche senza l’aiuto della mamma. Il classico primo della classe. Non suggeriva mai, non passava mai i compiti, gli appunti, non dava mai una dritta, anzi se poteva, sempre con quella espressione da usuraio malinconico, cercava di danneggiare i compagni. Indossava delle camicie tristissime con degli improbabili maglioncini scollo a vu. La mamma aveva solo peggiorato una situazione già complicata di suo.

Qualche giorno prima c’erano state le elezioni d’istituto: i rappresentanti di classe ed altra roba simile. Camillo Piccolo uno dei fedelissimi della banda era al lavoro in segreteria.
“Eta, guarda qua!”
“Che è?”
“Fogli di carta intestata del Preside, già timbrati. Sono stato tutta la mattina in segreteria”
gli occhi di Marcello brillarono.
“Grande Orso!”
“Ho anche le buste naturalmente” e sollevò le sopracciglia dalla felicità!
Lo chiamavano Orso perché a dispetto del cognome era grande e grosso come un grizzly. Per la verità ricordava più un panda per quanto era buono, un ragazzone dall’espressione tenera.
I due si consultarono rapidamente con Pelorosso, Vespino, Superiàm e MacEnroe. Il plotone al completo o quasi.
“Dai, prepariamo la brutta copia, poi andiamo a casa di Mac e la battiamo a macchina”
Pelorosso si mise all’opera.
“Egregi Signori Tirollo…”
“ok, e fino a qui….”
“… con la presente siete convocati con urgenza da parte del Preside…”
“no, metti – …la scrivente… – “ disse Vespino
“… da parte della scrivente Presidenza dell’Istituto Liceo Scientifico Statale Michelangelo Palleschi. E’ impellente l’esigenza di un approfondito confronto con le S.V. in ordine ad alcuni incresciosi episodi di cui si è reso protagonista lo studente …”
“rafforza, metti – e vostro figlio… - disse Superiàm
“… e Vs. figlio Tirollo Federico. Il nostro personale ha purtroppo accertato che il suddetto Tirollo Federico fa uso sconsiderato di sostanze stupefacenti anche all’interno dell’edificio scolastico e nelle ore deputate alle lezioni e cosa ancor più grave è stato sorpreso nei bagni...”
“no aspetta, bagni è poco aulico” fece Etabeta “metti – gabinetti – … anzi no, scrivi – luoghi di decenza! –”
“ah ah ah ... fantastico, vai, vai...” fecero in coro MacEnroe e Vespino
“... è stato sorpreso nei luoghi di decenza riservati alle donne in atti osceni nei confronti di due studentesse trovate in evidente stato di panico e crisi di pianto.”
“Mi sembra che può andare!” disse Pelorosso guardando con soddisfazione il foglio
“Non è che abbiamo esagerato?” disse Vespino
“Secondo me si mettono pure a ridere, … che scrive così un preside?” fece Orso
“Scrive pure peggio! E’ che non se la possono bere! Quello non tocca nemmeno una sambuca figurati gli stupefacenti! Poi la storia dei cessi con le due smandrappate è proprio pura fantascienza, quello sicuro la patata non l’ha mai vista nemmeno in fotografia!” disse Superiàm.
“Oh, ragazzi, non ci dimentichiamo che la spediamo su carta intestata, con timbro e firma, la busta… Se sono i coglioni che tutti crediamo che siano ci possono pure cascare!” fece Etabeta.
“Io approvo. Diamogli una riletta, una sistemata, prepariamo l’originale ed imbuchiamo” disse risolutivamente MacEnroe.

Era arrivata la lettera. Ecco perché Tirollo era assente.
Non gli bastava che tutte le serate, a qualsiasi ora tornassero a casa i suoi compagni di classe passavano a dare una suonatina al suo citofono.
“Notte ragazzi”
“ciao, oh, chi passa a salutare Tirollo?”
“Vado io, sono di strada”
ogni sera, a mezzanotte, all’una, alle due, il citofono suonava inesorabilmente.
“Secondo me ormai si sono abituati”
“ma magari lo staccano...”
“ho una zia che abita nello stesso palazzo, non si può staccare è di quelli fissi al muro!”
“Allora quando passo gli lascio inzeppato pure uno stecchino…”

Quella iena della mamma a momenti sveniva, Federico aveva provato balbettando a negare tutto, effettivamente non sapeva nemmeno di che stessero parlando! Non gli avevano creduto neppure per un attimo! E quella totale mancanza di fiducia lo aveva destabilizzato. Se lo meritavano quel figlio. E lui si meritava quei genitori. Il seguito si seppe solo più tardi. Dopo un’ora di interrogatorio, di urla, strepiti, minacce di chiuderlo in collegio ed un’altra folta lista di punizioni e maledizioni, dopo vari accenni di svenimenti della mamma che continuava ad alzarsi e ributtarsi sulla poltrona con le mani sulla faccia, il papà rosso di rabbia gli mollò un ceffone da olimpiadi greche. Un gesto atletico di notevole portata. Con quella forza impressa alla rotazione del braccio e la rapidità dell’esecuzione se avesse lanciato un disco o un giavellotto avrebbero percorso una parabola da podio. L’unico risultato fu invece un occhio nero e gonfio, preciso ad una seppia.
I due campioni si presentarono in Presidenza il mattino seguente. Di buon ora. Con il figlio in mezzo a loro che faceva tanto Pinocchio fra i gendarmi. La seppia era diventata intanto una melanzana.

Il preside li ricevette intorno alle dieci, guardò e riguardò la lettera, chiamò la segretaria, fece altre due telefonate, non si capacitava. Non sapeva nulla di quella storia ma la lettera sembrava proprio uscita da lì. Anche i toni erano quelli che lui stesso usava per convocare i genitori e dato che non gli succedeva proprio di rado era andato in confusione. Tirollo era uno che passava inosservato, non lo si notava né nel bene, né nel male. Al Preside sembrò di vederlo quella mattina per la prima volta. Dopo mezz’ora di consultazioni con papà e mamma Tirollo bianchi come cadaveri e nervosissimi, finalmente il Capo del glorioso Istituto Michelangelo Palleschi sentenziò:
“E’ un falso. Questa lettera non l’ho scritta io e nemmeno uno dei miei incaricati. O c’è stato uno scambio di persona un errore nel nominativo del ragazzo, cosa che stiamo verificando, oppure trattasi di abile falso” e dicendo queste ultime parole si abbassò gli occhiali sul naso riguardò la lettera da molto vicino e aggiunse: “la carta intestata sembra proprio la nostra, l’hanno fatta uguale…”
Papà Tirollo scoppiò come un clown-con-la-molla dalla scatola magica. Saltò in piedi rosso come un peperone e cominciò ad inveire contro tutto e tutti
“Questi delinquenti dovete arrestarli! Dovete scoprire chi è stato! E’ una vergogna! Come potete permettere che accadano queste cose! Io non avevo creduto per un solo attimo a questa farsa. Conosco mio figlio! Ma ... si metta nei miei panni, ... una lettera del Preside!!”
E il preside cercava di calmarlo: “ora si calmi, su, è tutto finito, si tratta di un episodio increscioso, uno scherzo di pessimo gusto…”
“Io li ammazzo, li ammazzo tutti!!!”
Anche la mamma riprese colore e passò anche lei all’attacco:
“sono quei bastardi dei compagni di classe, quei grandissimi figli di gran put…”
“signora la prego un po’ di contegno!”
Intanto erano entrati in presidenza la segretaria, due professori, Caronte e un altro bidello
“ma che sta succedendo?” disse un professore
“niente niente, uno spiacevole malinteso…” cercò di minimizzare il Preside ma non lo lasciarono nemmeno finire, il duo Tirollo urlando all’unisono incalzava:
“quei pezzi di merda tutte le notti vengono a citofonare mentre dormiamo!”
“e fanno scherzi al telefono!”
“due mesi fa hanno cacato sullo zerbino! Sono stati loro ne sono sicura!”
“Io li ammaaazzo!”
Non ci fu verso di calmarli. Il preside dovette acconsentire alla richiesta del papà di Federico. Voleva guardare in faccia i compagni di classe del figlio. Giurò al Preside che non avrebbe perso la calma, voleva solo guardarli negli occhi.
“Vede” cerco di convincerlo il Preside “non abbiamo la benché minima prova che siano stati loro. Sulla base di semplici supposizioni non possiamo…”
“Preside, voglio solo dire loro che queste cose non si fanno. Con molta calma. Se il colpevole o i colpevoli non sono in quella classe poco male. Una ramanzina fa sempre bene”
“ma io non posso farla entrare...”
“Preside, la prego! Li voglio solo guardare negli occhi. E’ un fatto educativo…”
A educativo il preside si arrese.

Papà Tirollo entrò in classe proprio nel momento in cui questa sembrava l’arena di un circo al momento dei saluti: tutti gli artisti in pista e l’orchestra in piena attività. Alfieri e Tecchiardi cantavano la Turandot a doppio coro, Britti urlava e si dimenava per l’ustione da razzetto, "... maaailmiomisteroèchiusoinmeeee...", in aria ancora fumo e puzza della breve missione spaziale, "... ilnomemio-nessun-sapràaaa...", la Matarazzi circondata da quattro amiche piangeva i suoi capelli, "... all'albaviiin-ceròoooo...", il torneo mediavale di schiaffo violento del soldato era nel suo clou!
“Sileeeenzio!!! Tutti seduti” urlò il preside che di solito sembrava un lord inglese
“dov’è il professore?”
“Starà passeggiando il cane” disse qualcuno dagli ultimi banchi
“Chi è che fa lo spiritoso?!...”
Papà Tirollo non lo fece nemmeno finire ed attaccò in totale disarmonia con le sue buone intenzioni:
“Siete dei bastardi, dei figli di grandissima…”
“Sig. Tirollo la prego!!!”
“… io vi vengo a prendere a casa vostra uno per uno… Vi rompo il culo!!!” e dicendo questo cercava di divincolarsi dal preside che lo teneva per un braccio per infilarsi fra i banchi e farsi giustizia sommaria da solo… La moglie urlava anche lei e lo tirava per l’altro braccio.
“Signor Tirollo!!!” il preside cercava inutilmente di riprendere il controllo della situazione. Quello sputava bava ed inveiva come una tigre feroce, aveva il volto ormai paonazzo e le vene del collo gonfie e tese che sembravano dover scoppiare da un momento all’altro. Ci volle tutta la buona volontà di Caronte e Gambadilegno, richiamati dal gran baccano, per riuscire a fermarlo. Intanto Federico era rimasto vicino la porta mogio mogio e con la faccia pesta tipo Rocky IV alla fine dell’incontro. Osservò mestamente il padre, che ancora gridava a squarciagola e si dimenava come una tarantola, trascinato di peso verso l’ingresso della scuola con la mamma nella sua consueta crisi isterica che prendeva a borsettate Gambadilegno, a calci Caronte e viceversa.
Rimase lì impassibile. I sei lo guardarono, lui guardò loro. In classe calò un silenzio gelido.
“Certo bello scherzo del cazzo!” mormorò Federico con un filo di voce e gli occhi bassi e si andò a sedere al suo posto, al primo banco.
Per la prima volta forse gli amanuensi e battitori a macchina della falsa lettera provarono per lui un po’ di pena ed un principio di pentimento.
Questo non impedì a quella merda di Barsazzi di colpirlo in piena nuca con l’ultimo proiettile di gomma americana rimasto inesploso nella bic.
di Giuseppe Gatto


sabato 12 gennaio 2008

CONDOM ALLA FRAGOLA (di G. Gatto)


La partita era appena terminata. Meno male. Avevamo perso per l’ennesima volta in modo indecoroso. Nove a cinque mi pare, squadra di scoppiati. Una doccia veloce ed eravamo già seduti a tavola. Io saltavo le operazioni di lavaggio, giocavo in porta e non ero nemmeno sudato! Sarebbe stato un inutile spreco di sapone e acqua calda. E poi spogliarsi, prendere freddo…
Il centro sociale dove giocavamo aveva anche una trattoria casereccia aperta fino a tardi, a prezzi popolari.
Dovevamo immediatamente reintegrare quelle poche decine di calorie bruciate indegnamente sul campo di calcetto. Qualcuno veniva a giocare più per la mangiata ed il successivo bivacco che non per la partita in sé. Io ero fra questi. Fra una birra, una canna ed una trenetta al pesto, fatta come si deve con patate e fagiolini regolamentari, il discorso scivolò sul sesso.
Io mi sentivo un perfetto imbecille.
Tutti avevano da raccontare qualche avventura piccante. Tutti tranne me. Possibile sono l’unico, pensai, che a quasi trent’anni suonati invece di trombare come un opossum continuo a tirarmi le pippe? Certo sono passato dalla biancheria intima del Postal Market ai video su internet ma è pur sempre un farsi il solletico da solo!
Che poi nei filmetti porno ci sono quei cosi enormi a lunga durata che mi mandano anche parecchio in depressione!
Avevo Piero al mio fianco, difensore granitico con i polpacci da lottatore e lo coinvolsi nei miei turbamenti.
“Mario, io le ragazze le conosco in chat!”
“In chat?”
“Ma si, sul web ci sono una marea di siti di incontri, amicizie, poi da cosa nasce cosa...”
Ne annotai un paio scrupolosamente. Era un mondo a me del tutto sconosciuto.
Piero mi suggerì quelli che andavano dritti al sodo e mi mise in guardia da quelli perditempo. Una preziosa miniera di informazioni.
Passai il sabato al computer con mia mamma che faceva capolino con i suoi “Mario ma che fai? Non esci?”.
Eh, ... lo so io che faccio. Lo so io...
Un paio d'ore per capire come funzionava il tutto. Poi compilai il mio profilo con un robusto maquillage. Aumentai l’altezza, diminuii la taglia dei pantaloni, eliminai trenta chili. Infoltii notevolmente i capelli e scoprii anche una serie di qualità caratteriali di cui, fino a quel momento, non avevo preso una piena consapevolezza.
Ero diventato uno strafigo. Bello, simpatico e solare!
Un cazzo. In realtà sono bruttarello, stempiato e grasso. Persino la mia pelle è unta come un panetto di burro! E quando mi girano le palle so essere una persona davvero insopportabile.
Inserii una foto in cui più che vedere si intuiva qualcosa, la faccia era seminascosta da un boccale di birra, scattata dal basso, si intravedeva un bel fisico, braccia forti, bei lineamenti, muscoli delineati sotto la maglietta bianca aderente.
Ovviamente non appartenevano al sottoscritto: né la maglietta, né i muscoli d'acciao, né la foto.
Era quella di un mio amico bellocomeilsole fatta ad una festa.
In guerra e in amore tutto è permesso.
Piero era stato molto chiaro:
"Senza foto non ti si fila nessuno!"
La caccia era cominciata. Dopo poche ore avevo già una tettona che voleva conoscermi. Soprattutto voleva presentarmi le sue enormi bocce. I suoi colleghi la chiamavano “Ferillona” per via di una certa somiglianza con l’attrice. Un nome, un programma. La sua foto era un primissimo piano con un décolleté da panico. Sudori freddi.
Viveva a Bologna. Mi diede il suo cellulare. La chiamai.
“Ciao, sono Mario. Flavia?”
“Mo ciao, scì, sciòno io”
“sai scusami, è la prima volta che faccio amicizie in chat, non sono molto pratico...”
“mo dai sèmo non ti preoccupare, mo lo sciài che z’hai una bella voze?”
Effettivamente, almeno quella. Ho una voce calda, bassa, radiofonica.
“Dai mò, mi vieni a trovare?”
Aveva anche lei una voce bellissima e quell’accento emiliano mi faceva impazzire. A me le esse trascinate e scivolose mi hanno sempre fatto ribollire il sangue. Sprizzava sensualità da tutti i pori. Le antenne della mia eccitazione erano già tutte tese e in allarme.
Inclusa l’antenna principale.
“Certo che ti vengo a trovare. Anche domani!”
“Mo scì dai, ti aspetto, per che ora arrivi?”
“… nel primo pomeriggio, va bene?”
“Va benissimo! Z’hai presente piazza Maggiore?”
“Si, certo”
“Ecco da lì prendi via degli Orefici, più avanti c’è un bar. Ti aspetto lì per le tre”
“non vedo l’ora di conoscerti. A domani”
“a domani, ciao”.
La scelta dell’orario non era stata casuale. In treno avrei impiegato circa tre ore ad arrivare a Bologna, non avevo nessuna intenzione di fare una levataccia ed avevo anche bisogno di qualche ora per un minimo di restauro e manutenzione. Doccia, barba, rifiniture.
Ma agitazione e ansia erano a mille. Mi svegliai presto e mi avviai con un anticipo mostruoso. In treno, dopo dieci minuti che ero partito, già russavo come un trattore. Nei pochi momenti di dormiveglia avevo immaginato l’incontro, l’imbarazzo, l’alberghetto dove portarla o chissà forse mi avrebbe portato a casa sua... Mi veniva la pelle d’oca.
Nello zaino avevo preparato il kit del mandrillo: confezione da sei di profilattici stimolanti aromatizzati alla fragola, olio per massaggi all’arnica, mentine extra-strong per l’alito dell’uomo chenondevechiederemai.
Ero pronto.
Alle 12.30 ero già alla stazione centrale.
Faceva un freddo bestiale. Passai lungo il primo binario davanti al buco-con-vetrata che hanno lasciato dopo la bomba. Ogni volta che lo vedo mi parte un brivido lungo la schiena. Bastardi.
Adoro questa città. Spesso ho pensato che mi piacerebbe viverci. Se non fosse per il freddo...
Mi sento decisamente più a mio agio con il clima di mare.
Notai subito un sacco di belle donne: se i luoghi comuni son diventati tali ci sarà bene un motivo. Le bolognesi sono belle. Non c’è niente da fare: è un assioma!
C’è pieno di gnocca. E poi in giro c’è bella gente, in generale.
Ciao Bologna! Godereccia. Simpatica. Accogliente come poche. Ti strega, ti affascina, ti abbraccia e non ti lascia andar via. Quando riparti ti manca. Subito.
Ma io ero appena arrivato. E continuavo ad immaginare cosa avrei fatto, cosa avrei detto, le sue labbra, i suoi baci, la sua pelle. Mi avviai a piedi verso il centro e passeggiando sotto i portici di via Indipendenza sbucai in un dedalo di viuzze e portici intorno alle due torri, piazza della Mercanzia, piazza Santo Stefano, piazza Maggiore. Ragazzi con la bici, mamme con i passeggini, turisti, vecchiette affaccendate a fare la spesa.
Sono molto contento di essere qui.
Al liceo si partiva tutti gli anni per il Motorshow. Ed era una festa. Qualche anno più tardi si veniva a trovare gli amici all’università. Daniel, un ragazzo eritreo magrissimo con due grandi occhi neri ci aveva introdotto alla vita notturna. Un locale proprio sotto le due torri dove si ballavano i primi esperimenti di drum‘n’bass. Potentissima, tutta bassi e subwoofer, luci quasi assenti, fiumi di cocktails e sudore. E bella gente. Poi una discoteca più in periferia. Un grande capannone che si muoveva a ritmi di house assordante. La mattina presto i posti giusti, dai furnér, dove fare colazione con il pane e le brioche ancora caldi.
Amo Bologna, è un po’ il crocevia nord-sud di questo vecchio stivale. Per la simpatia della gente, la disponibilità, la voglia di ridere, di fare amicizia, di stare assieme, è una città del sud. Viene in mente Napoli. Però le cose funzionano, non c'è la spazzatura per la strada, si respira civiltà, vitalità, c’è benessere e qualità della vita. La tocchi con mano. E’ questo è da città del nord. La più meridionale delle città del settentrione. Non solo in senso geografico. Nel sorriso delle persone. Cultura e rapporti umani.
Passai davanti una trattoria, mancavano ancora più di due ore all’appuntamento. Gli odori delle osterie e dei negozi di alimentari mi avevano aperto lo stomaco. Mi tuffai dentro e ordinai del prosciutto crudo, quello serio che si scioglie in bocca, una bottiglia di Sangiovese ed un piatto di tortellini in brodo. Arrivarono fumanti (che profumo!), una leggera spolverata di parmigiano e via. Celestiali. Meravigliosi. Piccoli, al dente ed affogati in un brodo saporito. Dopo i primi tre cucchiai avevo quasi dimenticato il motivo per cui ero lì. Ne ordinai un altro piatto. Dopo il caffé supplicai la cuoca e la convinsi a vendermene un chilo abbondante. Era un’allegra signora con due guance piene ed un sorriso da mamma. Li aveva fatti con le sue manine. Avevo la seria intenzione di non mangiare altro almeno per i prossimi tre giorni.
Oddio sono quasi le tre!
Misi i preziosi gioielli nello zaino, provvidenziale, e tornai verso piazza Maggiore.
Arrivai al bar che mi aveva indicato Flavia. Mi guardai intorno ma non la vidi. Ahi. Speriamo bene. Se mi dà buca sai che fregatura! Ordinai un altro caffé. Mi guardavo intorno come una spia russa in un locale di Manhattan.
Eccola, stava arrivando. No! Non può essere lei! Però il viso... Si è proprio lei. Non c’è dubbio. Con quei parabordi!
Si è seduta ai tavolini fuori.
Esco come niente fosse, giro l’angolo, mi appoggio con la schiena al muro, le mani in tasca per il freddo e alzo gli occhi al cielo.
- Coglione!!! -
Una balena! Era arrivata con la ciccia che tremolava tutta gelatinosa. Un enorme budino che tracimava dalla poltroncina di metallo da tutte le parti! Era un miracolo che la sedia non si fosse ancora disintegrata!
Cretino. Eh già, questa voleva fare sesso proprio con me. Se non era un rimorchiatore sai quanti ne trovava senza bisogno di pescarli nella rete. La foto era un primo piano e di viso era carina. Con il décolleté in bella e rigogliosa mostra. Il mio cervello si era spento ed avevo visto solo i suoi occhi con quelle ciglia lunghe e folte. E le sue grandi e accoglienti tette of course. Taglia quarantasei! Si, ma per gamba! Aveva buttato l’amo ed aveva pescato me. L’imbecille di turno.
Beh! Ed io allora? Che le avevo mandato la foto di Alessio! Le sono passato a dieci centimetri, del tutto trasparente ai suoi occhi. Non poteva riconoscere uno che non aveva mai visto! Ma cosa mi ero messo in testa!? Cosa le avrei raccontato? Facevo come Giuseppe e Amedeo con Carmela a Bumbungà!? L’amico mio stava male ed aveva mandato me?!?
Mi scoppiò un sorriso.
Ripresi la mia passeggiata. Sarei andato a zonzo per Bologna fino a sera. Il treno per Livorno poteva aspettare.
In fondo l’incontro di sesso c’era stato comunque.
Con i tortellini in brodo.
di Giuseppe Gatto

martedì 18 dicembre 2007

ESTATE ROMANA (di G. Gatto)


Fagiolo ci aspettava alla stazione Termini. Arrivammo alle sei di pomeriggio dopo un simpatico viaggio in treno tipo carro bestiame.
Io e Magda eravamo partiti dieci ore prima dal nostro paesello alle pendici dell’Etna. L’università a Roma, ne parlavamo da almeno due anni. Da quando mio cugino, che era diventato romano d’adozione fingendo di studiare legge, ne parlava in modo entusiasta.
“Giulio” mi diceva “è un altro mondo. E’ un posto magico che ti accoglie e ti fa sentire a casa. Vai in giro e ti senti in vacanza, la gente sorride, parla volentieri, ovunque è pieno di giovani, di turisti”
e continuava
“entri in un bar alle due di notte, ordini un digestivo, ti si affianca la guardia giurata che è lì a prendere il caffé, ti mette un braccio intorno alle spalle e ti fa: – guarda che se hai magnàto troppo e devi da digerì è mejo che te fai un canarino – e intanto spiega al barista – ahò, mettece acqua calda, limone, un pizzico di bicarbonato – ... dopo due minuti giureresti che tu con il barista e la guardia devi esserci andato a scuola insieme! Vai dal giornalaio per comprare un quotidiano, tiri fuori cinquanta euro e gli fai – mi spiace, ho solo questi – lui te li strappa dalle mani e fa: – ce l’avevi! – e ride. E anche quello ti sembra di conoscerlo da anni. L’altro giorno dal pizzettaro sotto casa la ragazza di solito chiede: – la mangi qui o la porti via? – a dei ragazzi ha chiesto: – la mangiate? – e quelli in coro: – no, sa damo ‘nfaccia! – mimando il gesto con la mano. E’ una voglia di socializzare e di ridere che è nell’aria. Una voglia contagiosa!”
Roma la capitale. Roma clima benedetto dagli dei. Sole e ponentino.
Eravamo sbarcati da quel treno puzzolente carichi di belle speranze e anche un po’ spaventati. Fagiolo ci aveva consigliato di raggiungerlo un paio di mesi prima dell’inizio dell’università per trovare casa e cominciare ad ambientarci. Per fare amicizia con la città, diceva lui. Poi l’Estate Romana era l’acme di tutto ciò che ci andava decantando. Vita, concerti, feste, una sorta di lungo carnevale.
“Venite a luglio” ci aveva detto “siete ospiti da me tanto il ragazzo con cui divido l’appartamento non c’è. L’estate torna in Germania”.
Fagiolo aveva una vecchia Fiat 132 bianca, non credevo ne circolassero ancora. Faceva un po’ meno rumore e un po’ meno fumo di una locomotiva a vapore. Ci infilammo dentro e partimmo per il tour della city.
Scendemmo verso i Fori Imperiali, poi sbucammo davanti al Colosseo, quindi costeggiammo le Terme di Caracalla e il Circo Massimo. Se socchiudevo gli occhi avevo la netta sensazione di veder correre le bighe. Tutto da rimanere a bocca aperta. Quelle mura, quelle pietre sono lì da migliaia di anni, chissà quante ne hanno viste, pensavo. Mi sentii secoli di storia scorrere a fotogrammi veloci davanti gli occhi. Ti sembra di toccarla la storia, di sentirla sulla pelle. Eravamo felici ed eccitati. Con la centotrentadue che sobbalzava sui sampietrini costeggiammo Lungo Tevere e parcheggiammo in modo davvero delinquenziale all’altezza di Trastevere.
Il tour proseguiva a piedi.
Passeggiando per il centro sembrava di essere in un’affollata località di mare alla moda. Stranieri in pantaloncini e canottiera, tutti abbronzati, molti con in mano gelati multicolori, persino troppo! E poi colori, suoni, odori. Stuzzicanti profumi che venivano fuori dalle decine di trattorie e pizzerie: fritti, sughi, amatriciane. La colonna sonora costante dell’acqua delle fontane, le tante fontane che ornano le piazze romane. Quei mille rivoli di ruscelli cittadini ti massaggiano dentro. Il suono stimola un piacere ancestrale, ti entra dalle orecchie e scende giù dritto lungo la nuca, le spalle e la schiena.
“Vado spesso in giro eppure ogni volta, vi giuro ogni volta, scopro un angolo che non conosco, uno scorcio che non ho mai visto. E’ uno spettacolo!”
Era sempre mio cugino e Magda disse:
“si, ok, abbiamo capito, sei completamente innamorato, però ora ho fame. Molta”.
Magda mangiava come un camionista ma aveva un organismo che funzionava come un orologio. Bruciava tutto, era magra e atletica. E bellissima anche. Con i suoi capelli lisci e neri, i suoi occhi giganti, verdi ed un magnifico perenne sorriso. Anche io per la verità in quanto a mangiare non andavo tanto per il sottile. Ma il mio organismo bruciava decisamente molto meno.
“Si, ho fame anche io, con tutti questi profumi!”
dissi e Fagiolo confermò:
“come dicono qua si è fatta una certa...”
e ci guidò verso un piccolo locale alle spalle di Campo dei Fiori dove friggono il baccalà da decenni. Un piccolo pezzo di storia del quartiere. Mangiammo pane caldo con burro e alici ed una vassoiata di filetti di baccalà fritti in modo magistrale. Il tutto annaffiato con un vinello bianco secco che scendeva giù come acqua fresca.
Poi attraversammo Ponte Sisto e proseguimmo le chiacchiere ed i progetti a zonzo per Trastevere. Ogni tanto facevamo un pit-stop a birra e quando ci sedemmo sulle scale di Santa Maria in Trastevere eravamo tutti e tre belli inciucchiti dall’alcool. Fagiolo tirò fuori un sacchetto di erba e confezionò con rara maestria un bel cannone che dividemmo in amicizia.
Più tardi raggiungemmo casa sua. Abitava nel cuore di San Lorenzo. Anche fra queste viuzze brulicavano i giovani, le birre ed un allegro brusio. L’appartamento era troppo bello! Una grande sala che sembrava un locale underground. Cuscinoni a terra, tappeti, luci soffuse, una parete completamente dipinta da un loro amico writer, sfondo blu ed esplosioni di colori stile vagoni dei treni della metropolinana di New York. La cucina, con il frigo gonfio di birra e ogni genere di schifezze ricche di conservanti e nitrati. Quindi le due camere da letto, una di Fagiolo ed una di Ludwig, cioè la nostra.
Era la casa ideale per ricevere amici, pensai. Crollammo dal sonno.
***
Sveglia con calma e fuori a fare colazione. Fagiolo era uscito e in quanto al clima aveva ragione: caldo ma con la brezzolina che rendeva il sole davvero piacevole. Riprendemmo le funzioni vitali davanti a cappuccino e maritozzo con panna. Che goduria. Dovevamo cercare casa e regalarci qualche giorno di vacanze romane. Magda ed io stavamo assieme ormai da tre anni, un amore nato tra i banchi del liceo che stava crescendo con noi. Ci guardavamo negli occhi ed eravamo convinti che il mondo fossimo solo noi due. Saremmo andati a vivere insieme ed eravamo gasatissimi.
Comprammo Porta Portese e cominciammo a spulciare gli annunci degli affitti e prendere appuntamenti. Un delirio.
“Giulio, ma chiedono tutti una follia!” disse Magda
“dai non ti scoraggiare (in realtà ero più scoraggiato di lei!), le occasioni sono rare, bisogna cercare, telefonare, vedrai qualcosa salta fuori”.
Prendemmo degli appuntamenti e vedemmo delle situazioni assurde. Minuscoli monolocali in piani seminterrati spacciati per ampi loft. Case indecorose e squallide, semivuote, presentate al telefono come splendidi appartamenti completamente arredati.
Eravamo davvero molto abbattuti.
Il morale tornò alto andando a vedere e sentire il concerto dei Sud Sound System che suonavano a Villa Ada. Una serata fantastica. Concertone in uno scenario superbo. Verde, piante enormi, laghetto, ... sembrava di essere nel cuore del Borneo! E poi, a concerto finito, bonghi, birra e chitarre fino a tarda notte.
Sveglia sempre molto lenta con il sole già alto e questa volta colazione direttamente a base di tonnarelli fumanti cacio e pepe. Il mattino ha l’oro in bocca dice mia nonna! Poi all’università per raccogliere le informazioni per l’iscrizione, i documenti, tutto il necessaire insomma. L’idea di ricominciare a telefonare ai matti che fittavano case agli studenti ci terrorizzava.
“Allora ragazzi come vanno le ricerche?”
disse Fagiolo, mentre eravamo nel salone di casa sua insieme ad altri amici. Quella casa era sempre piena di gente!
“Per la verità molto male” risposi io
“abbiamo visto solo schifezze assurde a prezzi da emiri arabi” rincarò Magda.
Intervenne il Secco, che in realtà pesava cento chili abbondanti
“non è facile, dovete insistere, bisogna comprare il giornale la mattina presto, appena aprono le prime edicole e telefonare subito. E’ l’unico modo per mettere le mani sulle rarissime case decenti a prezzi onesti!”
“Secco ha ragione” disse Zaele, un ragazzo alto e magro di origine etiope, che stava armeggiando allo stereo. Musica a palla. Restammo così, ad ascoltare indie-rock in pieno relax e con la stanza che andava riempendosi di fumo profumato.
La sera ci portarono alle Capannelle dove imperava una rutilante festa caraibico-sudamericana, tanta musica, salsa, cibi esotici e cocktails a base di rhum. Un tuffo spazio-temporale all’Havana! Tentammo qualche passo di salsa ma mentre Magda era naturalmente portata per il ballo con quel suo corpo agile e scattante, io sembravo più che altro una grossa mozzarella che vibrava su una lavatrice in piena centrifuga. C’erano anche i due amici di Fagiolo che avevamo conosciuto al pomeriggio ai quali si erano aggiunti Tatiana e Fede. Lei belloccia, simpatica e un pò in carne. Lui invece appena sbarcato direttamente da Woodstock, capelli lunghi legati sulla fronte da un laccetto, barba incolta, vestiti larghi e sandali di cuoio. Che tipo.
Tornammo a casa verso le cinque e non andammo nemmeno a dormire. Massiccia dose di caffè, doccia e pronti alle sei davanti l’edicola della stazione per comprare la prima copia ancora calda del giornale di annunci. La tecnica funzionò. Ci prendemmo tre saluti di cuore: rispettivamente un malimortaccivostra, un mavvaamorìammazzato e un mavattelapijànderculo. Ma alla quarta telefonata beccammo la mosca bianca, la rara persona onesta che non aveva come unico obiettivo quello di spennare gli studenti fuori sede. Ci mostrò dopo un paio di ore un appartamento con addirittura due camere da letto, anche discretamente arredato, in una stradina interna sulla Tiburtina. Ci era andata persino troppo di lusso. La spesa era sopportabile e quindi affare fatto.
Bottiglia di spumante per noi e bottiglia di Jack Daniels in omaggio per casa Fagiolo.
***
Eravamo su di giri ed organizzammo una festicciola. Comprammo da bere per un esercito e preparammo panini, tramezzini e torte salate. Mio cugino invitò un po’ di amici. Alla fine il salone-pub era pieno di ragazzi. Nel pieno della serata, dopo aver dispensato tequila bum bum a piene mani ci chiudemmo nella stanza di Ludwig e facemmo l’amore discretamente ubriachi.
Il mattino seguente, mentre Magda riempiva un vassoio di avanzi per la colazione, mi guardai intorno. Il ragazzo tedesco possedeva una poderosa collezione di boccali di birra sparsi ovunque, sulla libreria, per terra, sul termosifone. In un angolo della stanza, talmente piena di roba da non riuscire nemmeno a vedere il colore delle pareti, notai un vecchio stereo anni settanta. Amplificatore, giradischi, radio e due grandi casse di legno. Il tutto accatastato un pezzo sull’altro. Era evidente dalla polvere e dall’incuria che nessuno lo usava da anni. Breakfast all'inglese con panini e birra e poi a ripulire il tutto. In casa sembrava fosse scoppiata una bomba di tovaglioli di carta unti, briciole, pezzi di frittata, mozziconi di sigarette, filtrini, bottiglie di birra e di tequila, ...
Incrociai nel piccolo corridoio Fagiolo che si era appena alzato e gli chiesi:
“ma lo stereo nella nostra stanza di chi è? Funziona? Posso provare a metterlo insieme? Posso prenderlo?”
mio cugino mi guardò con gli occhi semichiusi
“puoi farmi una domanda alla volta e parlarmi più lentamente per favore? Ho una specie di ronzio tipo trapano del dentista che mi passa da orecchio a orecchio...”
“ok, scusa. Ti faccio un caffé”.
Dopo il caffé tornai alla carica. Lo stereo era lì da sempre, era di Ludwig che abitava in quella casa prima di mio cugino. Non lo aveva mai acceso né usato.
“Quindi se riesco a farlo funzionare posso prenderlo in prestito? Sai la casa che abbiamo preso ha quasi tutto ma niente musica! Poi glielo riporto, anzi gli faccio il favore di pulirlo, rimetterlo in ordine...”
Fagiolo mi interruppe:
“va bene, mi stai stonando. Prendilo pure, non credo ci siano problemi. E’ lì da anni, però mi raccomando se Ludwig lo rivuole ritorna al suo posto, ok?”
“Chiaro come il sole”.
Evvai, avevamo la musica e quel coso doveva sentirsi anche bene! Quelle belle casse di legno non le facevano più, ora vendevano quei piccoli mostri con un’acustica pessima. E poi il giradischi, che figata, avrei portato a Roma anche qualche vinile di mio padre che ne aveva di belli: Doors, Clash, Pink Floyd, Police, Bob Marley. Avrei anche collegato l’iPod nell’entrata della radio avevo già visto che si poteva fare con un paio di cavi e spinotti.
Il giorno stesso portai lo stereo a casa nuova. Era pieno di polvere, cavolo quanto pesavano quelle casse, ad una tolsi la protezione di tela dalla parte anteriore e vidi a malincuore che un woofer era sfondato. Si sentivano dei pezzi dentro che si muovevano e sbattevano. Pezzi dell’altoparlante, pensai. Tutto a tempo debito.
Posai lo stereo in un angolo del soggiorno, tolsi un po’ di polvere e lo lasciai così, ci avrei pensato a settembre.
Dissi a Magda:
“abbiamo la musica”
sorrise, mi guardò dritto negli occhi e mi diede un bacio.
***
“Giulio, mi dispiace, dovete lasciare la stanza. Ha chiamato Ludwig e mi ha avvisato che stasera viene un suo amico e resterà uno o due giorni. Io per la verità non gli avevo detto di voi due quindi...”
mio cugino mi aveva accolto così.
“Nessun problema. Andremo a casa nuova, anche se siamo un po’ accampati e poi torniamo giù in Sicilia, tanto le cose che dovevamo fare le abbiamo sistemate. Dai ci vediamo domani.”
“Perfetto, a domani e scusami!”
“Ma scusa di che! Scherzi? La stanza è la sua!”
Prendemmo gli zaini e ci trasferimmo. Oltre all’arredamento non c’era granché. Niente lenzuola, né asciugamani, solo il minimo indispensabile in cucina, noi due e lo stereo muto.
Uscimmo e mangiammo due enormi panini piccanti con kebab e cipolla approfittando di una festa etnica. Poi andammo a un concerto dei Marlene Kuntz, in assoluto uno dei nostri gruppi preferiti, al Circolo degli Artisti. Un grande garage all'inizio della Casilina vecchia circondato da un giardino con un mucchio di gente alternativa. Atmosfera micidiale, sembrava di essere in un locale newyorkese, londinese. Di quelli seri. Era la prima volta che li sentivamo suonare dal vivo. Un’emozione violenta a fior di pelle e dentro il petto. Nuotando nell’aria, una loro canzone. Così mi sentivo. Musica ad altissimo livello. Chitarre strizzate e carezzate. Elettricità pura. E poesia.
Avevamo cantato tutta la sera a squarciagola. Saltato, ballato e pogato.
Eravamo persino riusciti a digerire il kebab con la cipolla...
Passammo poi la nostra prima notte a casa nuova facendo l’amore sui materassi dei due letti che avevamo unito.
***
Avevamo deciso di ripartire, andammo a salutare Fagiolo.
Appena entrati in casa mi si parò davanti un brutto ceffo.
Mi aggredì con un forte accento veneto e con la sua faccia a pochi centimetri dalla mia:
“Dov’è lo stereo?”
e giù un cazzottone nella pancia senza aspettare risposta.
Piegato in due vidi che c’era un altro ceffo, non meno brutto del primo e al suo fianco Fagiolo, che pure non era uno smidollato, con un bell’occhio nero.
Decisi che era meglio non reagire:
“A casa mia ma...”
e giù un altro cazzotto questa volta in faccia. Caddi a terra. Guardai Fagiolo.
Magda era impietrita dietro di me.
Ma che cazzo sta succedendo? Pensai.
Il tipo disse: “Andiamo a prenderlo. Subito!”
Uscimmo tutti e cinque con la centotrentadue. Non era l’ideale per non dare nell’occhio. Guidò il brutto ceffo numero due. Arrivammo a casa nostra. Entrammo. Uno dei compari ci teneva d’occhio e l’altro infilava nervosamente le braccia nelle casse dello stereo. Dal fondo.
Nelle sue mani si materializzarono diversi panetti bianchi.
Cocaina purissima per un valore di centinaia di migliaia di euro. Il caro Ludwig era in un giro bello pesante! Ci spaventammo a morte. In quel momento avrei voluto uccidere mio cugino che, scoprii dopo, era all’oscuro di tutto. Il fesso.
Quando Ludwig partiva non lasciava mai tracce ma questa volta i suoi amici sarebbero dovuti passare dopo pochi giorni. Svuotato lo stereo i due ci diedero ancora un paio di ceffoni. Soltanto Magda venne esentata dal trattamento. Credo grazie ai suoi occhioni sexy.
Il brutto ceffo uno con uno sguardo da belva feroce e puntandoci il dito contro aggiunse:
“se ne fate parola con qualcuno siete carne morta”.
Passai una delle ore più angoscianti della mia vita.
Quando cominciai a sospettare cosa stessero cercando il mio cervello andava a duecento all'ora e sudavo freddo:
– Se i due sono pedinati dalla polizia? Se qualcuno ci ha seguito? E chi glielo spiega che noi non c'entriamo nulla? –
Mi vedevo già al commissariato, con la foto sui giornali e i miei genitori disperati.
La roba stava a casa mia. Era una prova criminale di quelle cristalline! Eravamo lì che quelli controllavano che ci fosse tutto ed io continuavo a pensare
– Ecco, ora sfondano la porta e gridano: “fermi tutti polizia”, porcaputtana porcaputtana porcaputtana!!! –
Invece i due misero le buste nel doppiofondo di una borsa di pelle nera, piena di medicinali. E andarono via.
La polizia non arrivò.
Noi rimanemmo immobili a guardarci senza fare un fiato.
***
Qualche mese dopo la disavventura divenne solo un brutto ricordo.
Iniziarono i corsi all’università. Comprammo un piccolo stereo, nuovo. Niente vinili di papà.
E Fagiolo venne a vivere con noi.
Ogni tanto davanti ad una birra ancora oggi mi guarda, scuote la testa, e mi chiede scusa.
di Giuseppe Gatto


***************


questo racconto è stato pubblicato nel Libro "Estate Romana" (Edilet) con il titolo "Lo stereo". Ho partecipato al concorso "Roma da Scrivere: l'Estate Romana" (Comune di Roma ed Edilazio) arrivando quinto. I primi quindici sono finiti nel libro.
La premiazione si è svolta durante la Fiera "Più Libri Più Liberi"
. Girellando per la fiera con il pass "autori" al collo per qualche istante mi sono sentito davvero uno scrittore! Poi mia mamma al telefono mi ha chiesto: "si ma cosa hai vinto?" e io "beh, niente!" e lei "ah, ecco!".

mercoledì 5 dicembre 2007

RAVIOLO CARPIATO - Il vestito non basta (di G. Gatto)


“Amore, ho vinto il concorso interno come migliore segretaria dell’anno”
“Cavolo! Brava! Vieni qui, fatti dare un bacio”
“aspetta” divincolandosi
“l’hanno detto davanti a tutti, non puoi capire che emozione! Tutti che mi applaudivano! Hanno detto che mi daranno un aumento e mi hanno regalato una cena per due in un ristorante lussuosissimo in centro, il Playa Real, Placa Real o qualcosa del genere!”
“Fichissimo!”
Adriana era tornata a casa con questa bella notizia. Massimo era ancora in tuta da lavoro e doveva lavarsi. Lei lavorava come segretaria in un’azienda informatica e lui da un gommista per auto. Erano giovani, niente figli ma sarebbero arrivati prima o poi e conducevano una vita tranquilla, normale. I conti con i soldi che non bastavano mai, qualche uscita con gli amici, la pizza, un cinema, le vacanze poche, brevi e vicino casa.
Il premio della cena era arrivato molto gradito perchè loro in un ristorante di lusso non c’erano mai stati. Massimo specialmente, grande forchetta e buongustaio, aveva accolto la cosa con un grande sorriso.
Avevano prenotato seguendo le istruzioni: chiedere di una certa persona, citare lo speciale invito; aveva chiamato lui tenendo la cornetta con entrambe le mani e con la moglie di fronte che annuiva e seguiva le sue parole.
“Amore, mi devi fare un regalo” disse lei “mettiti il vestito elegante, non farmi fare brutte figure! Non puoi mettere il jeans e la solita felpa con i cartoni animati, lo capisci? Ci saranno anche altri colleghi premiati e sicuramente qualche dirigente della società!”
“Ma si, certo. Speriamo che il vestito del matrimonio di tua cugina mi entra ancora!”
Avevano detto tutto ai genitori e la mamma di lei al telefono con lui, ignorando le raccomandazioni della figlia, aveva tuonato:
“per favore vestiti in modo decente, non come al solito tuo che sembri un profugo albanese!”
Sempre carina la suocera.
Massimo effettivamente non ci teneva molto al vestire, e se vogliamo dirla tutta nemmeno all’igiene personale, era piuttosto trasandato ed anche il fatto che fosse abbondantemente sovrappeso non lo aiutava. Addosso a lui anche un capo di sartoria diventava un cencio spiegazzato da quattro soldi.
La serata speciale era arrivata. Lei era bellissima con la sua folta chioma di capelli castani, gli occhi neri e luminosi, le ciglia lunghissime, indossava pantaloni marrone, stivali e maglioncino a collo alto beige. Sobria ed elegante.
Lui riuscì con non pochi sforzi ad entrare nel vestito grigio scuro del famoso matrimonio. Il pantalone si chiuse trattenendo il respiro, serrò la cintura e sperò che tutta l’impalcatura reggesse. La giacca ovviamente non si chiudeva, mancavano diversi centimetri, ma lasciata aperta e indossando la cravatta non si notava poi così tanto.
Nemmeno il colletto della camicia volle saperne di lasciarsi abbottonare in alcun modo nonostante fosse una taglia diciotto, lasciarono l’ultimo bottone aperto e Adriana gli strinse bene la cravatta. Problema mimetizzato.
Massimo scelse la cravatta più bella fra le tre o quattro che aveva, sfondo rosso e pallini di varie misure e colori. Adriana inorridì ma nel complesso si poteva dire che, tenendo conto della base da cui si era partiti, il risultato era piuttosto soddisfacente e comunque ben oltre le aspettative.
Parcheggiarono l’utilitaria vicino al centro e si incamminarono a piedi.
Arrivarono al Plaza Real che si affacciava in una deliziosa piazzetta del centro storico e a momenti gli prendeva un colpo a entrambi: era il ristorante di uno degli alberghi più lussuosi della città, una cosa super chic. L’ingresso era una porta di legno importante ma senza insegna, con due imponenti fioriere ai lati. La porta di un club esclusivo.
“Sembra una di quelle dei film americani” disse Massimo.
Bussarono, un signore in divisa apri la porta e li fece accomodare, entrarono e lo salutarono con piccoli inchini scambiandolo per il direttore. L’interno era molto elegante, ricco ma non vistoso. Non c’era un particolare fuori posto: opere d’arte qua e là, tavoli distanti l’uno dall’altro dei metri e con sopra le candele accese, luci soffuse, musica classica come tenue sottofondo, poltrone di pelle in luogo delle sedie, grandi composizioni di fiori freschi.
Vennero loro incontro altre tre persone, una per salutarli ed indirizzarli alla sala, una per prendere i soprabiti e una per farli accomodare al tavolo.
Massimo sprofondò nella poltrona, la moglie tossì e lui si rimise con la schiena dritta, anche perchè era l’unica posizione in cui riusciva a respirare ed evitare lo scoppio dei bottoni dei pantaloni e delle vene del collo strizzate dal cappio di colletto e cravatta.
“Ti prego” implorò Adriana “non mi far fare brutte figure!”
Glielo aveva detto già una decina di volte. A casa prima di uscire, mentre erano in auto, mentre parcheggiavano, mentre arrivavano a piedi. Era diventato una specie di jingle pubblicitario che partiva di tanto in tanto, come alla radio.
Una quinta persona, il Maitre, li salutò e porse loro i menù.
“Oh, sono più i camerieri che i clienti!” disse lui e la moglie annuì.
Davanti a loro un’infinità di posate e bicchieri. Aprirono l’enorme menù. Quando vide i prezzi a momenti Massimo si strozzò, se avessero dovuto pagarla loro la cena ci sarebbe voluto un mezzo stipendio!
Tutto il resto era aramaico antico. Si capiva poco: ogni paginone conteneva sei, sette piatti dalle descrizioni talmente elaborate, fantasiose ed indecifrabili che non si comprendeva quali fossero gli antipasti, quali i primi, se c’erano, quali i secondi, né cosa ci fosse dentro esattamente. Inoltre ogni foglione aveva un tema: freschezze di primavera, foglie di autunno, fondali marini, terra e boschi e così via.
Ipotizzarono che uno dovesse per forza scegliere una pagina e quindi un tema.
Una delle ragazze che li aveva accolti intanto aveva portato loro tre grissini a testa, in due eleganti piatti di cristallo stretti e lunghi.
“Li posso mangiare o sono per bellezza?”
“Massimo per f-a-v-o-r-e!”
“Io li mangio...”
Tornò il Maitre. Meno male. Spiegò che i primi due piatti di ogni pagina erano gli antipasti – (aaah!) disse con gli occhi Massimo – gli altri due a seguire i primi piatti e gli ultimi due i secondi. Erano proposti secondo dei percorsi di degustazione suggeriti dallo chef ma si poteva anche saltare da una pagina all’altra. La lista dei dessert era a parte, come quella dei vini naturalmente.
Illustrò alcuni piatti e suggerì un approccio di scoperta dei sapori che prevedeva due antipasti, un primo, un secondo e un dessert.
“Ma si, tanto è tutto gratis!”
“Come prego?”
calcio sotto il tavolo
“no dicevo, ... ci consigli lei”
Le scelte non furono facilissime ma riuscirono nell’impresa pur nutrendo forti dubbi su cosa avessero realmente ordinato e di che tipo di animale o vegetale potesse trattarsi. Riuscirono, nonostante i suggerimenti del Maitre, a mescolare in modo agghiacciante pesce, carne, ancora pesce, ...
Intanto la ragazza dei grissini era passata più volte chiedendo
“i signori ne gradiscono ancora?”
Massimo non rispondeva nemmeno più, faceva un gesto con le braccia, le spalle e la testa che voleva dire inequivocabilmente: – e si capisce, che c’è bisogno di chiederlo? –
A cui seguiva in un nanosecondo la frase della compagna sibilata fra i denti:
“non mi far fare brutta figura!”
La signorina depositava i soliti due, tre grissini nel piatto, solo nel piatto di Massimo perchè Adriana faceva il gesto con la mano come per dire: – no grazie sono già piena! – con una pinza d’argento e giusto il tempo di girarsi ed il nostro eroe li aveva già triturati.
Lista dei vini. Lista? Un libro! Quello più economico costava come il pieno alla macchina fino ad arrivare al prezzo di acquisto della macchina vera e propria.
Si lasciarono consigliare nuovamente.
“Vorrei proporvi un Dolcetto d’Alba del 2004 che pur intenso e corposo è un rosso che si può ben abbinare sia ai sapori di terra sia a quelli di mare. All'olfatto si apre ampio nei profumi fruttati con note di rosa e cannella, al palato è morbido, pieno, con un finale gradevole leggermente asciutto con riflessi violacei”.
I due annuirono lentamente e a bocca aperta come due simpatiche carpe e quando il Maitre si allontanò si scambiarono occhiate ed espressioni ancora più sconcertate!
Intanto servirono loro un aperitivo ed uno stuzzichino pre-antipasto. Un piatto enorme, bianco, con al centro un francobollo tridimensionale colorato con tre gocce di aceto balsamico di lato.
“Cos’è?” chiese lui a lei senza muovere nemmeno un ciglio e senza togliere lo sguardo dal francobollo.
Era stato preso un po’ in contropiede. Aveva si immaginato delle porzioni piccole, ma non così piccole, cazzo!
Buono. Piccolo ma buono, scese giù come una boccata di vento.
Si chiesero cosa fosse ed ipotizzarono un salume un po’ forte e pasticciato con una salsa strana. Lo chiesero al Maitre.
“E’ una fantasia di pescespada con bottarga e lacrime di ostrica”.
Le due carpe si scambiarono una nuovo occhiata di reciproco “mah!”
Ogni volta che finivano il vino nel calice si materializzava dal nulla un ragazzo che glielo riempiva nuovamente quasi a metà senza farne cadere una goccia.
La ragazza passò al pane. Depositò sempre con l’aiuto della immancabile pinza d’argento tre minuscoli panini di differenti fogge nei piattini laterali della coppia.
Massimo ebbe come un singulto e gli venne da piangere, panini poco più grandi di un’oliva non li aveva mai visti.
“Amore ti prego...”
“Si, si, ho capito, non ti devo far fare brutta figura. Ci sto provando, cazzo!”
Adriana aveva intravisto in sala qualcuno degli altri fortunati colleghi e diversi personaggi della presidenza.
La signorina capì che con Massimo non doveva lesinare con i panini così come aveva già fatto per i grissini.
Ogni panino, ingoiati come fossero m&m’s, scattava il jingle non-mi-far-fare-brutta-figura sempre più sibilato a denti sempre più stretti.
Le cose stavano andando comunque abbastanza bene, a parte gli abbinamenti dei piatti, quando Massimo cominciò a diventare paonazzo a causa dell’armatura. Gli stava stretto tutto: scarpe, pantaloni, la giacca all’altezza delle spalle e sopra a tutto il micidiale nodo scorsoio di camicia e cravatta.
Fra i due antipasti le prime linee cedettero e la fanteria arretrò.
Non ce la faceva più. Allargò il nodo della cravatta lasciando scoperto il colletto della camicia aperto e slacciò in modo tattico i due bottoni superiori del pantalone lasciando però la cintura ben tesa a reggere tutta l’imbracatura.
Partì il jingle.
Fu comunque una mossa arguta perchè aveva riacquistato una respirazione più serena e naturale. Anche le vene del collo si sgonfiarono sensibilmente e poteva finalmente permettersi di sbracarsi un tantinello sulla poltrona.
Arrivò il primo. Per lui tre ravioli, di numero, di pesce di fondale in un brodetto di mare con conchiglie, vongole, olio, pomodoro e microscopici pezzetti di verdure. Per lei invece alcuni pezzetti di pasta con anatra, formaggio e chissà cos’altro.
L’imponderabi